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IL PASSO INDIETRO DI STALIN

A metà giugno, le reti di agenti create a Berlino da Arvid Harnack, un funzionario del ministero degli Esteri, e da Harro Schulze-Boysen, un ufficiale del servizio informazioni del ministero dell’Aeronautica, avevano riferito che i preparativi per l’invasione erano ormai terminati e l’attacco avrebbe potuto essere sferrato in qualsiasi momento. Stalin aveva scarabocchiato sul rapporto questa risposta: “Compagno Merkulov, puoi mandare la tua “fonte” nell’aviazione tedesca da quella … di sua madre. Costui non è una fonte, bensì un disinformatore.”.

Ad offuscare le capacità di giudizio di Stalin avevano contribuito, oltre alla sua presunzione ed alla sua patologica diffidenza verso generali e spie, le manovre tedesche di disinformazione. Benché Hitler fosse convinto che l’Unione Sovietica sarebbe crollata in poche settimane – ai suoi generali disse: “Basterà dare un calcio alla porta e l’intera, marcia struttura cadrà in pezzi” – l’imponenza della forza dell’Armata Rossa lo impensieriva. Per quante divisioni riuscisse a destinare all’operazione Barbarossa, l’inferiorità numerica della Wehrmacht restava incolmabile. Considerava il sodato tedesco meglio addestrato, equipaggiato e comandato, oltre che razzialmente superiore, tuttavia non poteva fingere di ignorare la realtà dei numeri a favore dei sovietici. Una realtà che avrebbe potuto essere ribaltata soltanto sfruttando al meglio il fattore sorpresa. Pertanto si era preoccupato di affiancare alla preparazione dell’invasione una vasta azione diversiva fin dal luglio del 1940, quando l’avvio della concentrazione delle truppe tedesche ad est era stato presentato agli “amici” sovietici come il tentativo di creare campi di addestramento per le operazioni contro il Nord Africa e l’Inghilterra, al riparo dagli attacchi aerei britannici.

Stalin era caduto nell’inganno, in quanto esso coincideva perfettamente con la sua analisi che non contemplava un impegno della Germania su due fronti contemporaneamente.

Durante la primavera del 1941, la Wehrmacht aveva inscenato vistose esercitazioni per l’invasione della Scozia muovendo dalla Norvegia e dell’Inghilterra sud orientale, muovendo dalle coste tra Rotterdam e Cherbourg. Erano stati stampati manuali sullo stile di vita britannico da distribuire alle truppe di invasione, avendo cura che qualche copia riuscisse ad arrivare sino a Mosca. A questa vasta operazione di disinformazione aveva partecipato con entusiasmo ed ingegno il ministro della Propaganda Goebbels. Dalla sua penna tagliente era uscito, una settimana prima dell’avvio dell’operazione Barbarossa, un articolo celebrativo della recente invasione di Creta con truppe aviotrasportate che conteneva un minaccioso avvertimento per la Gran Bretagna: “Se oggi gli inglesi discutono accalorati il caso di Creta basta che sostituiate l’Inghilterra a Creta e capirete perché sono tanto sconvolti. Se in Inghilterra la cricca di Churchill non discute pubblicamente l’argomento dell’invasione non è perché non la tema, ma proprio perché ne ha paura… Il Führer ha coniato l’espressione non esistono più isole.”. Per rendere più credibile il tranello le autorità naziste avevano proceduto al sequestro dell’articolo di Goebbels, non prima però di aver accertato che alcune copie avessero raggiunto i corrispondenti stranieri e le ambasciate di Berlino. Nei giorni seguenti il ministro della Propaganda aveva recitato alla perfezione la parte del gerarca in disgrazia per aver diffuso informazione riservate sulle prossime mosse strategiche della Wehrmacht.

Oltre al diversivo inglese, Hitler aveva escogitato un’altra spiegazione plausibile per il concentramento delle proprie truppe ad est: la minaccia sovietica. Nonostante il patto Ribbentrop-Molotov, la Germania non poteva rischiare di essere pugnalata alle spalle da un improvviso mutamento dell’atteggiamento sovietico, quindi doveva predisporre delle misure precauzionali al confine. Per ingannare Stalin gli era stato sufficiente ammassare le truppe pronte per l’invasione dietro robuste opere difensive, edificate nelle zone in cui ragionevolmente l’Armata Rossa avrebbe concentrato i suoi sforzi se avesse ricevuto l’ordine di invadere la Germania. I vistosi movimenti di truppe dietro le opere difensive tedesche avevano poi finito per convincere Stalin che la Germania volesse mostrare i muscoli non solo per scoraggiare un eventuale attacco sovietico, ma anche per spuntare nelle forniture di derrate condizioni più vantaggiose rispetto a quelle già definite dal patto Ribbentrop-Molotv.

All’inizio di giugno, era la fantasiosa minaccia di un ultimatum tedesco, anziché il rischio reale di una aggressione a travagliare sempre di più Stalin.

Il 20 giugno l’ambasciatore a Berlino Dekanozov aveva fornito ulteriori rivelazioni sull’imminenza dell’attacco tedesco, Berija lo aveva redarguito per la sua ingenuità ed aveva poi inoltrato il suo rapporto a Stalin, corredandolo da una nota servile: “La mia gente e io, Iosif Vissarionovic, ricordiamo chiaramente la tua saggia predizione: Hitler non attaccherà nel 1941”. Il giorno seguente Stalin era stato assalito dai primi dubbi sulla propria infallibilità. Nel tardo pomeriggio aveva ordinato al commissario agli Esteri Molotov di convocare al Cremlino l’ambasciatore tedesco Schulenburg per protestare contro l’intensificarsi dei voli di ricognizione della Luftwaffe in territorio sovietico. Il colloquio era stato del tutto infruttuoso, Molotov aveva dovuto rassegnarsi alle risposte evasive di Schulenburg.

Stalin ed il maresciallo Vorošilov

Nel frattempo Timošenko, insieme a Žukov, Budënnyj e Vorošilov, aveva raggiunto il Cremlino per informare Stalin che un paio di disertori tedeschi avevano appena riferito che l’inizio dell’invasione era fissato per l’alba. Al cospetto del tiranno, nel suo studio denominato il “Piccolo Angolo”, erano già accorsi gli uomini più importanti della nomenclatura, Berija, Malenkov ed il vicepremier Voznesenskij, che in un imbarazzato silenzio attendevano disposizioni. Poiché i fatti sembravano non confermare le predizioni di Stalin nessuno osava prendere la parola. Dopo qualche esitazione, il maresciallo Timošenko aveva trovato il coraggio di tornare a proporre di mettere le truppe di frontiera in stato di massima allerta. Stalin si era mostrato scettico: considerava i disertori dei possibili provocatori e l’ordine di massima allerta un passo irreversibile verso la guerra. Nonostante tali obiezioni, il suggerimento di Timošenko aveva tuttavia trovato il timido ed insperato appoggio dei massimi dirigenti politici, inducendo Stalin a fare qualche concessione. Aveva accettato di diramare l’ordine di massima allerta, ma in una formulazione piuttosto ambigua che imponeva ai comandanti ad astenersi da ogni azione provocatoria, lasciando di fatto aperto l’interrogativo sul comportamento da adottare nel caso in cui i tedeschi avessero varcato i confini.

Dopo aver raggiunto una soluzione di compromesso, che sul campo avrebbe avuto effetti disastrosi, Stalin aveva invitato a cena nel suo appartamento privato del Cremlino i massimi dirigenti del regime. I marescialli ed i generali erano invece corsi al commissariato alla Difesa per mettersi in contatto con i distretti militari. Intorno alla mezzanotte di sabato 21 giugno la trasmissione dell’ordine di massima allerta era stata completata. Poco più tardi il ricevimento nell’appartamento privato del tiranno era stato interrotto da una telefonata di Žukov: un terzo disertore, il sergente maggiore Alfred Liskov, un operaio comunista berlinese, aveva attraversato a nuoto il fiume Prut per riferire che la sua unità aveva appena ricevuto l’ordine di invasione. Stalin infastidito aveva ordinato che il disertore venisse fucilato per aver fornito false informazioni, poi aveva invitato i suoi ospiti a seguirlo nella dacia di Kuntzevo per bere un ultimo bicchiere e rilassarsi guardando un film.

Alle 4,15 del mattino iniziarono a giungere al commissariato alla Difesa le prime segnalazioni dell’attività tedesca dal Baltico al Mar Nero. Ai comandanti che dal fronte chiedevano il permesso di aprire il fuoco sugli invasori il maresciallo Timošenko rispose di non cedere alle provocazioni e di far tacere l’artiglieria e la contraerea. Il generale Boldin, vicecomandante del distretto militare speciale occidentale, reagì all’insensatezza di quell’ordine suicida urlando nel ricevitore: “Ma non è possibile! Le nostre truppe sono costrette a ripiegare. Le città sono in fiamme, la gente muore!”. Timošenko fu irremovibile, non osò assumere nessuna iniziativa

Quando fu svegliato dalla telefonata di Žukov, Stalin probabilmente dormiva da un paio d’ore. Ascoltò in silenzio il concitato rapporto del capo di stato maggiore, poi ordinò di convocare d’urgenza al Cremlino i membri del Politburo, lasciando volutamente senza risposta la richiesta del permesso di contrattaccare.

Poco prima delle 6 del mattino i vertici politici e militari dell’Unione Sovietica raggiunsero il Piccolo Angolo . Stalin li accolse ostentando calma e freddezza, ma il suo pallore lo tradiva. Parlò lentamente, scegliendo con cura le parole per ribadire che l’attacco in corso poteva essere una provocazione orchestrata da alcuni generali tedeschi all’insaputa dello stesso Hitler. Prima di ordinare il contrattacco occorreva una conferma ufficiale da Berlino sulle reali intenzioni tedesche. Nessuno fece obiezioni, Molotov si incaricò quindi di convocare l’ambasciatore Schulenburg.

Intanto nelle trincee e nei posti di comando dell’Armata Rossa lungo i confini regnavano lo sconcerto, il caos e l’impotenza. L’unico a potersi rallegrare della tempestività dell’attacco tedesco fu il disertore Liskov, la cui condanna a morte, difronte all’evidente veridicità delle sue affermazioni, non fu eseguita.

Al cospetto di Molotov l’ambasciatore tedesco lesse un telegramma ricevuto qualche ora prima da Berlino, in cui si affermava che la Germania si era vista costretta ad adottare contromisure militari alla concentrazione di forze sovietiche lungo i confini. “Di certo non ce lo siamo meritato”, commentò sconsolato il ministro degli Esteri sovietico, poi corse ad informare Stalin della formale dichiarazione di guerra.

Il maresciallo Tuchacevski

Quasi contemporaneamente a Berlino il ministro degli Esteri Ribbentrop convocava l’ambasciatore sovietico Dekanozov per leggergli la stessa nota prolissa che fu accolta con la stessa sbigottita costernazione.

La conferma di aver commesso un colossale errore di valutazione colpì Stalin con la violenza di un pugno. I suoi più stretti collaboratori per la prima volta lo videro stravolto, avvilito ed incerto sul da farsi. Dovette trascorrere qualche minuto prima che potesse riprendere la padronanza di sé ed indossare nuovamente la maschera dell’infallibile compagno Stalin. Un ottimismo sconsiderato prese allora il posto dello sconcerto, si dichiarò certo di poter sconfiggere il nemico su tutta la linea e finalmente autorizzò Timošenko ad ordinare all’Armata Rossa di passare all’offensiva. Si affrettò però a specificare che in nessun caso le truppe avrebbero dovuto dilagare oltre i confini sovietici. Tale raccomandazione, assurda dal momento che la prima linea sovietica era ormai in rotta, rifletteva l’ingenua speranza di poter ancora risolvere la situazione per via diplomatica. Non riusciva a liberarsi del timore che umiliare l’invasore, minacciandolo sul suo territorio, avrebbe reso la guerra irreversibile. Nel corso della mattinata la chimera di una mediazione diplomatica giapponese per porre termine alla “crisi” svanì, Stalin incominciò a prendere contatto con la realtà misurando le dimensioni dello sfacelo dell’Armata Rossa.

Entro mezzogiorno 1200 apparecchi, pari a più di un quarto dell’intera forza aerea sovietica, furono distrutti, almeno 800 di essi prima ancora che potessero alzarsi in volo. Il numero dei prigionieri caduti nelle mani della Wehrmacht aumentava di ora in ora. Interi reparti, in attesa di ordini, venivano sopraffatti senza combattere. Ponti, nodi ferroviari e postazioni fortificate venivano occupati uno dopo l’altro, ponendo le premesse per una inarrestabile avanzata in profondità nel territorio sovietico.

Posto di fronte a questo quadro disastroso, Stalin decise che l’esistenza di una guerra in corso non poteva più essere nascosta al suo popolo. I magnati del regime consideravano ovvio che fosse lo stesso Stalin a rivolgersi alla nazione in un momento così drammatico, ma il tiranno li sorprese, affidando al fedele Molotov, il firmatario del patto di amicizia con la Germania, il difficile compito di spiegare il repentino sconvolgimento della politica estera sovietica. Stalin non voleva compromettersi parlando per primo, oppure era ancora troppo sconvolto per farlo, ma non rinunciò comunque a dettare il testo del comunicato che a mezzogiorno fu letto alla radio da Molotov, con una voce così piatta e tremolante da rendere le affermazioni sulla certezza della vittoria tutt’altro che trascinanti.

Eppure in quelle ore i soldati sovietici avevano un disperato bisogno di incoraggiamento e soprattutto di ordini. Il comando supremo, frettolosamente istituito quando l’attacco tedesco infuriava da almeno cinque ore, ed affidato al maresciallo Timošenko, poiché Stalin si ostinava a voler tenere un basso profilo, era incapace di trasmettere ordini. Alcuni generali sul campo, tra cui Pavlov, comandante del fronte occidentale che comprendeva Minsk e la strada per Mosca, avevano perso il contatto con le loro truppe.

Il caos dilagava nelle linee sovietiche e Stalin era impotente, intanto le divisioni corazzate tedesche, superate senza difficoltà, le opere difensive approntate, avanzavano incontrastate sul terreno aperto. Nel primo giorno dell’invasione alcune unità percorsero più di ottanta chilometri.

Alla sera del 22 giugno un furore cieco si impossessò di Stalin che non tardò ad individuare nel tradimento dei generali sul campo la spiegazione della dissoluzione delle sue divisioni. Allo scopo di ristabilire i contatti con i comandi e soprattutto di infliggere una punizione esemplare ai responsabili del disastro, Stalin dispose che i suoi collaboratori più fidati e senza scrupoli si recassero immediatamente al fronte. Un vecchio bolscevico come il maresciallo Budënnyj ed un astro nascente del partito come Malenkov, che già aveva dato prova della propria sanguinaria determinazione conquistandosi, nonostante la sua origine aristocratica, la benevolenza del tiranno e la carica di segretario del comitato centrale, si precipitarono a seminare il terrore a Brjansk, al confine tra Russia, Ucraina e Bielorussia. Il capo di stato maggiore Žukov fu inviato nell’area sud-occidentale del fronte dove riuscì a sferrare un contrattacco, non prima però di aver ordinato la fucilazione di numerosi ufficiali macchiatisi dell’onta della ritirata.

Direttrici dell’operazione Barbarossa

Il maresciallo Kulik, il maldestro vicecommissario alla Difesa che aveva guidato l’incruenta invasione della Polonia e la disastrosa campagna contro la Finlandia, raggiunse invece il fronte occidentale nel vano tentativo di riorganizzarlo. Stalin si fidava di lui nonostante la sua smodata passione per la vodka e la sua leggerezza nell’aver sposato una donna sospetta di simpatie controrivoluzionarie. Sulla prima debolezza il tiranno era disposto ad essere indulgente, per la seconda, imperdonabile, aveva invece adottato una soluzione radicale: nel maggio del 1940, aveva ordinato a Berija di rapire in gran segreto, torturare ed uccidere la moglie di Kulik, Kira. La sua unica colpa era aver rivolto a Stalin la supplica di liberare il proprio fratello, un ex ufficiale zarista internato nei campi di lavoro. Dopo aver ordinato il rapimento di Kira, il tiranno aveva recitato con l’abilità di un attore consumato la parte dell’amico sollecito e partecipe, impaziente di usare tutto il suo immenso potere per dare impulso alle indagini sulla misteriosa scomparsa, poi, non senza un certo sadico divertimento, aveva promosso Kulik al grado di maresciallo, quasi per consolarlo del suo dolore.

Il 23 giugno 1941, Kulik, già sergente d’artiglieria dello zar, le cui nozioni sull’arte militare erano ferme al 1918, si presentò sul fronte occidentale determinato e pieno di impeto bolscevico, ma della decima armata che stava cercando non trovò altro che dei reparti in fuga, a cui non esitò ad unirsi per evitare la cattura. Il suo comportamento difronte al nemico fu tutt’altro che intrepido, tanto che un commissario politico al seguito delle truppe si sentì in dovere di denunciarlo. All’approssimarsi delle colonne corazzate tedesche, Kulik ordinò agli ufficiali di sbarazzarsi di gradi, medaglie, documenti ed armi per indossare abiti civili e darsi alla fuga. Il maresciallo diede l’esempio bruciando la sua uniforme ed impadronendosi di un calesse con cui riuscì a dileguarsi.

Mentre Kulik travestito da contadino si metteva in salvo, un altro maresciallo, Šapnikov, che aveva dimostrato il suo zelo stalinista facendo parte del tribunale militare incaricato di condannare Tuchačevski, perdeva ogni contatto con il quartier generale. Fin dall’inizio dell’offensiva nazista Šapnikov si trovava sul fronte occidentale, ma aveva potuto fare ben poco per guidare la resistenza sovietica, alla notizia della rotta delle sue truppe aveva avuto un collasso nervoso ed era rimasto tagliato fuori dalle linee.

La notizia che due marescialli erano stati risucchiati dal vortice dell’avanzata tedesca senza lasciare tracce esasperò Stalin, convincendolo a ricorrere ad un altro fedelissimo per stabilizzare il fronte occidentale: il maresciallo Vorošilov, che il 26 giugno giunse nella città bielorussa di Mogilev con un treno speciale, senza tuttavia riuscire a rintracciare né ciò che restava dell’Armata Rossa, né i marescialli scomparsi. Più tardi perlustrando i dintorni della città si imbatté in quello che sembrava un accampamento di zingari, sebbene fosse il quartier generale del fronte occidentale. Šapnikov era steso a terra coperto da un cappotto, all’apparenza più morto che vivo, poco lontano da lui, accasciato sotto un albero incurante della pioggia torrenziale, si trovava il generale Pavlov stordito e disperato. Vorošilov si mostrò cortese e premuroso verso il suo pari grado, che sentendosi rassicurato sul proprio destino diede immediati segnali di ripresa. Dopo qualche istante riuscì ad alzarsi e perfino a radersi per tentare di assumere nuovamente l’aspetto di un maresciallo. Stalin aveva già deciso che il primo capro espiatorio eccellente della disfatta sarebbe stato Pavlov, perciò Vorošilov poté ignorare con disprezzo la sua piagnucolosa richiesta di perdono, assaporando il piacere di vendicarsi di un ufficiale che in passato si era permesso di muovergli delle critiche. Qualche giorno più tardi Pavlov sarebbe stato arrestato e condannato a morte per tradimento.

Kulik rimase introvabile ancora per qualche giorno, finché non riuscì faticosamente a riguadagnare le linee sovietiche ed a farsi riconoscere come maresciallo. Stalin lo accolse benevolmente, dimenticando i rapporti che descrivevano la sua codardia.

Né il ritorno a Mosca dei marescialli dispersi, né la fucilazione dei presunti traditori modificò la disastrosa situazione dei fronti. Il 28 giugno i tedeschi erano penetrati ormai per quasi cinquecento chilometri in territorio sovietico e si apprestavano a stringere in trappola 400.000 soldati dell’Armata Rossa posti a difesa di Minsk, capitale della Bielorussia, prima grande città sulla strada verso Mosca. Anche Leningrado era in pericolo, le truppe tedesche, rafforzate da quelle finlandesi, avevano appena sferrato una violenta offensiva in Carelia. Per risollevare il morale della popolazione furono affissi sui muri di Leningrado dei manifesti che mostravano una fotografia del disertore Alfred Liskov, con la didascalia: “I soldati tedeschi sono demoralizzati!”. Tale manovra propagandistica perse ogni effetto, rivelandosi una patetica menzogna, non appena le autorità di Leningrado iniziarono l’evacuazione dalla città di 200.000 bambini.

Il maresciallo Kulik

Il comando supremo di Timošenko continuava a non riuscire né a mantenere i contatti con i fronti, né ad assumere l’iniziativa, si limitava ad incitare la popolazione civile e gli sbandati alla lotta partigiana dietro le linee tedesche e ad invocare la strategia della “terra bruciata”: le truppe in ritirata non dovevano lasciare dietro di sé né una sola locomotiva, né una autocarro, né una pagnotta, né un litro di carburante.

Nella notte del 28 giugno Stalin lasciò il Cremlino sconvolto ed in preda alla più nera disperazione, entrando nella limousine che doveva condurlo alla sua dacia di Kuntzevo si abbandonò, ad uno sfogo amaro, di una sincerità inconsueta per un uomo diffidente ed impenetrabile come lui: “Tutto è perduto. Mi ritiro. Lenin ha fondato il nostro stato e noi ce lo siamo fottuto.” Durante il tragitto verso Kuntzevo continuò ad imprecare ed a ripetere: “Lenin ci ha lasciato una grande eredità e noi, i suoi eredi, l’abbiamo mandata in malora…”

Testimoni di tali parole furono Molotov, Mikojan, un “vecchio” bolscevico armeno membro del Politburo e signore incontrastato del commercio e degli approvvigionamenti, e Berija. I primi due le riportarono nelle loro memorie, il terzo le riferì Kruscëv che a sua volta le inserì nella sua autobiografia.

L’illusione di essere un leader scaltro, se non addirittura un superuomo destinato a plasmare il corso della storia secondo la sua volontà, crollò sotto il peso della sconfitta, costringendo Stalin a mostrarsi a sé stesso ed ai suoi cortigiani come in realtà era: un politico goffo e maldestro nelle relazioni internazionali, digiuno di ogni rudimento di strategia militare, incapace di governare senza ricorrere al terrore. L’umiliazione del tiranno fu così grande alla vista della sua immagine reale da spingerlo a contemplare seriamente la possibilità di disfarsi del suo potere assoluto per lasciare ad altri il peso dell’eredità di Lenin.

Molotov, Mikojan e Berija accolsero lo sfogo di Stalin con un misto di incredulità e di sgomento, poi si sforzarono per trovare argomenti per rincuorare l’uomo che ammiravano e temevano più di ogni altro. Dopo averlo lasciato solo nella sua dacia si convinsero di aver assistito soltanto ad un cedimento momentaneo in cui il loro idolo, sopraffatto dalla stanchezza, aveva pronunciato la parola dimissioni per dare maggiore enfasi al suo tormento interiore. A mezzogiorno del 29 giugno, quando Stalin non si presentò come al solito al Cremlino, tale certezza cominciò a vacillare per poi svanire del tutto nelle ore successive. Nel pomeriggio lo smarrimento si impossessò dei magnati del regime che tempestarono di domande il torvo e meticoloso Poskrebyšev, capo della segreteria personale di Stalin, ottenendo sempre la stessa risposta: “Il compagno Stalin non c’è e non so quando tornerà”. Tentarono allora di mettersi in contatto telefonico con Kuntzevo, ma la linea non era attiva.

Intanto la guerra infuriava sul suolo sovietico, Leopoli, nella Galizia occidentale, cadeva nelle mani della Wehrmacht, e Stalin amareggiato, frastornato ed insonne ciondolava nel giardino della sua dacia, in un volontario isolamento dal resto del mondo.

Anche la giornata del 30 giugno trascorse senza che Stalin avvertisse la necessità di dare notizie di sé. Il vuoto di potere al vertice del regime si fece di ora in ora più grande, poiché nessuno dei magnati osava assumersi la responsabilità di prendere decisioni senza l’approvazione di Stalin. Anni di terrore avevano insegnato a tutti i dirigenti che l’iniziativa personale poteva essere confusa facilmente con il tradimento.

Il prolungarsi della completa paralisi dell’apparato dello stato finì comunque per vincere ogni timorosa prudenza, costringendo i vertici della nomenclatura sovietica ad accettare il rischio di incorrere nell’ira del tiranno. La strategia per superare il crollo nervoso di Stalin fu elaborata da Berija che in serata si riunì con Malenkov e Vorošilov nell’ufficio di Molotov. L’astuto e sanguinario capo della macchina repressiva del regime propose la costituzione di un nuovo gabinetto di guerra, un Politburo speciale composto da un numero ristretto di membri e dotato di ampi poteri, la cui presidenza doveva essere offerta a Stalin. L’idea di Berija era brillante, non escludeva Stalin, allontanando così una possibile accusa di cospirazione, ed al tempo stesso poneva le premesse per una gestione collegiale del potere nel caso in cui il suo ritiro si fosse rivelato irrevocabile.

Il capo di Stato Maggiore generale Zukov

Molotov e gli altri dirigenti si dichiararono d’accordo e non fecero obiezioni all’autopromozione di Berija, tra gli ultimi arrivati nell’olimpo del potere sovietico, al rango di membro del Politburo. Era un alleato troppo prezioso per umiliarlo frustrandone le ambizioni. Unanime fu anche la scelta di Molotov, che conosceva Stalin fin da prima della rivoluzione, come portavoce del gruppo dei congiurati, a cui si aggiunsero Voznesenskij, il giovane esperto di economia da poco nominato vicepresidente dell’esecutivo, il consiglio dei commissari del popolo, e Mikojan.

Dopo aver messo frettolosamente da parte antipatie, diffidenze e rivalità, i più smaliziati cortigiani del regime e gli astri nascenti del partito si recarono, con Molotov in testa, a Kuntzevo ad affrontare Stalin. Lo trovarono stanco, cupo e smagrito, quasi rassegnato a subire il castigo per i propri errori, finché la proposta di Molotov di assumere la guida del gabinetto di guerra non gli aprì uno spiraglio inatteso. La tensione scomparve improvvisamente dal volto del tiranno che manifestò la ritrovata lucidità assegnando a ciascuno dei dirigenti precisi compiti nel neonato comitato di Difesa, così come nel governo.

La ripresa di Stalin fu altrettanto repentina del suo crollo, giustificando il sospetto che i due giorni di isolamento trascorsi a Kuntzevo non fossero altro che uno stratagemma per verificare la lealtà e la fiducia dei suoi uomini, un passo indietro per cancellare i grossolani errori commessi nella valutazione delle intenzioni di Hitler e riaffermare la propria insostituibilità. E’ difficile credere che Stalin abbia potuto simulare il suo stato di prostrazione psicofisica, riuscì comunque a sfruttarlo abilmente per ritornare al potere più forte ed incontrastato di prima.

Il 1° luglio la stampa di regime diede grande enfasi alla costituzione del comitato statale di Difesa (GKO). Due giorni più tardi, Stalin parlò per radio al suo popolo, sforzandosi di toccare le corde del patriottismo. Si rivolse a milioni di ascoltatori chiamandoli non solo “compagni” e “cittadini” come di consueto, ma anche “fratelli e sorelle”, “miei amici”, attribuì i successi ottenuti dalla Wehrmacht nelle ultime settimane alla perfidia della Germania nazista, colpevole agli occhi del mondo intero di un attacco a sorpresa contro un paese pacifico con cui aveva stipulato un patto di non aggressione. Mescolando nobili ragioni ideali e realismo politico, assolse sbrigativamente sé stesso ed il suo governo dall’accusa di aver commesso un errore dando fiducia alla Germania. Da un lato l’aspirazione alla pace, dall’altro la necessità di guadagnare tempo per organizzarsi militarmente avevano convinto l’Unione Sovietica a firmare il patto di non aggressione con la Germania, pur sapendo che Hitler e Ribbentrop erano dei “mostri” e dei “cannibali”. Implicitamente Stalin non si spinse oltre l’ammissione di aver calcolato male i tempi con cui la Germania avrebbe mostrato il suo vero volto di potenza fascista ed imperialista. Dedicò la parte più trascinante del suo discorso all’invocazione della riscossa contro l’invasore “feroce ed implacabile”, il cui obiettivo era ridurre in schiavitù il popolo sovietico. Esortò quindi ogni cittadino ad impegnarsi nella guerriglia, a braccare ed annientare il nemico che stava profanando il sacro suolo della patria, dando prova di quelle qualità che Lenin considerava distintive degli uomini sovietici: “il coraggio, l’ardimento, l’intrepidezza nella lotta”. Non rinunciò infine ad evocare il suo strumento prediletto di governo, il terrore: “Dobbiamo organizzare una lotta implacabile contro ogni specie di disorganizzatori delle retrovie, disertori, allarmisti, propalatori di voci… Bisogna immediatamente deferire al Tribunale militare senza riguardo per nessuno, tutti quelli che, diffondendo il panico e dando prova di codardia, ostacolano la difesa.”. E non fu una vana minaccia.


Bibliografia

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