IL PASSO INDIETRO DI STALIN

All’alba del 22 giugno 1941, oltre tre milioni di soldati tedeschi, organizzati in 148 divisioni, schierate su di un fronte di quasi tremila chilometri dal Mar Baltico al Mar Nero, erano in attesa dell’ordine di attacco. La forza d’urto era garantita da 7184 pezzi d’artiglieria, 3580 mezzi corazzati e circa 2700 aerei, la mobilità da 600.000 autocarri e da 650.000 cavalli. Dall’altra parte del confine, in territorio sovietico regnava la calma. Quella notte l’espresso Mosca-Berlino ed un treno merci che trasportava grano diretto ai magazzini tedeschi erano partiti in perfetto orario. A Mosca così come nelle città di confine i concerti e le rappresentazioni teatrali in programma per quella calda serata d’estate si erano svolti regolarmente.

Tra le 4 e le 4,30 del mattino, ora di Mosca, le artiglierie tedesche aprirono il fuoco lungo tutto il fronte, la Luftwaffe si avventò sui campi d’aviazione sovietici, distruggendo un gran numero di velivoli ancora ricoverati negli hangar oppure schierati in formazione da parata ai margini delle piste; le città di Kovno, Minsk, Rovno, Odessa, Sebastopoli, così come la base navale di Libava sul Baltico, furono sottoposte a pesanti bombardamenti. Lo stesso giorno, 129 anni prima, Napoleone aveva attraversato la frontiera russa dirigendo le sue armate verso Mosca.

Al centro Stalin tra il commissario agli Esteri Molotov ed il maresciallo Vorošilov

Le 170 divisioni dell’Armata Rossa schierate lungo i confini, forti di oltre due milioni e mezzo di uomini, si mostrarono incapaci di reagire, paralizzate dalla sorpresa e dalla mancanza di ordini.

Mentre tuonavano i cannoni e sibilavano le bombe, Stalin dormiva profondamente nella sua dacia di Kuntzevo alle porte di Mosca. Si era trattenuto fino a tardi al Cremlino cercando di interpretare i segnali inquietanti che negli ultimi giorni erano giunti dalle regioni di frontiera e persino dal cuore stesso della capitale. Le donne ed i bambini presenti nell’ambasciata tedesca erano stati frettolosamente rimpatriati. I documenti riservati dell’ambasciata erano stati bruciati generando una densa colonna di fumo biancastro che era stata notata dai vigili del fuoco moscoviti. Il 20 giugno numerose navi mercantili tedesche erano salpate dal porto di Riga, molte di esse senza aver neppure scaricato le loro merci sulle banchine. I voli di ricognizione della Luftwaffe in territorio sovietico, già frequenti, si erano moltiplicati esasperando il maresciallo Timošenko, commissario del popolo alla Difesa, che da settimane, se non da mesi, tentava, senza successo, di convincere Stalin dell’imminenza dell’attacco tedesco. Sfidare apertamente le convinzioni del tiranno era un esercizio estremamente pericoloso che poteva costare la vita anche ad un maresciallo o ad un commissario del popolo. I precedenti per indurre anche i più temerari alla cautela non mancavano. I vertici militari avevano già versato un pesante tributo di sangue alla diffidenza paranoica di Stalin.

Nel maggio del 1937 uno dei più brillanti e dinamici ufficiali dell’Armata Rossa, il maresciallo Tuchačevski, che si era impegnato nella creazione di forze meccanizzate, attirandosi le critiche velenose dei conservatori, era stato arrestato con il pretesto che il suo nome era stato citato nella confessione di alcuni “traditori” incarcerati nei mesi precedenti. I sospetti che Stalin nutriva fin dai tempi della guerra civile verso un ufficiale intraprendente, ambizioso e carismatico come Tuchačevski si erano rafforzati in seguito all’accusa, sussurrata dai marescialli Vorošilov e Budënnyj, intimi amici del tiranno, secondo cui dietro l’ammirazione per la meccanizzazione dell’esercito tedesco poteva celarsi il tradimento. A soffiare sul fuoco dei sospetti avevano contribuito anche i servizi segreti nazisti, determinati a sfruttare ogni occasione propizia per disarticolare i vertici dell’Armata Rossa. Attraverso l’ambasciata sovietica a Praga, Heydrich, capo del servizio informazioni delle SS, aveva fatto pervenire a Stalin false prove contro Tuchačevski. Tali prove contraffatte tuttavia non erano state utilizzate, in quanto la diffidenza del tiranno contro il maresciallo ed i vertici militari era già ben radicata e non necessitava di riscontri documentali. Le periodiche purghe del regime nascevano prima di tutto nella mente patologicamente sospettosa di Stalin e poi si ingigantivano grazie alle confessioni degli imputati sino ad assumere dimensioni così vaste da essere svincolate da qualsiasi legame con la realtà.

Per misurare la distanza tra l’ammirazione ed in tradimento, Stalin aveva ordinato alla polizia politica prima di compromettere il maresciallo con la testimonianza di alcuni controrivoluzionari già rinchiusi alla Lubjanka e poi di torturarlo. A dispetto di ogni verosimiglianza, Tuchačevski aveva confessato di essere un agente al soldo della Germania, in combutta con Bucharin per la conquista del potere. Il suo reclutamento era stato fatto risalire al 1928 ad opera di Enukidze, un vecchio bolscevico come Bucharin, ormai smascherato come nemico del popolo.

La verosimiglianza non era in cima alle preoccupazioni di Stalin. Al contrario, per placare, almeno temporaneamente, le sue ossessioni sanguinarie gli occorreva che i più disparati nemici dell’Unione Sovietica, cioè del suo personale potere, risultassero uniti da un solo tentacolare disegno eversivo. La logica e l’evidenza dovevano essere sacrificate senza esitazioni per costruire una realtà fantasiosa in cui tutti i traditori erano coalizzati contro il “paradiso” socialista edificato e protetto dal compagno Stalin.

Sulle pagine della deposizione di Tuchačevski, conservata negli archivi, compaiono alcune macchie marroni: gli esami condotti hanno rivelato che si tratta di sangue schizzato in seguito a colpi inferti con un oggetto contundente. Metodi investigativi così brutali consentivano di estendere oltre ogni limite la schiera dei traditori. Ad ogni confessione estorta a colpi di manganello corrispondeva un elenco di complici insospettabili che a loro volta svelavano altre trame e fornivano nuove vittime ai torturatori ed ai carnefici. Nessuno, eccetto Stalin, poteva bloccare un meccanismo così inesorabile che si autoalimentava divorando il popolo sovietico a cominciare dalla sua classe dirigente e facendo il vuoto attorno al tiranno, un vuoto da riempire con uomini disposti alla più cieca obbedienza ed allo scrupoloso rispetto della regola: ugadat, ugodit, utselet; intuire, accontentare, sopravvivere.

 

Il maresciallo Budënnyj

Il 1° giugno 1937 Stalin aveva convocato al Cremlino un centinaio di comandanti militari per comunicare loro la sconvolgente notizia che l’alto comando era in gran parte costituito da agenti al servizio di Hitler. A dimostrazione della vastità della cospirazione politico-militare di matrice fascista alcuni alti ufficiali erano stati arrestati al termine di quella stessa riunione. Il 12 giugno Tuchačevski era stato fucilato protestando in extremis la propria innocenza e la propria fedeltà a Stalin. Nei mesi seguenti la stessa sorte era toccata a molti altri ufficiali superiori: 13 generali d’armata su 15; 8 ammiragli su 9; 50 generali di corpo d’armata su 57; 154 generali di divisione su 186; 16 commissari d’armata su 16; 25 commissari di corpo d’amata su 28. Tra la primavera del 1937 e l’autunno del 1938 almeno 30.000 ufficiali su di un totale di 178.000 erano stati arrestati, molti di essi, il cui numero esatto è ancora oggi sconosciuto, erano stati giustiziati. Dei cinque marescialli dell’Armata Rossa all’epoca in servizio erano sopravvissuti alla purga soltanto due: Vorošilov e Budënnyj, entrambi strenui difensori delle cariche di cavalleria ed estimatori dei treni blindati contro l’idiozia delle divisioni corazzate invocate da Tuchačevski.

I due marescialli superstiti non brillavano per la loro competenza professionale, in compenso non avevano rivali nel dimostrare a Stalin una fedeltà canina. Provenivano dalle file del proletariato, Vorošilov era entrato in fabbrica a quindici anni, Budënnyj aveva dissodato i campi ed in seguito era stato arruolato nella cavalleria zarista. Durante la guerra civile avevano dato prova di spirito di iniziativa nell’organizzare le forze bolsceviche, nonché di coraggio sui campi di battaglia. Nel 1918 a Tzaritzyn, la futura Stalingrado, avevano conosciuto Stalin, appena nominato da Lenin commissario con ampi poteri per strappare la regione del Basso Volga ai controrivoluzionari. Il georgiano aveva inaugurato il suo incarico ordinando la fucilazione di tutti i sospetti traditori nelle file bolsceviche. Vorošilov e Budënnyj avevano appoggiato con entusiasmo la sua spietata determinazione e da allora non avevano più smesso di assecondarlo prontamente in ogni sua decisione, traendone crescenti benefici in termini di carriera. Aver condiviso con Stalin gli anni eroici della guerra civile conferiva ai due alti ufficiali una posizione del tutto particolare all’interno dell’Armata Rossa. I loro invidiati privilegi consistevano nella familiarità con il tiranno, a cui si rivolgevano chiamandolo per nome e patronimico, Iosif Vissarionovic, ed in una certa libertà di parola. Almeno in un’occasione Vorošilov aveva abusato del privilegio alla franchezza concesso ai vecchi compagni, spingendosi temerariamente sino ai limiti dell’insubordinazione. Durante la campagna contro la Finlandia aveva respinto i rabbiosi rimproveri di Stalin per gli umilianti insuccessi riportati dall’Armato Rossa urlandogli in faccia: “Devi prendertela con te stesso per quanto è accaduto. Sei stato tu a distruggere la vecchia guardia del nostro esercito, a far uccidere i nostri migliori generali!”. Poi aveva sfogato la rabbia a lungo repressa afferrando un piatto di portata con un maialino arrosto e lo aveva scaraventato sulla tavola mandandolo in frantumi. Un altro cortigiano avrebbe pagato con la vita un simile affronto, Vorošilov invece era stato perdonato e si era quindi sentito in dovere di ricambiare la clemenza di Stalin con rinnovato zelo servile. Rispetto alla minaccia di invasione da parte della Germania, Vorošilov e Budënnyj si erano mostrati scrupolosi e solleciti nel fare propria la visione staliniana.

Posti difronte all’evidenza dei fatti il commissario del popolo Timošenko, che aveva da poco ottenuto le spalline da maresciallo grazie alla protezione di Kruscëv, ed il capo di stato maggiore Žukov, che era scampato all’epurazione dell’alto comando per i buoni uffici di Budënnyj, avevano invece esitato ad inchinarsi alle convinzioni di Stalin. Appena pochi giorni prima dell’inizio dell’invasione nazista avevano implorato per l’ultima volta il tiranno ad ordinare lo stato di massima allerta alle truppe schierate lungo le frontiere, ottenendo non solo un rifiuto, ma anche un minaccioso avvertimento a desistere da ogni iniziativa provocatoria contro la Germania. I trasgressori della sua volontà si sarebbero macchiati di tradimento e sarebbero stati giustiziati.

Da sinistra a destra Tuchacevski, Budennyj (in piedi), Vorosilov, Bljucher (in piedi), Egorov

Stalin si era lasciato ingannare dalla presunta infallibilità del suo fiuto politico, convincendosi che Hitler non avrebbe avuto alcun interesse ad infrangere il patto Ribbentrop-Molotov prima del 1942, cioè prima di aver trionfato definitivamente sulla Gran Bretagna. Riteneva che con la spartizione della Polonia la Germania si fosse garantita la sicurezza ad est, perciò escludeva che potesse ripetere l’errore di impegnarsi in una guerra su due fronti. Soltanto un imprevedibile incidente di frontiera oppure una aperta provocazione avrebbero potuto costringere Hitler a cedere all’impazienza dei suoi generali per aprire il fronte orientale. Il tiranno georgiano aveva troppa stima del genio strategico di Hitler e soprattutto delle proprie capacità divinatorie per lasciarsi impressionare sia dai vistosi movimenti di truppe tedesche alle frontiere sovietiche, segnalati ogni giorno con maggiore apprensione da Timošenko e da Žukov, sia dai molteplici rapporti dei servizi segreti. Forse più di un centinaio di informative, talvolta molto dettagliate, sul piano di invasione tedesco avevano raggiunto il Cremlino, ma Stalin non ne aveva ritenuta attendibile neppure una, liquidandole come parte di una vasta operazione di provocazione e disinformazione volta a trascinare l’Unione Sovietica nel conflitto. Nella sua mente ossessionata dall’ombra del complotto, il regista di tale macchinazione non poteva essere che un nemico giurato del socialismo come Winston Churchill, determinato a ricorrere a qualsiasi espediente pur di alleggerire la pressione sull’impero britannico.

Già nell’estate del 1940, basandosi unicamente sulle sue valutazioni strategiche, il premier britannico aveva tramesso a Stalin la sua previsione di un imminente espansione ad est della Germania nazista. Quel primo vago avviso anziché favorire l’adozione di opportune contromisure militari, aveva generato la teoria del complotto britannico per minare l’amicizia tra Mosca e Berlino. Per allontanare da sé ogni possibile sospetto di collusione con i nemici della Germania, Stalin non aveva esitato a trasmettere all’ambasciata tedesca le provocatorie previsioni di Churchill. Nei mesi successivi, man mano che si moltiplicavano gli avvertimenti britannici ed anche americani sulle segrete intenzioni di Hitler, aveva perseverato nella sua politica di trasparenza nelle relazioni con la Germania, accrescendo al tempo stesso la sua diffidenza verso le potenze occidentali. I successi ottenuti dai servizi di informazione britannici nella decrittazione delle comunicazioni della Wehrmacht avevano reso i moniti inviati a Mosca via via più circostanziati e perciò ancora più inattendibili e provocatori agli occhi di Stalin. Una decina di giorni prima dell’avvio dell’operazione Barbarossa, Churchill aveva inoltrato al Cremlino un dettagliato rapporto sull’esatta disposizione di un numero considerevole di unità tedesche ammassate lungo i confini sovietici. Anche quel rapporto era stato ignorato come gli altri.

Neppure le informazioni raccolte dall’intelligence sovietica a conferma di quelle britanniche avevano scalfito le granitiche convinzioni del compagno Stalin. Gli uomini ai vertici dei servizi segreti erano sopravvissuti alle purghe degli ultimi anni grazie alla loro maestria nell’arte di assecondare il tiranno. Pertanto, Berija, che guidava la potentissima NKVD incaricata di garantire la sicurezza del regime, il suo protetto Merkulov, appena nominato capo del controspionaggio, ed il generale Kolikov, comandante dei servizi segreti dell’Armata Rossa, avevano compiuto ogni sforzo per presentare i rapporti dei loro agenti sul campo come una conferma della vastità della manovra provocatoria ideata dai britannici e sfruttata abilmente, all’insaputa di Hitler, da un ristretto gruppo di generali guerrafondai. Il loro servilismo, acuito dall’istinto di conservazione, aveva del tutto vanificato il lavoro di numerosi agenti che erano riusciti per tempo a raccogliere una massa imponente di informazioni preziosissime.

Stalin raffigurato dalla propaganda come timoniere

Le grida di allarme più rilevanti sull’attacco tedesco erano state lanciate da Richard Sorge, un giornalista tedesco di madre russa inviato a Tokyo, e dalle reti di spie in Germania, ben infiltrate soprattutto all’interno della Luftwaffe. Sorge, che godeva di una consolidata reputazione di fervente nazista, aveva in realtà abbracciato con entusiasmo la causa del comunismo fin dagli anni ’20. Dopo essersi laureato a Berlino, nel 1924 si era trasferito a Mosca e l’anno seguente era stato arruolato dall’intelligence sovietica. Aveva dato prova della sua fedeltà e della sua efficienza creando una rete spionistica a Shanghai all’inizio degli anni ’30, poi era stato destinato a Tokyo, dove non aveva tardato ad ingraziarsi i funzionari dell’ambasciata tedesca, entrando così in possesso di documenti riservati. Nel maggio del 1941 aveva preannunciato che nove armate comprendenti 150 divisioni erano in procinto di muovere contro l’Unione Sovietica. Stalin ancora una volta aveva inveito contro la campagna di provocazioni orchestrata ai suoi danni, gettando Sorge nel più profondo sconforto.

 

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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