Il nuovo Iran, che non ti aspetti

Per decenni, le maggiori potenze mondiali hanno sostenuto che era necessario “imporre” con la forza la democrazia e la pace in alcuni paesi mediorientali. La fuga precipitosa delle truppe “alleate” dall’Afghanistan, è solo l’ennesima dimostrazione che questo sistema non funziona.
Anche nel vicino Iran sono in atto cambiamenti radicali. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, per decenni si è cercato di imporre al paese un regime totalitario. Ma senza riuscirci: i fallimenti sono stati più dei successi. La chiusura delle frontiere (fisiche e non) e l’adozione di norme strettamente legate alla fede islamica hanno causato problemi difficili da gestire. Per anni il paese è rimasto isolato. Oggi, però, in Iran è in atto un profondo cambiamento. Una rivoluzione/evoluzione lenta, inarrestabile, senza alcun ricorso a forme di violenza o a restrizioni internazionali. Un cambiamento che riguarda sia la politica interna che i rapporti con gli altri paesi.
La dura politica interna adottata dal governo non è più tollerata. Col tempo, in Iran, il modo di accettare la religione “istituzionale” è cambiato.  A confermarlo un rapporto realizzato dal Group for Analyzing and Measuring Attitudes in IRAN (Gruppo iraniano di studi sull’opinione – GAMAAN – Il gruppo per l’analisi e la misurazione degli atteggiamenti in IRAN ) in collaborazione con Ladan Boroumand, co-fondatore dell’Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran. Lo studio, basato su 23 domande e riguardante l’ “atteggiamento verso la religione” e i dati demografici, è stato condotto con la collaborazione di professori delle università olandesi di Tilburg e di Utrecht. Sorprendenti i risultati. A cominciare dalla modalità di raccolta dei dati. Ufficialmente, in Iran, il 99,5% della popolazione sarebbe di religione musulmana. Convinti che questo dato potesse essere frutto più della paura di esprimere apertamente giudizi contro lo stato che altro, i ricercatori hanno deciso di tenere le interviste garantendo l’anonimato degli intervistati e operando online. I ricercatori hanno selezionato un gruppo di quasi 40.000 persone che è stato poi ponderato e bilanciato rispetto alla popolazione utilizzando cinque variabili demografiche. I risultati hanno dimostrato che avevano ragione. Del resto, la stessa possibilità di utilizzare questo metodo di indagine è indicativa del cambiamento in atto in Iran: i tassi di alfabetizzazione sono aumentati e così l’accesso a internet, ormai paragonabile a quelli di paesi sviluppati come l’Italia (sono circa 60 milioni gli utenti, il 70% degli adulti è iscritto ad almeno una piattaforma di social media e il loro numero è in aumento). Altro dato indicativo, la partecipazione multietnica al sondaggio: hanno partecipato curdi, arabi, sufi e altri gruppi.
Contrariamente a quanto riportano i numeri del censimento ufficiale (99,5% della popolazione musulmana), solo il 40% degli iraniani si identifica come “musulmano”. Di questi, il 5% afferma di essere musulmano sunnita e il 3% musulmano sufi. Ma non basta. Quasi un decimo della popolazione (9% ) dichiara di essere ateo. E un 7% parla genericamente di spiritualità. L’8% dichiara di essere zoroastriano e l’1,5% di essere cristiano. Un altro dato mostra “numeri” diversi da quelli ufficiali: secondo le ultime statistiche del governo, i cristiani armeni e assiri, in Iran, sarebbero 117.700. Ma secondo i dati del GAMAAN, il loro numero sarebbe molto maggiore: “diverse centinaia di migliaia e cresce oltre il milione”.
Si tratta di numeri che dimostrano che in Iran sono in atto cambiamenti radicali: il 47% degli intervistati provenienti da famiglie religiose ha ammesso di aver perso la propria fede nel corso della vita (il 6% ha cambiato religione). A confermare (indirettamente) questi numeri, un terzo degli intervistati ha dichiarato di bere alcolici (occasionalmente), oltre il 60% di non eseguire le preghiere obbligatorie quotidiane dei musulmani e una percentuale simile di non aver osservato il digiuno durante il Ramadan (la maggior parte, però, ha dichiarato di non averlo fatto per “malattia”). Il dato più sorprendente, forse, è quello riguardante la visione critica del sistema di governo legato alla religione: il 68% degli intervistati ha dichiarato che la religione dovrebbe essere esclusa dalle leggi. Il 72% ha detto che la legge che obbliga le donne a indossare l’hijab, il velo islamico, dovrebbe essere abolita. Nonostante le diffuse politiche illiberali sulla diversità religiosa, il 43% degli intervistati ha dichiarato che nessuna religione dovrebbe avere il diritto di fare proselitismo in pubblico e il 41% che ogni religione dovrebbe potersi manifestare in pubblico.
I risultati del rapporto indicano che l’immagine più diffusa dell’Iran è diversa da quella reale. E che nel paese sono in atto cambiamenti profondi. Un processo lungo e lento iniziato molti anni fa: già nel 2004, Wybo Nicolai, dell’Associazione Open Doors International, parlò di una insolita crescita del numero delle chiese. Nel 2005, le Nazioni Unite istituirono la Revisione periodica universale (con sede a Ginevra) che avrebbe dovuto valutare lo stato dei diritti umani di ogni nazione ogni 4 o 5 anni. Durante la sessione di febbraio, per la prima volta le raccomandazioni per l’Iran includevano il trattamento dei “cristiani convertiti”. “Cerchiamo di costruire relazioni con i diplomatici per quanto consentito”, ha affermato Wissam al-Saliby, direttore dell’advocacy per l’Alleanza evangelica mondiale. “La vera novità non è il numero dei cristiani”, ha affermato Johannes de Jong, direttore del think tank Sallux (“Salt-Light” in latino), affiliato al Movimento politico cristiano europeo. “È la massiccia secolarizzazione della società iraniana nel suo insieme”. Oggi, “l’Islam in Iran è un sistema politico, non una fede abbracciata da nessuna maggioranza”, ha affermato de Jong, che ha lavorato con richiedenti asilo iraniani e politici dell’opposizione negli ultimi 20 anni. “Un Iran libero vedrebbe un’implosione dell’Islam e un aumento molto significativo del cristianesimo, dello zoroastrismo e dell’ateismo”. “Gli iraniani sono attratti dal cristianesimo perché pensano che sia parte integrante dell’Occidente libero, laico e democratico”, ha aggiunto.
Un cambiamento radicale del quale ha dovuto rendersi conto anche il governo centrale. A luglio 2021, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI) ha organizzato una conferenza di tre giorni per discutere del futuro dell’Iran e delle prospettive di un cambio di governo.
In tutto il paese, da tempo ormai sono in atto manifestazioni e proteste. Bruce McColm, direttore dell’Institute for Democratic Strategies, ha parlato di “una crescita praticamente senza precedenti in quei disordini, con una rivolta nazionale che comprendeva più di 100 località, nel gennaio 2018 e un’altra che era quasi due volte più grande nel novembre 2019”. I manifestanti scandivano slogan come “morte al dittatore” e chiedevano cambiamenti di governo. Da allora questo messaggio è apparso in molte manifestazioni (su scala minore) ed è diventato il punto focale del boicottaggio delle elezioni parlamentari e presidenziali. Peso non indifferente ha avuto l’opposizione al regime iraniano dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (PMOI/MEK). Nel 2018, il leader del regime, Ali Khamenei, ha accusato il MEK di aver “pianificato per mesi” le proteste in tutto l’Iran e diffuso slogan anti-governativi. Per questo il movimento è stato messo al bando. Ma lo stesso governo ha messo in guardia sul potenziale del MEK di continuare ad operare in sordina per espandere “il proprio profilo sociale”.
Col tempo anche l’oggetto delle proteste è cambiato: non più concentrato su temi specifici (come i salari governativi o il livello di povertà, la cattiva gestione delle risorse, la carenza d’acqua e i blackout), ora è incentrato su un cambiamento radicale del modo di gestire il paese. A luglio 2021, nel corso di una conferenza, Maryam Rajavi, presidente del CNRI, ha sottolineato che è questa la forza trainante dietro l’aumento di “ostilità e inimicizia tra il regime iraniano e la società”. Una crisi interna che ha fatto tornare a galla le terribili violazioni dei diritti umani nelle quali potrebbe essere coinvolto il presidente Ebrahim Raisi (tra le quali il massacro di 30.000 prigionieri politici in Iran nel 1988, e la repressione della rivolta del 2019 durante il suo ruolo di capo della magistratura).
Anche a livello internazionale i cambiamenti in atto appaiono importanti. “L’Iran sta ripensando il suo ruolo nella regione”, ha detto Walter Posch, esperto di Medio Oriente presso l’Accademia nazionale di difesa di Vienna. All’improvviso, il governo iraniano si è accorto di disporre di molte più risorse di quante si pensava (e anche di quelle che pensavano gli avversari storici). Il governatore della Banca centrale iraniana ha rivelato che, negli ultimi 8 mesi, rispetto al 2020, le esportazioni non petrolifere del regime (in gran parte metalli e prodotti petrolchimici) sono aumentate del 45%. E questo nonostante le sanzioni internazionali. E le riserve di scambio accessibili sono aumentate di 27 miliardi di dollari (un aumento di oltre il 750%). Le politiche straniere di destabilizzare l’Iran non sembrano aver avuto alcun effetto. Anzi il ruolo del paese nello scenario internazionale è cresciuto in positivo.
Quello dei rapporti internazionali è forse la dimostrazione più sorprendente dei cambiamenti in atto in Iran. Già prima del ritiro delle truppe internazionali dall’Afghanistan, l’Iran aveva avviato negoziati con i rappresentanti dei talebani (tra i talebani, tuttavia, sembra aver prevalso l’ala radicale ed è in atto un acceso dibattito sulle politiche adottate dal nuovo governo proprio lungo il confine con l’Iran). Recentemente l’Iran ha ospitato un incontro con Afghanistan e Russia per discutere del futuro politico dell’Afghanistan devastato dalla guerra e della formazione di un nuovo governo. Alla conferenza, organizzata dal Ministero degli Esteri iraniano, hanno partecipato anche i ministri degli Esteri di Iran, Cina, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan. Un ruolo importante per tutti i paesi presenti, ma soprattutto per l’Iran che con l’Afghanistan condivide un confine lungo quasi 1.000 chilometri. La popolazione iraniana è a maggioranza sciita. Le minoranze sunnite vivono prevalentemente vicino al confine con l’Afghanistan. Mantenere buoni rapporto con il nuovo governo afgano potrebbe significare non correre rischi derivanti dai sunniti che da tempo si lamentano della discriminazione da parte delle autorità iraniane anche a causa delle infrastrutture fatiscenti vicino al confine afghano, le più povere e meno sviluppate dell’Iran (anche a causa della mancanza di strutture sanitarie ed educative). “L’Iran vuole la pace con l’Afghanistan”, ha dichiarato recentemente il portavoce del ministero degli Esteri, Said Chatibsadeh. Oltre frontiera, a fargli eco, è stato il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid che ha accolto con favore l’iniziativa di Teheran e ha espresso la speranza che il suo esito possa essere utile per l’Afghanistan.
Incontri internazionali che non hanno solo un ritorno geopolitico ma anche economico. Il 28 novembre 2021, ad Ashgabat, si sono svolti i lavori del XV vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica (ECO). Durante gli incontri, i leader di Azerbaigian, Iran e Turkmenistan hanno sottoscritto un accordo per lo scambio di gas ponendo fine sul blocco sulle forniture di gas tra Turkmenistan e Iran che vigeva dal 2016 (a causa delle lamentele sul petrolio non pagato di oltre un decennio prima).  Un documento estremamente importante anche dal punto di vista strategico: l’Iran meridionale possiede le seconde più grandi riserve di petrolio e gas naturale del mondo (dopo quelle della Russia). E i depositi offshore nel Mar Caspio sono tra i più grandi in assoluto: i giacimenti di gas Chalous nel Mar Caspio rappresentano la decima più grande riserva al mondo (con un valore di 5,4 trilioni di dollari). Questa regione, da sola, potrebbe servire il 52% del fabbisogno di gas naturale dell’Europa per 20 anni. Aspetto geopolitico non secondario: gli accordi firmati hanno visto il coinvolgimento di russi e cinesi.
Le iniziative dell’Iran sui mercati internazionali non riguardano solo il gas. Oggi, in tutto il mondo, il trasporto di merci e materie prime merci ha un peso strategico non indifferente. E l’Iran sembra averne compreso l’importanza. Al vertice ECO, sono stati firmati accordi per accelerare il mega-progetto dell’International North South Transportation Corridor (INSTC), che coinvolge Russia, Asia centrale, Azerbaigian, Europa, Turchia, Afghanistan, India e Iran. Si tratta di un sistema di transito multi-modale di 7.200 km molto in sinergia con la Belt and Rado Initiative (BRI) cinese. Sempre il 28 novembre, Iran-Kazakistan-Turkmenistan hanno firmato un memorandum d’intesa per costruire una nuova ferrovia che si aggiungerà alla ferrovia di 917 km che va da Ozen (in Kazakistan) a Gorgan (in Iran) passando per il Turkmenistan.  Altro accordo importante (firmato il 10 dicembre) prevede la creazione di una rotta di transito Iran-Azerbaigian-Georgia per collegare il Golfo Persico con il Mar Nero. Una volta completata, consentirà alle merci di spostarsi dai porti meridionali dell’Iran verso l’Europa centrale direttamente via terra. Il 12 novembre, i leader iraniani, turchi ed emiratini hanno firmato un nuovo accordo di cooperazione per iniziare i lavori per un nuovo corridoio per il trasporto tra le tre nazioni delle merci che arrivano dagli Emirati Arabi Uniti al porto iraniano Shahid Rajaee, e che vengono poi trasportate via terra in Turchia e da lì in Europa, restando fuori dalle rotte marittime convenzionali. Un mega progetto che fa parte del più ampio INSTC che proprio la scorsa estate ha visto il primo carico arrivare in India dalla Finlandia passando attraverso l’Iran.
Oltre a costruire nuove reti per il trasporto di merci ed energia tra i rivali storici, il 21 ottobre, i leader di Turchia e Iran hanno firmato un altro accordo strategico che riguarda la sicurezza.  Il ministro dell’Interno iraniano Vahidi ha detto: “I legami Iran-Turchia accelereranno. I due stati porranno fine insieme all’instabilità regionale e sventoleranno i complotti nemici. I due paesi non permetteranno ad altri di interrompere le loro relazioni”.
Iran e Emirati Arabi Uniti hanno deciso di “aprire una nuova pagina nelle relazioni Iran-Emirati Arabi Uniti”: a dicembre, dopo aver incontrato alcuni delegati degli Emirati Arabi Uniti a Teheran, il presidente iraniano ha dichiarato: “La sicurezza dei paesi della regione è intrecciata e l’Iran sostiene gli stati costieri del Golfo Persico. Non ci dovrebbero essere ostacoli nelle relazioni tra i due paesi musulmani dell’Iran e degli Emirati Arabi Uniti, e queste relazioni non devono essere influenzate da estranei”. Dal canto suo, il rappresentante degli Emirati Arabi Uniti ha detto: “Siamo i figli di questa regione e abbiamo un destino comune, quindi lo sviluppo delle relazioni tra i nostri due paesi è nella nostra agenda … speriamo che inizi un nuovo capitolo delle relazioni con i nostri due Paesi”. (fonte)
Tutto ciò dimostra che in Iran sono in atto profondi cambiamenti con nuovi scenari sia interni che soprattutto verso l’estero: sono in corso negoziati per la creazione di una zona di libero scambio permanente tra l’Unione economica eurasiatica (EAEU) e l’Iran (zona di libero scambio Iran-EAEU). Una volta definito, questo accordo potrebbe creare grandi opportunità visto che copre un mercato con miliardi di consumatori. Alla fine di Dicembre 2021, si è tenuta una videoconferenza tra la Camera di commercio e industria bielorussa e la Camera di commercio, industria, miniere e agricoltura iraniana di Zanjan nel quale le parti hanno espresso interesse per una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, hanno presentato il potenziale economico delle regioni e hanno concordato di scambiare proposte commerciali di affari bielorussi e iraniani.
“Penso che se concentriamo la nostra attenzione sui paesi dell’Est, in particolare quelli dell’Asia centrale, dell’Asia orientale e dell’Europa orientale, invece di concentrarci sull’Occidente, possiamo sicuramente beneficiare del loro notevole potenziale economico”, ha dichiarato il deputato iraniano Mohsen Zanganeh, “Questo crea una grande opportunità per la nostra economia”.
Opportunità come la ricostruzione della Siria: l’adesione della Siria alla Lega Araba potrebbe facilitare la volontà di Iran e Iraq di costruire la prima ferrovia che collega entrambe le nazioni la linea Shalamcheh-Bassora.  L’idea sarebbe quella di estendere questa linea per 1.570 km attraverso l’Iraq fino al porto siriano di Latakia e al Libano, creando un corridoio meridionale per la Nuova Via della Seta.

Dopo aver visto tutto questo, appare evidente che, forse, l’Iran non è più il paese chiuso e arretrato che si pensava. Sebbene con un ritardo di decenni, il paese ha capito che è meglio mettere da parte gli estremismi e avviare iniziative di cooperazione multipolari. Oggi, in Iran, sia sul fronte della politica interna che oltre frontiera sono in atto cambiamenti radicali che potrebbero rendere questo paese un protagonista degli scenari dei prossimi anni.

C. Alessandro Mauceri
C. Alessandro Mauceri
Da oltre trent’anni si occupa di problematiche legate all’ambiente e allo sviluppo sostenibile, nonché di internazionalizzazione. È autore di diversi libri, tra cui Moneta Mortale e Finta democrazia. Le sue ricerche e i suoi articoli sono pubblicati su numerosi giornali, in Italia e all’estero. Articoli

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