Il giorno in cui Hitler divento’ nazista

 

Nel novembre 1918 la proclamazione della repubblica e l’armistizio non pacificarono la Germania; al contrario inaugurarono un lungo periodo di tumulti, paura, odio, violenza e caos. All’unità nazional patriottica, imposta dai militari durante il periodo bellico, seguì una disintegrazione della società. Classi sociali, partiti politici, interessi economici si contrapposero con una durezza sconosciuta prima di allora.

Quando il 9 novembre il principe Max Von Baden trasferì al socialdemocratico Ebert la carica di cancelliere la prospettiva di dar vita ad una democrazia parlamentare appariva ancora realizzabile, persino entro le cornici di una rinnovata monarchia costituzionale. Poche ore più tardi tale prospettiva era già svanita sotto la pressione dell’estrema sinistra.

Le tensioni sociali a lungo accumulatesi, a causa dell’irrigidimento della disciplina sui luoghi di lavoro, della censura e del peggioramento delle condizioni alimentari, esplosero irrefrenabili. I focolai rivoluzionari si moltiplicarono, in ogni angolo della Germania sorsero spontaneamente consigli di operai e di soldati. Inizialmente prevalsero i metodi pacifici. Nel generale disorientamento provocato dal crollo del Reich guglielmino né l’esercito, ormai in piena disgregazione, né le forze conservatrici opposero resistenza.

Il partito socialdemocratico indipendente, nato nel 1917 da una scissione dei pacifisti dal partito socialdemocratico, esercitò forti pressioni su Ebert affinché favorisse la formazione di un governo che fosse espressione dei consigli degli operai e dei soldati, senza il coinvolgimento del Reichstag e dei partiti borghesi, di qualunque coloritura politica. Questa imposizione spostò a sinistra l’asse politico. Per evitare di allentare i legami con la base operaia la socialdemocrazia maggioritaria di Ebert cedette, ma non rinunciò al disegno di affidare ad una assemblea, democraticamente eletta, il futuro della Germania.

Il governo dei commissari del popolo1, legittimato dai consigli berlinesi, fu un cancelliere a sei teste che unificò, almeno temporaneamente, i due tronconi del movimento operaio, rappresentati da Friedrich Ebert e da Hugo Haase, leader dei socialisti indipendenti. Benché la sua effettiva autorità sui consigli che andavano costituendosi nelle principali città tedesche fosse alquanto debole, il suo esempio di coesistenza tra la matrice riformista democratica e quella rivoluzionaria contribuì a scongiurare scoppi di violenza.

Nonostante l’esautorazione del Reichstag, non vi furono grandi cambiamenti nella compagine governativa. Tutti i ministri che avevano servito sotto il principe Max furono confermati, seppur affiancati da sottosegretari tratti dai due partiti socialisti.

Hindemburg ed il suo vice Groener accettarono di rimanere al loro posto alla guida dell’esercito con il duplice scopo di garantire una ritirata ordinata delle truppe e scoraggiare tentativi rivoluzionari. Si defilarono invece rispetto alle trattative per l’armistizio che rimasero nelle mani del leader cattolico Matthias Erzberger, designato dal precedente governo.

Le clausole armistiziali dettate dagli alleati mirarono a neutralizzare ogni residua capacità offensiva dell’esercito tedesco, ma non imposero una resa incondizionata. Furono requisiti 5000 pezzi d’artiglieria pesante, 30.000 mitragliatrici, 2000 aeroplani, 5000 autocarri e 150.000 vagoni merci. Pochissimo tempo fu concesso alle armate tedesche per evacuare dal Belgio e dalla riva sinistra del Reno al fine di costringerle ad abbandonare sul terreno ingenti quantità di materiali e di munizioni. Le clausole navali, elaborate sulla base delle richieste inglesi, furono ancora più severe. La flotta tedesca, compresa quella sottomarina, dovette consegnarsi agli alleati in acque britanniche. Inoltre, fu confermato ed irrigidito il blocco navale che sin dall’inizio del conflitto aveva escluso la Germania dai traffici internazionali. La vaga promessa di consentire l’afflusso nei porti tedeschi delle derrate alimentari indispensabili rimase senza effetti concreti sino a marzo del 1919.

L’orgoglio tedesco dovette infine subire l’umiliazione di accettare la dichiarazione di nullità dei trattati di Brest-Litovsk e di Bucarest, rinunciando così all’illusione di poter salvare, almeno ad est, i territori conquistati. Anche nello scacchiere orientale le armate dovettero rientrare entro i confini prebellici. Soltanto nelle province baltiche poterono restare, allo scopo di fronteggiare la minaccia bolscevica.

In assenza di una decisiva sconfitta sul campo di battaglia, larga parte dell’opinione pubblica tedesca si era cullata nella speranza che la pace sarebbe stata stipulata a condizioni piuttosto miti. L’esito delle trattative condotte da Erzberger suscitò perciò tra i combattenti e tra la borghesia patriottica un profondo risentimento che diede corpo al mito della pugnalata alla schiena inferta all’esercito dai nemici interni. Mito che si sarebbe rivelato fatale per il futuro della Germania.

In quest’ottica, la cospirazione ordita dai demagoghi socialdemocratici con l’avallo di politicanti senza scrupoli, e non la sconfitta militare, aveva precipitato la Germania nel caos. Erzberger, e non il comando supremo, aveva accettato l’inaccettabile, cioè la rinuncia a combattere deponendo le armi ai piedi di nemici non vittoriosi.

L’11 novembre 1918 il caporale Adolf Hitler, che avrebbe costruito la sua fortuna politica sulla battaglia contro i traditori di novembre, giaceva in un letto d’ospedale nei pressi di Stettino, in Pomerania, temporaneamente accecato in seguito alle ferite riportate sul fronte occidentale. Come milioni di tedeschi provò smarrimento e disperazione nell’apprendere la notizia dell’armistizio: “ …me ne tornai barcollando verso la camerata, mi buttai sul mio letto e seppellii il capo che mi bruciava nei cuscini …

Ciò che seguì furono giorni orrendi e più orrende notti: sapevo che ogni cosa era perduta… In quelle notti crebbe in me l’odio contro i colpevoli di quel misfatto … Criminali, miserabili e degenerati. Quanto più in quest’ora io cercavo di chiarirmi gli eventi, tanto più mi bruciavan dentro vergogna e indignazione. Che cosa era lo strazio privato dei miei occhi, commisurato a tale desolazione?”2

Il primo involontario contributo alla genesi del mito del tradimento di novembre venne dal socialdemocratico Ebert che, nel dicembre 1918, ai reparti di ritorno dal fronte che sfilavano per le vie di Berlino si rivolse dicendo: “Non è stato il nemico a vincervi.”3. Subito dopo menzionò la superiorità di uomini e mezzi del nemico, ma la mente di molti tedeschi preferì non ricordarlo.

Il comando supremo, che continuava a godere anche dopo la guerra di un enorme prestigio soprattutto presso i ceti medi, ebbe un ruolo determinante nel rendere credibile ed autorevole la menzogna del tradimento. In occasione di una seduta del comitato d’inchiesta dell’assemblea nazionale tenutasi nel novembre 1919 Hindemburg dichiarò: “Come disse un generale inglese, la verità è che l’esercito tedesco è stato pugnalato alla schiena.”4 Ludendorff ripeté la stessa affermazione in molteplici occasioni pubbliche. L’attribuzione della paternità di questo mito ad un generale inglese, benché priva di un reale fondamento5, fu accolta acriticamente dalla stampa e dall’opinione pubblica poiché avvalorava una interpretazione che era in sintonia con un sentimento diffuso.

Anche il Kaiser nelle sue memorie, scritte negli anni ’20, non esitò a fare propria l’immagine della pugnalata inferta da mano rivoluzionaria alle spalle dell’esercito.

Nella visione dei pangermanisti e degli ultranazionalisti, gli ebrei, considerati estranei al corpo della nazione ed indissolubilmente legati tanto al capitalismo profittatore quanto al bolscevismo distruttore, entrarono ben presto nel novero dei traditori accanto ai socialdemocratici di qualsiasi sfumatura. Gli ebrei divennero l’incarnazione di tutti i demoni che stavano disgregando il Reich.

Il precario equilibrio politico raggiunto nei giorni immediatamente seguenti l’abdicazione di Guglielmo II entrò in crisi non appena, in virtù delle clausole armistiziali, milioni di reduci si riversarono nelle città tedesche. La loro irruzione sulla scena politica radicalizzò, a destra ed a sinistra, le posizioni, creando un clima prossimo alla guerra civile. La violenza che fino ad allora si era manifestata in casi sporadici divenne dilagante.

In alcune località attraversate da unità di ritorno dal fronte, i militari disarmarono ed arrestarono i consigli degli operai6. Nelle grandi città i reduci furono spesso accolti con insulti ed aggressioni. L’intimazione da parte dei rivoluzionari a strapparsi le mostrine e le medaglie dal petto per rinnegare il proprio passato ed i propri sacrifici gettò una parte considerevole dei reduci tra le braccia dell’estrema destra, fornendo nuova forza al mito del tradimento di novembre.

Per coloro che avevano creduto nella patria, nella bandiera e nella guerra l’angosciosa domanda “Chi ha tradito?” si trasformò in una ossessione da cui liberarsi individuando nuovi nemici da combattere, nuove consegne da rispettare.

Nel novembre 1918, dopo la precipitosa fuga di re Luigi III, il socialista indipendente Kurt Eisner, sostenuto dai conigli degli operai e dei soldati, assunse la guida politica della Baviera. Eisner, del tutto incapace di garantire l’approvvigionamento alimentare e di far fronte agli enormi problemi della smobilitazione, finì per deludere la sinistra, che nel gennaio del 1919, in occasione delle elezioni per l’assemblea costituente bavarese, gli voltò le spalle votando in massa per i socialdemocratici, e per fomentare l’odio viscerale dell’estrema destra, ai cui occhi, in quanto ebreo, berlinese, intellettuale, pacifista e socialista, incarnava l’archetipo del traditore di novembre. Il 21 febbraio quest’odio armò la mano del giovane aristocratico nazionalista Arco-Valley che uccise Eisner mentre si recava alla seduta inaugurale del parlamento bavarese con in tasca la propria lettera di dimissioni.

La violenza irruppe sulla scena politica. Nell’aula del parlamento, dai banchi degli indipendenti furono esplosi alcuni colpi di pistola. Il ministro degli Interni socialdemocratico fu ferito gravemente, due deputati non socialisti furono uccisi.

I lavori parlamentari vennero immediatamente sospesi e senza alcun voto dell’assemblea fu costituito un governo guidato dal socialdemocratico Hoffmann. A questo colpo di mano dei socialdemocratici la piazza reagì insorgendo. Le notizie della rivoluzione comunista in Ungheria convinsero l’estrema sinistra a prendere le armi per riaffermare il potere dei consigli degli operai e dei soldati che la convocazione del parlamento democraticamente eletto aveva messo in ombra.

Mentre Hoffmann ed il suo governo riparavano a Bamberga, nel nord della Baviera, immune dall’esaltazione rivoluzionaria, Ernst Toller proclamava la repubblica dei consigli bavarese. Il nuovo gruppo dirigente rivoluzionario stretto attorno a Toller si componeva di letterati, poeti e drammaturghi vicini più all’anarchia che al leninismo. Anziché conquistare saldamente il potere, questi intellettuali bohémien preferirono lanciare altisonanti proclami rivoluzionari circa l’abolizione della proprietà privata e l’abbattimento del capitalismo attraverso l’emissione di denaro da distribuire al popolo, creando perplessità e sconcerto anche tra la base operaia.

Dopo aver respinto con le armi un primo tentativo dei socialdemocratici di riprendere il controllo di Monaco, i consigli degli operai e dei soldati appoggiarono la deposizione di Toller e l’insediamento di una giunta rivoluzionaria, guidata dai bolscevichi Max Levien ed Eugen Leviné. Il nuovo governo si preparò a resistere alla controrivoluzione. Seguendo le istruzioni dello stesso Lenin, esponenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia furono presi in ostaggio e si procedette all’arruolamento ed all’addestramento di migliaia di operai per costituire una Armata Rossa a difesa della repubblica comunista.

Superato il velleitairismo rivoluzionario di Toller, sembrò delinearsi una forte solidarietà tra bolscevichi bavaresi, ungheresi e russi, capace di minacciare l’intera Germania e perfino l’Europa. Tale prospettiva spinse Hoffmann e la dirigenza socialdemocratica ad affrettare i preparativi per la repressione. Sotto l’incombente minaccia comunista, monarchici, pangermanisti, ultranazionalisti, reduci incapaci di reinserirsi nella vita civile, ufficiali traboccanti odio per i traditori di novembre, giovani studenti frustrati per non aver potuto dimostrare in trincea il proprio patriottismo accorsero a migliaia per costituire i Freikorps, i corpi franchi. Al comando del colonnello Von Epp furono arruolati oltre 35.000 uomini a cui si aggiunsero unità dell’esercito regolare provenienti dalla Prussia e dal Württemberg. Il 1° maggio 1919, questa imponente armata marciò su Monaco, annunciando che qualunque resistenza armata sarebbe stata punita con la fucilazione. Nel tentativo di scongiurare una carneficina, i consigli degli operai e dei soldati sfiduciarono il governo bolscevico che si dimise lasciando la città in preda al caos.

L’occupazione dei corpi franchi, inizialmente pacifica, si trasformò in un bagno di sangue non appena si diffuse la notizia che una unità dell’Armata Rossa aveva fucilato per rappresaglia dieci ostaggi, appartenenti all’aristocrazia ed alla borghesia nazionalista. Alcune tra le vittime erano membri della associazione Thule. Essa, richiamandosi alla leggenda secondo cui l’Islanda, altrimenti detta Thule, era la sede ultima della purezza ariana, predicava l’antisemitismo e si riconosceva nel simbolo della svastica. Alcuni dei suoi affiliati, come Rudolf Hess, sarebbero diventati esponenti di primo piano del Terzo Reich.

Le milizie arruolate da Hoffmann eseguirono centinaia di condanne a morte senza alcun processo. Insieme a leader rivoluzionari di primo piano, come Eugen Leviné, furono trucidati cittadini innocenti su cui pesava anche solo il vago sospetto di aver sostenuto il governo rivoluzionario. Per più di una settimana le forze di occupazione si abbandonarono alla violenza incontrollata, causando circa un migliaio di morti.

Dopo questa feroce repressione, il governo Hoffmann si reinsediò, ma per reggersi dovette appoggiarsi sempre più ai partiti conservatori e nazionalisti che esprimevano la volontà dei ceti medi di ristabilire la legge e l’ordine contro ogni nuova tentazione rivoluzionaria.

Nella riorganizzazione politica della Baviera, l’esercito, in cui tradizionalmente si riconoscevano tanto le forze conservatrici quanto quelle nazionaliste ed ultranazionaliste, svolse un ruolo di primo piano. Per neutralizzare l’influenza esercitata sulla truppa dall’esperienza consigliare e rivoluzionaria, a partire dal giugno 1919, l’alto comando bavarese promosse corsi di indottrinamento politico ultranazionalista. Ad uno di essi partecipò con entusiasmo il caporale trentenne Adolf Hitler che si distinse agli occhi dei superiori per il suo acceso antisemitismo. La promozione da discente a docente non si fece attendere troppo. Fu una buona occasione per collaudare le sue qualità oratorie, requisito indispensabile per una fortunata carriera politica. “Improvvisamente – racconta lo stesso Hitler – mi venne offerta la possibilità di rivolgermi ad un pubblico più vasto, e la convinzione che avevo sempre avuta, senza tuttavia averne le prove, ora trovò conferma: sapevo ‘parlare’.”

Grazie ai suoi successi oratori, Hitler divenne in breve tempo un fidato agente politico dell’esercito ed in tale veste ricevette, nel settembre 1919, l’incarico di partecipare alle riunioni del partito dei lavoratori tedeschi per valutarne affidabilità e collocazione politica. Del partito, fondato da Anton Drexler e Karl Harrer nel tentativo di coniugare nazionalismo ed istanze sociali, Hitler non conosceva nulla, eccetto uno dei suoi membri Gottfried Feder, un sedicente economista ossessionato dall’antisemitismo, che aveva collaborato con il programma di indottrinamento politico dell’esercito. Drexler ed Harrer erano due nullità. Il primo di professione fabbro lavorava negli spacci ferroviari di Monaco, il secondo era un cronista di un giornale locale. Ciascuno di essi aveva creato un piccolo circolo di lavoratori di chiara matrice antimarxista. Nel gennaio del 1919, le due organizzazioni si era fuse dando vita al partito nazionale dei lavoratori tedeschi. Di maggior spessore politico rispetto ai fondatori del movimento erano due ferventi militanti: il capitano pluridecorato Ernst Röhm, ben introdotto presso le alte sfere dell’esercito e dotato di un certo intuito politico e di spiccate capacità organizzative ed il giornalista, con velleità letterarie, ed una passione per la morfina e la bottiglia, Dietrich Eckart, destinato a svolgere un ruolo di rilievo nella formazione del giovane Hitler.

Durante una conferenza tenuta proprio da Feder dinanzi ad uno sparuto gruppo di iscritti e di simpatizzanti del partito dei lavoratori tedeschi, Hitler, tra le file del pubblico, impressionò Drexler per la violenza verbale con cui reagì alle affermazioni separatiste di un altro spettatore.

Il caporale Hitler si congedò dal dibattito con un opuscolo, opera di Drexler, intitolato “Il mio risveglio politico”. Lo lesse con avidità e si riconobbe in molte affermazioni in cui si mescolavano idee ultranazionaliste ed accenti anticapitalistici, ma non maturò l’intenzione di aderire al partito. Anzi, quando ricevette una cartolina in cui gli si comunicava di essere stato, senza averlo espressamente richiesto, ammesso al partito, con la tessera numero 5557, si adirò. Fu sul punto di scrivere una risentita lettera di diniego, poi prevalse in lui la curiosità di partecipare alla riunione del direttivo a cui era stato invitato.

Ecco come viene descritta nel Mein Kampf quella prima riunione politica: “La trattoria dove la seduta doveva avere luogo era la vecchia Alte Rosenbad nella Herrengasse; un luogo piuttosto squallido, dove solo di rado capitava qualcuno … .

Attraversai la sala principale, poco illuminata; non c’era nessuno. Aprii la porta della saletta, ed ecco davanti ai miei occhi la “seduta”. Nella mezza luce di una lampada a gas pressoché fuori uso sedevano attorno ad un tavolo quattro giovani, tra i quali vi era l’autore dell’opuscolo; costui mi salutò cordialmente e mi diede il benvenuto come nuovo membro del partito. Io ero piuttosto stupefatto … Venne letto il verbale della seduta precedente, e approvato. Poi fu la volta della relazione di cassa – la società possedeva in quel momento 7 marchi e 50 pfenning – e anche al cassiere fu espressa la fiducia dei membri e messa a verbale. Poi vennero lette le risposte del primo presidente ad una lettera arrivata da Kiel, a un’altra da Düsseldorf e a una terza da Berlino, e anche qui tutti erano d’accordo. (…) Disastroso! Disastroso! Non potevo immaginare una riunione più mediocre e inane; e avrei dovuto entrare in una simile organizzazione?”8.

Hilter trattenne a stento il suo disappunto e si concesse due giorni di riflessione. Infine decise di restare nel partito, sfruttandone proprio la fragilità organizzativa per affermare le proprie ambizioni personali.

Ecco la riflessione che lo spinse ad accettare la tessera di quel partito destinato a sconvolgere la storia europea: “Io ero povero e senza mezzi. E se ciò era forse la cosa più lieve da sopportare, più grave però il fatto che appartenevo al gregge degli anonimi, a quei milioni di individui che il destino lascia vivere e poi richiama dalla vita, senza che la loro esistenza sia comunque presa in considerazione da qualcuno. Si aggiunga a ciò la difficoltà che nasceva dalla mia mancanza di istruzione scolastica.

Dopo due giorni di tormentosi pensieri, giunsi finalmente alla convinzione che quel passo era necessario.

Fu la decisione più importante della mia vita.

Da quel momento io non potevo più tornare indietro.”.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

HAJO HOLBORN, Storia della Germania moderna (1840-1945), Milano, Rizzoli, 1973.

RICHARD J. EVANS, La nascita del Terzo Reich, Milano, Mondadori, 2005.

WILLIAM L. SHIRER, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1962.

ANTHONY READ, Alla corte del Führer, Milano, Mondadori, 2006.

ERICH EYCH, Storia della Repubblica di Weimar (1918-1933), Torino, Einaudi, 1966.

FRANZ HERRE, Guglielmo II. L’ultimo Kaiser, Milano, Mondatori, 1996.

WALTER LAQUEUR, La Repubblica di Weimar, Milano, Rizoli, 1977.

1 Il consiglio dei commissari del popolo era composto da tre socialdemocratici, Ebert, Scheidemann e Landsberg, e da tre indipendenti, Haase, Dittman e Barth. L’unico commissario ad essere diretta espressione dei consigli berlinesi era Barth.

2 A. HITLER, Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, trad. it., Milano, Kaos, 2002, pp. 204-205.

3 R. J. EVANS, La nascita del Terzo Reich, Milano, Mondadori, 2005, p. 85.

4 W. SHIRER, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1962, Vol I, pp. 49-50.

5 Ibidem, p. 50

6 Cfr. , R. J. EVANS, op. cit., p. 93.

7 Per far credere che gli iscritti fossero centinaia, anziché poche decine, il partito dei lavoratori tedeschi iniziò la numerazione delle sue tessere non dal numerò 1, ma dal numero 501. Cfr., R. J. EVANS, op. cit., p. 197.

8 A. HITLER, op. cit., p. 224.

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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