IL DISPREZZO TEDESCO

L’uomo che il 19 luglio 1943 si recò a villa Gaggia, ad una ventina di chilometri da Feltre, per incontrare Adolf Hitler sembrava aver smarrito la sua abituale sicurezza, le sue pose napoleoniche a stento nascondevano lo stato di prostrazione fisica e morale in cui si trovava. Da quando, dopo la sconfitta di El Alamein nell’ottobre del 1942, il sogno di sfilare trionfalmente al Cairo si era tramutato in un incubo, nessuna incoraggiante notizia era più giunta a palazzo Venezia. Nella smisurata sala del Mappamondo non facevano che echeggiare i lamenti disperati di un popolo ridotto alla fame e di un esercito in rotta dalle steppe del Don sino al nord Africa, lasciandogli intendere quanto fossero ormai vacillanti la volontà e la capacità di combattere di quegli otto milioni di baionette che solo la sua fervida immaginazione propagandistica aveva potuto considerare invincibili.

Ogni disastro militare lo aveva costretto ad inventare nuove parole d’ordine, ad ostentare tutta la sua tracotanza nel vano tentativo di infondere fiducia ad un popolo e ad un esercito che sapevano di non avere alcuna concreta possibilità di vittoria. L’ultima categorica sentenza: “Li fermeremo sulla linea del bagnasciuga!”, si era appena rivelata una tragica e maldestra menzogna. Da otto giorni gli Alleati erano sbarcati in Sicilia ed avanzavano all’interno dell’isola sbaragliando le divisioni italiane che, secondo la vuota retorica di un regime in sfacelo, avrebbero dovuto ricacciarli in mare.

Tra la fine di maggio e la metà di giugno, Mussolini aveva lasciato cadere più di una richiesta di incontro proveniente da Berlino. Dopo lo sbarco degli anglo-americani non aveva più potuto rifiutare di mettersi a rapporto di fronte al führer, da cui dipendevano le sorti della Sicilia e dell’Italia intera. Sapeva bene che senza le forniture militari tedesche e soprattutto senza le truppe della Wehrmacht nessuna valida resistenza poteva essere imbastita. Non poteva nascondere né a sé stesso, né al suo stato maggiore che, abbandonata alle sue sole forze, l’Italia era destinata ad una resa incondizionata che avrebbe inevitabilmente travolto il regime fascista ed il suo duce. Tuttavia, pur trovandosi sull’orlo del baratro, Mussolini si aggrappava ancora all’esile speranza di una soluzione politica da cui avrebbe potuto scaturire un ribaltamento a suo favore della situazione militare. Si illudeva di poter convincere Hitler a porre rapidamente termine alla campagna di Russia, liberando così quelle preziose divisioni corazzate che avrebbero potuto consolidare il fronte italiano e mediterraneo e salvare il regime fascista dal tracollo a cui pareva condannato e forse persino indurre gli Alleati a prendere in considerazione una pace negoziata. Chimere di un uomo disperato, destinate a svanire a Feltre.

A villa Gaggia, fissando Hitler, che, pallido, curvo, come sospeso in un empireo non terreno, strepitava contro gli italiani e la loro incapacità di conformarsi agli imperativi della guerra totale, Mussolini non tardò a convincersi che il suo disegno politico di chiudere la guerra ad est non aveva alcuna possibilità di essere accolto positivamente. Nulla poteva ormai scalfire il sognante fanatismo del führer che si immedesimava in Federico II di Prussia che, grazie alla sua audacia ed alla sua determinazione, era riuscito, contro ogni pronostico, ad uscire vittorioso dalla guerra dei sette anni. Oltre la cortina impenetrabile delle sue farneticazioni, Hitler lasciava comunque intravvedere considerazioni razionali: senza lo sfruttamento dei territori conquistati ad est la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Pertanto, porre termine alla disastrosa campagna di Russia avrebbe significato dover cedere le armi su tutti i fronti entro breve termine, un’ipotesi che il suo fanatismo gli imponeva di rigettare.

Sprofondato in una scomoda poltrona, Mussolini si rassegnò ad ascoltare in silenzio il rabbioso monologo di Hitler, cercando di mascherare con rapidi gesti nervosi prima la noia e poi l’irritazione che quelle parole suscitavano in lui. Trovò la forza di interromperlo soltanto quando De Cesare, il suo segretario particolare, gli diede la notizia che era in corso su Roma un violento bombardamento.

Durante la lettura di quel breve dispaccio Hitler restò impassibile per qualche istante, poi riprese la sua enfatica requisitoria contro le inefficienze dei comandi italiani. Prima di lasciare la Germania i suoi generali gli avevano prospettato come valida soluzione alla crisi italiana la creazione, sotto il pieno controllo tedesco, di un comando unificato per tutto il Mediterraneo, in modo tale da neutralizzare quel miscuglio di disfattismo ed inettitudine che inquinava ad ogni livello l’ufficialità italiana, con effetti disastrosi sul morale delle truppe. Hitler aveva accolto con scetticismo una proposta così radicale, temendo che avrebbe irrimediabilmente intaccato il prestigio del duce, tuttavia non aveva espresso alcun dubbio sulla necessità di contrastare la dilagante demoralizzazione tra i soldati italiani con misure draconiane, affidate alle corti marziali ed ai plotoni di esecuzione, simili a quelle applicate da Stalin nel 1941.

Il profluvio di parole rovesciato su Mussolini, intrappolato nella sua scomoda poltrona nel salotto di villa Gaggia, aveva come obiettivo spronarlo ad inculcare negli italiani la disciplina necessaria a reggere l’urto delle divisioni alleate. La Germania nazista offriva un esempio di fanatismo a cui Mussolini avrebbe dovuto ispirarsi, senza tentennamenti e senza mezze misure. Il tempo della tolleranza, del lassismo era finito, come in Germania occorreva mobilitare per lo sforzo bellico i quindicenni, gli anziani e le donne, comprese quelle dell’alta società; i soldati e gli ufficiali che non erano disposti a combattere sino all’ultima cartuccia dovevano essere fucilati senza pietà.

Firma del patto d’acciaio

Pur constatando l’evidente crisi del regime fascista, Hitler si guardava bene dal considerare il duce responsabile, i colpevoli erano invece gli italiani, indegni del suo genio. Tra gli strepiti del führer affioravano i pregiudizi, largamente condivisi dai vertici militari tedeschi, contro gli italiani ed il loro carattere imbelle, pavido, refrattario allo slancio fanatico dei guerrieri pronti a tutto pur di vincere. Lo stesso patto d’acciaio era stato concepito da Hitler prima di tutto come un’alleanza con il genio politico di Mussolini, capace da solo di porre un freno all’indole traditrice degli italiani. Il grandioso bluff militare dell’Italia fascista non lo aveva mai incantato, poiché il suo disprezzo per le virtù guerriere degli italiani era troppo profondo. In occasione della sua visita in Italia nel maggio del 1938, le interminabili parate minuziosamente organizzate dal duce non lo avevano affatto impressionato. Soltanto la cronometrica precisione delle manovre dei sommergibili durante la rivista navale nel golfo di Napoli aveva destato in lui e nel suo nutrito seguito di ministri, gerarchi, generali ed ammiragli una sincera ammirazione, senza tuttavia riuscire a dissipare lo scetticismo sulla potenza militare italiana e sulla sua capacità di affrontare una guerra moderna. Nell’elaborare il piano del blitzkrieg destinato a soggiogare l’Europa ed assicurare alla Germania il suo spazio vitale, non aveva assegnato alle spuntate baionette italiane altro ruolo se non quello di schierarsi al suo fianco ed impegnare ai piedi delle Alpi ed in Egitto, anche senza sparare neppure un colpo, ingenti forze francesi ed inglesi, sollevandolo al tempo stesso dalla necessità difendere la frontiera austriaca. Le armate italiane avevano ai suoi occhi un’importanza come potenziale minaccia capace di impedire al nemico di accrescere il numero delle divisioni da dispiegare sul fronte occidentale, e non certo come forza determinante sui campi di battaglia europei.

Pertanto, nel maggio del 1939, al momento della firma del patto d’acciaio, pur avendo già fissato per la fine dell’estate l’aggressione alla Polonia, Hitler aveva deliberatamente ingannato Mussolini, spergiurando che la guerra non sarebbe scoppiata prima di tre anni, o addirittura cinque, secondo il verbale redatto da Ciano, al solo scopo di legare l’Italia al proprio carro. Aveva voluto la clausola della mutua assistenza militare in caso di guerra non per poter contare sull’appoggio delle fragili divisioni italiane, ma per allontanare Roma da Parigi e da Londra e, confidando nel senso dell’onore di Mussolini, scongiurare l’eventualità che l’Italia operasse un repentino voltafaccia come aveva fatto nel 1915. Paradossalmente la convinzione che il duce fosse l’unico italiano degno di fiducia e capace di mantenere la parola data, lo aveva convinto ad ingannarlo ed a bruciare le tappe dell’azione contro la Polonia: lasciar passare anni per consentire all’Italia di ammodernare il suo esercito e la struttura della sua economia sarebbe stato troppo rischioso, poiché non ravvisava alcuna garanzia che l’alleanza italo-tedesca sarebbe sopravvissuta ad una morte prematura di Mussolini, oppure ad un suo allontanamento dal potere a seguito di una congiura, ordita dalla monarchia o da altre forze ostili alla Germania nazista.

Dal canto suo Mussolini aveva accettato il patto d’acciaio considerandolo un efficace strumento di pressione per riaprire da una posizione di forza il dialogo con la Francia e con l’Inghilterra, oltreché una preziosa garanzia di consultazione preventiva e permanente da parte di Berlino. Le rassicurazioni fornite da Ribbentrop a Ciano su di una pianificazione della guerra a medio termine, non prima di tre anni, lo avevano illuso di poter giocare il delicato ruolo di mediatore tra gli opposti schieramenti con l’opportunità di conseguire consistenti vantaggi politici. Nei mesi successivi l’atteggiamento freddo ed evasivo di Londra e di Parigi nei suoi confronti e soprattutto le preoccupanti indiscrezioni circa i preparativi bellici della Wehrmacht, raccolte a Berlino dalla diplomazia italiana, imbeccata da Wilhelm Canaris, l’ammiraglio di sentimenti antinazisti a capo dell’Abwher, il servizio segreto militare, avevano turbato il suo ottimismo. All’inizio di agosto i segnali di guerra imminente provenienti da Berlino si erano fatti più minacciosi a causa della decisione adottata da Inghilterra e Francia di resistere ad un eventuale colpo di mano nazista in Polonia, convincendolo ad inviare Ciano ad incontrare i vertici tedeschi.

Ciano e Ribbentrop

I colloqui di Salisburgo e di Berchtesgaden, in cui prima il ministro degli Esteri Ribbentrop e poi Hitler si erano detti determinati a scatenare a brevissimo termine la guerra contro la Polonia, ostentando la convinzione che le potenze occidentali sarebbero rimaste ancora una volta passive ed impotenti, avevano fatto improvvisamente svanire l’illusione del duce di poter tirare le fila della politica europea. Al suo rientro a Roma, Ciano aveva affidato al suo diario un amaro commento: “Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci in un’avventura che non abbiamo voluta e che può compromettere il regime ed il paese. Il popolo italiano fremerà d’orrore quando conoscerà l’aggressione contro la Polonia e, caso mai, vorrà impugnare le armi contro i tedeschi. Non so se augurare all’Italia una vittoria o una sconfitta germanica. Comunque dato il contegno tedesco io ritengo che noi abbiamo le mani libere e propongo di agire di conseguenza, dichiarando cioè che noi non intendiamo partecipare ad un conflitto che non abbiamo voluto né provocato.”.

Se Ciano, preso atto dell’inganno tedesco, si era sentito le mani libere, al contrario Mussolini aveva reagito preoccupandosi di allontanare da sé tanto l’immagine del tradito quanto quella del traditore. Da un lato non voleva intaccare difronte al popolo italiano il mito dell’uomo che ha sempre ragione, su cui aveva costruito il suo regime, ammettendo di essere caduto nel tranello tedesco; dall’altro, vittima di una sorta di complesso di inferiorità verso Hitler e la Germania, temeva di offrire una lampante conferma a tutti i pregiudizi sull’inaffidabilità italiana. Neppure il patto Ribbentrop-Molotov, concluso all’insaputa dell’alleato italiano, calpestando i principi ideologici a fondamento dell’alleanza italo-tedesca con il chiaro intento di bruciare le tappe verso la guerra, aveva potuto smuovere il duce dal suo pensiero ossessivo di doversi difendere, nel caso di uno sganciamento dalla Germania, dall’infamante accusa di tradimento. Prigioniero del proprio orgoglio e di un malinteso senso dell’onore che gli imponevano di non denunciare il patto d’acciaio, Mussolini, per evitare una guerra a cui sapeva di essere drammaticamente impreparato, si era visto costretto ad improvvisare una via di fuga, destinata, nonostante gli sforzi della propaganda di regime, a fornire nuovi e più efficaci argomenti alla disistima verso l’Italia di gran parte dei vertici nazisti. Sfruttando i toni deferenti della lettera con cui Hitler lo aveva tardivamente informato del patto di non aggressione siglato tra Germania ed Unione Sovietica, aveva dichiarato di non essere nelle condizioni di intervenire nel conflitto a causa del mancato completamento, previsto per il 1942, come il camerata germanico ben sapeva, dei programmi di armamento. Per rendere meno amara la delusione del führer si era inoltre affrettato a chiarire la propria disponibilità ad entrare in guerra anche subito se la Germania gli avesse fornito i mezzi bellici e le materie prime di cui il suo esercito era carente.

Benché l’intervento diretto dell’Italia rivestisse un’importanza marginale nel piano elaborato per la liquidazione della Polonia, Hitler non aveva lasciato cadere nel vuoto la proposta del duce, invitandolo a compilare un elenco completo e dettagliato delle sue necessità. L’amore tutto tedesco per la precisione, forse più della sfiducia, aveva messo Mussolini con le spalle al muro, costringendolo a mettere a nudo la sua debolezza militare, anzi addirittura ad esagerarla oltre ogni misura per legittimare la sua scelta politica della neutralità e fugare ogni sospetto di tradimento.

Piazza Venezia 10 giugno 1940

I vertici militari convocati in fretta e furia a palazzo Venezia si erano sentiti rivolgere dal duce una richiesta del tutto inconsueta: elencare con crudo realismo le carenze delle forze armate e dell’industria bellica. Ne era scaturito un elenco che descriveva impietosamente il bluff militare fascista, ciò nonostante Mussolini, per non correre rischi, si era sentito in dovere di raddoppiare certe cifre formulate dai tecnici. Ciano aveva confidato al proprio diario che nella stesura finale la richiesta italiana era “tale da uccidere un toro se la potesse leggere”. L’allestimento di diciassettemila treni merci di cinquanta vagoni ciascuno non sarebbe stato sufficiente per trasportare oltre il Brennero i circa centosettanta milioni di tonnellate di rifornimenti ritenuti indispensabili, tra cui comparivano sei milioni di tonnellate di carbone, due di acciaio, sette di oli minerali, centocinquanta batterie antiaeree, macchine utensili e quant’altro la fantasia italica aveva potuto escogitare. Nel consegnare il “libro dei desideri” del duce, l’ambasciatore italiano a Berlino, Attolico, si era inoltre preoccupato, per evitare sgradevoli sorprese dall’efficienza organizzativa teutonica, di precisare, senza aver avuto alcuna indicazione in tal senso dal governo, che tutti i materiali elencati avrebbero dovuto essere consegnati prima dell’inizio delle ostilità.

Il führer aveva reagito con toni cordiali e compresivi alle esorbitanti richieste italiane, quasi scusandosi delle difficoltà tecniche ed organizzative che gli impedivano di offrire il sostegno invocato con tanta dovizia di cifre, ma al di là delle apparenze la convinzione che gli italiani fossero gli stessi viscidi traditori del 1915 si era rafforzata nel suo animo, come in quello di tanti altri tedeschi, dai generali dello stato maggiore, sino all’ultimo granatiere.

Nel vano tentativo di prendere le distanze dalla neutralità tentennante voluta nel 1914 dalla classe dirigente liberale, il duce aveva coniato il termine “non belligeranza” che avrebbe dovuto evocare, in patria ed all’estero, l’immagine di un’Italia fascistissima intenta a forgiare le proprie armi, smaniosa di battersi a fianco del camerata germanico e di dimostrare il proprio valore sul campo. Nulla di più lontano dal vero.

La viva soddisfazione con cui gli italiani avevano accolto la notizia che non avrebbero dovuto correre alle armi, né rischiare di morire per Danzica e gli interessi tedeschi aveva svelato, a dispetto di ogni mistificazione propagandistica, la vera natura della ”non belligeranza”, umiliando Mussolini ed i suoi sogni di gloria. Difronte al dilagare delle truppe tedesche prima in Polonia e poi in Francia, un misto di invidia, frustrazione e rancore si era impossessato dell’animo del duce che a giorni alterni propendeva per l’intervento immediato per salvare l’immagine guerriera e virile del regime oppure per il più cauto prolungamento della non belligeranza, sinché non si fossero create le condizioni per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. In preda a questo stato d’animo di tormentata indecisione, si abbandonava, secondo la testimonianza dei suoi più stretti collaboratori, a frequenti sfoghi d’ira repressa contro quello che gli appariva il principale antagonista alle sue aspirazioni di grandezza: il popolo italiano. La sua inconsapevole sudditanza psicologica verso la Germania nazista lo spingeva sino a fare propri i più infamanti pregiudizi dei tedeschi nei confronti degli italiani e ad esprimerli con compiacimento. A Ciano aveva confidato: “Hai mai visto un agnello diventare lupo? La razza italiana è una razza di pecore. Non bastano diciotto anni per trasformarlo. Ce ne vogliono centottanta o forse centottanta secoli.”. I toni sprezzanti verso la presunta vigliaccheria degli italiani anziché ispirargli una prudente neutralità, lo spronavano all’intervento, inteso come una dolorosa ma necessaria terapia d’urto per eliminare nel fuoco della battaglia le incrostazioni che nei secoli si erano sedimentate sullo spirito guerriero degli antichi romani. Nell’aprile del 1940, in uno dei suoi sfoghi più irosi ed irrazionali aveva esclamato alla presenza del genero: “Poco conta chi vince. Per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento, magari a calci in culo. Così farò io.” Dalle parole ai fatti il passo era stato breve.

Il 10 giugno 1940, giudicando che l’imminente caduta della Francia avrebbe posto fine alla guerra, Mussolini aveva rotto gli indugi e si era precipitato in soccorso dei vincitori. Quel giorno aveva concluso la sua tronfia arringa dal balcone di palazzo Venezia con questa invocazione: “Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”. Impresa davvero ardua, dal momento che, per nemici ed alleati, una volta tanto concordi, gli italiani si erano appena trasformati da pecore tremanti in vili avvoltoi.

Mussolini nel 1940

La “pugnalata” alla Francia si era rivelata una puntura di spillo, degradando ancor più il prestigio del regime fascista e del suo esercito. I bombardamenti su Cannes, Nizza, Calvi e Bastia, l’occupazione di Mentone, l’affondamento di un sommergibile, la cattura di una decina di prigionieri, la sanguinosa conquista di qualche pietraia alpina erano apparsi ai tedeschi successi risibili a confronto con il valore e l’efficienza dimostrati sul campo dalla Wehrmacht, che in poche settimane aveva intrappolato le forze anglo-francesi a Dunkerque, aggirato la formidabile linea Maginot ed annientato intere armate.

Difronte alle “prodezze” militari italiane, la Francia, pur determinata a riconoscere la sconfitta subita ad opera delle armi tedesche, si era mostrata recalcitrante a firmare un armistizio con l’Italia. Il fermo intervento del führer, che, in ossequio alle clausole del patto d’acciaio, aveva subordinato l’entrata in vigore dell’armistizio franco-tedesco alla conclusione di quello franco-italiano, aveva risolto la situazione a favore del duce. Tuttavia nessuna delle aspirazioni territoriali italiane, la Corsica, la Tunisia, Nizza, Gibuti e la Somalia francese, avevano potuto trovare soddisfazione. Sugli appetiti mussoliniani era prevalsa la volontà di Hitler di consolidare il governo del maresciallo Pétain, garantendogli un brandello di sovranità sul territorio metropolitano e sulle colonie, oltre alla prospettiva di un ruolo dignitoso per la Francia nella nuova Europa pacificata nel segno della croce uncinata.

L’umiliazione di essere riconosciuto, per gentile concessione tedesca, nel novero dei vincitori, ma senza poter esibire né vittorie sul campo, né tanto meno un bottino territoriale, aveva spinto Mussolini a riprendere l’idea di “guerra parallela” che andava accarezzando sin dall’estate del 1939. La sua smania di curare al più presto il proprio orgoglio ferito era profondamente intrecciata con la preoccupazione politica di assicurare all’Italia un margine di autonomia nell’Europa destinata ad essere egemonizzata dalla Germania. Prendendo le mosse dalla convinzione di una imminente capitolazione inglese, conseguire in piena autonomia rapide e nette vittorie in Africa settentrionale e nei Balcani aveva assunto per lui un’importanza cruciale al fine di porre l’Italia su di un piano di parità con la Germania, delimitando il Mediterraneo come area di esclusiva influenza italiana. Volgendo lo sguardo al dopoguerra e quindi alla minaccia di trovarsi schiacciato dalla potenza hitleriana, quasi alla stessa stregua dei vinti, l’azzardo di affidare all’esercito compiti superiori alla propria forza gli era parso accettabile. In questa sconsiderata accettazione del rischio, destinata a rivelarsi disastrosa, aveva avuto un peso determinante, oltre al timore verso il camerata tedesco, la debole opposizione del capo di stato maggiore generale, Badoglio, che, pur sollevando riserve, si era guardato bene dal dichiarare incolmabile l’abisso tra gli ambiziosi disegni strategici del duce e la capacità delle forze armate di realizzarli.

Nel settembre del 1940, l’incruenta occupazione da parte del maresciallo Graziani di Sidi el Barrani, in territorio egiziano, aveva per un attimo dato concretezza alla “guerra parallela”, incitando Mussolini ad osare di più. La sua euforia per il facile successo africano non aveva però contagiato l’alleato germanico. Mentre Graziani era impegnato a costruire strade ed acquedotti nei territori occupati, dimostrando di non sospettare che la guerra nel deserto sarebbe stata di movimento e non certo di posizione, Hitler, dubbioso sulla determinazione italiana a continuare la lotta contro l’Inghilterra, sino al punto da temere l’eventualità di un repentino cambio di schieramento se un ulteriore balzo in avanti verso il Nilo si fosse dimostrato impossibile, aveva inviato a Roma il generale Wilhelm Von Thoma per discutere la partecipazione di truppe corazzate tedesche alle operazioni in nord Africa. Dopo aver incontrato i vertici militari italiani, studiato la situazione e visitato il fronte, Von Thoma aveva presentato al führer un rapporto che, lasciando da parte ogni considerazione politica, suggeriva l’immediata sostituzione delle numerose, ma immobili, truppe italiane con quattro divisioni corazzate tedesche, capaci di sfondare le difese inglesi ed arrivare rapidamente al canale di Suez. Era giunto a queste drastiche conclusioni mescolando un’analisi oggettiva del teatro di guerra con i propri radicati pregiudizi antitaliani. Constatata l’impossibilità di rifornire un forte contingente tedesco ed al tempo stesso le truppe italiane, dal momento che flotta britannica dominava il Mediterraneo, non restava a suo avviso che operare una scelta a favore dei soldati che avessero le migliori qualità per trionfare, cioè i tedeschi.

Gli italiani leggono la notizia della dichiarazione di guerra

Fin dalla guerra di Spagna aveva imparato a diffidare dello spirito combattivo degli italiani e soprattutto delle assurde vanterie dei loro ufficiali: “Un soldato inglese vale più di dodici italiani. Gli italiani sono buoni lavoratori, ma non sono guerrieri. Non amano il rumore degli spari.”.

Hitler, già orientato ai preparativi per l’invasione dell’Unione Sovietica, aveva bocciato la proposta con irritazione, ritenendo impensabile rinunciare a più di una divisione corazzata e soprattutto esautorare l’alleato italiano dai suoi possedimenti coloniali, senza incrinare irrimediabilmente il patto d’acciaio. Sulla base di queste considerazioni militari e politiche, si era detto convinto che gli italiani, tutt’al più puntellati da qualche reparto corazzato tedesco, potessero e dovessero fare da soli in Africa. Nell’arco di qualche settimana la clamorosa inettitudine dimostrata dall’esercito italiano lo aveva fatto ricredere.

Nell’ottobre del 1940, pochi giorni prima che il generale Von Thoma giungesse a Roma, Hitler, senza alcuna consultazione preventiva con l’alleato, aveva inviato truppe e squadriglie aeree in Romania, a difesa dei pozzi petroliferi di Ploiesti, essenziali per garantire la mobilità delle sue armate. La manovra era stata interpretata dal duce non soltanto come l’ennesimo schiaffo ricevuto dal führer, ma anche come una palese conferma della volontà tedesca di minacciare l’area di influenza italiana. Il proditorio attacco alla Grecia, governata dal dittatore filofascista Metaxàs, gli era sembrato la risposta più adeguata per arginare la presenza tedesca ed affermare il primato italiano nell’area balcanica.

Lo stato maggiore tedesco aveva reagito con incredulità e sconcerto alla notizia dell’iniziativa italiana, giudicando assurda, avventata e velleitaria la scelta tattica di sferrare un attacco in autunno inoltrato in una regione montagnosa come l’Epiro priva di strade e con un numero di divisioni, oltre tutto mal equipaggiate, insufficiente. Hitler era invece montato su tutte le furie, individuando nell’allargamento della guerra alla Grecia un imperdonabile errore strategico che rischiava di esporre i giacimenti petroliferi rumeni ed il fianco meridionale del suo schieramento alle minacce inglesi e quindi di compromettere i suoi piani per l’imminente aggressione all’Unione Sovietica. Di ritorno dai colloqui con il maresciallo Pétain e con il generalissimo Franco, il 28 ottobre, si era perciò precipitato a Firenze per incontrare il duce nel vano tentativo di dissuaderlo. Le operazioni erano già iniziate da alcune ore e Mussolini aveva ostentato un tale incrollabile ottimismo da costringere l’alleato a rassegnarsi al fatto compiuto.

Il comunicato ufficiale del colloquio fiorentino aveva esaltato la perfetta identità di vedute dei due dittatori per non indebolire l’immagine dell’Asse, ma in realtà il dissenso era rimasto incolmabile. L’accostamento proposto da Mussolini, allo scopo di enfatizzare il carattere paritario dell’alleanza, tra l’impresa greca e l’occupazione tedesca della Norvegia per l’assunzione del pieno controllo del mare del Nord non aveva affatto convinto Hitler, che si era limitato a fare buon viso a cattivo gioco, in attesa di verificare sul campo le capacità italiane di condurre una guerra lampo.

Il terzo giorno dell’offensiva l’avanzata italiana si era già impantanata nel fango dell’Epiro, il 4 novembre, ad una settimana dall’inizio delle operazioni, le forze greche, male armate e peggio equipaggiate, avevano incominciato a respingere gli invasori verso il confine albanese.

A Berlino, nelle alte sfere del governo e dell’esercito, il disprezzo verso gli italiani, dapprima sussurrato e sottointeso per ragioni di opportunità politica, aveva assunto toni via via più accesi, incoraggiato dalla crescente irritazione del führer. La sua personale stima verso Mussolini, nonostante gli errori ed i fallimenti, era rimasta intatta, tanto che continuava a definirlo l’unico grande uomo italiano, al contrario Ciano, ritenuto l’ispiratore dell’avventura greca, e gli alti comandi appartenevano ad un “mondo fossile”, ad una “mafia aristocratica”, “composta da cretini”. Fino alla fine dei suoi giorni, Hitler avrebbe continuato a vedere in Mussolini un “maestro” che gli aveva indicato la via attraverso cui contrastare il pericolo bolscevico, ispirando il nazionalsocialismo, “un uomo di stato incomparabile” le cui giuste ambizioni imperiali erano state frustrate da un popolo senza qualità, razzialmente inferiore, un suo pari con cui confidarsi, alleviare la solitudine del potere e condividere lo stesso destino.

Un alpino ed il suo mulo impantanati nel fango greco

La profonda e sincera amicizia verso il duce non aveva potuto tuttavia mutare il giudizio nettamente negativo di Hitler a proposito della campagna di Grecia, destinato anzi ad aggravarsi con il susseguirsi delle umiliazioni per l’esercito italiano, sino a trasformarsi in un pensiero ossessivo, nell’origine di tutti i mali della Germania. Nell’aprile del 1945, nel bunker della cancelleria ormai assediato dai russi, Hitler scrivendo il proprio testamento politico per il popolo tedesco avrebbe indicato nell’”inutile” e “pazzesca” avventura greca la causa della sconfitta del Terzo Reich. L’imperativo di assumere il controllo dell’area balcanica, ponendo così rimedio alla disastrosa impresa italiana, avrebbe causato il ritardo di alcune preziose settimane nell’avvio della campagna di Russia e quindi la mancata conquista, prima dell’inverno del 1941, di obiettivi strategici irrinunciabili.

La spiegazione hitleriana è una evidente scorciatoia assolutoria che tuttavia dimostra quanto fosse grande e radicato il suo odio verso gli italiani, sino a trasformarli nel capro espiatorio del fallimento del suo progetto di dominio mondiale.

Tra il novembre del 1940 ed il gennaio del 1941 le armi italiane avevano subito continui ed umilianti rovesci. La controffensiva greca non si era esaurita, le truppe italiane avevano continuato ad arretrare, rischiando quasi di essere rigettate in mare. Creta era caduta in mano inglese e dalle sue basi aeree potevano alzarsi in volo i bombardieri ad ampio raggio per minacciare le riserve petrolifere rumene. I peggiori timori tedeschi sembravano prendere corpo.

Nel porto di Taranto una formazione di aerosiluranti inglesi, nella notte tra l’11 ed il 12 novembre, aveva gravemente danneggiato tre delle più importanti unità della flotta italiana, Littorio, Duilio e Cavour, dimostrando che persino quella che sembrava l’unica arma in grado di fronteggiare il nemico era in realtà inadeguata. All’inizio di dicembre le truppe di Graziani in Egitto erano state sorprese da una fulminea controffensiva inglese e si erano viste costrette a ritirarsi disordinatamente sino al golfo della Sirte, abbandonando sul terreno artiglierie e rifornimenti. Gli inglesi avevano ricavato un consistente bottino: ottocento cannoni, cinquecento carri armati leggeri, le tristemente note “scatole di sardine”, un gran numero di veicoli, oltre centotrentamila prigionieri; dieci delle quattordici divisioni ammassate in Libia erano state annientate.

In gennaio anche le colonie italiane in Africa orientale, Eritrea, Somalia ed Etiopia, erano state investite da una fortunata offensiva inglese, sferrata simultaneamente dal Sudan e dal Kenia. Per le truppe italiane schiacciate in una morsa, la situazione si era presentata subito disperata.

Ogni passo verso lo sfacelo militare era accompagnato nell’entourage del führer da un crescendo di disprezzo e di dileggio verso gli italiani, in cui non mancavano di affiorare convinzioni razziste. Gli italiani, in quanto mediterranei, non erano altro che un miscuglio di razze, corrotto dal cattolicesimo, privo di ogni virtù guerriera e di quel senso della dignità e della lealtà caratteristico degli ariani più puri. Quasi ogni giorno il ministro della propaganda Joseph Goebbels annotava sul suo diario nuovi insulti verso l’alleato italiano:

16 novembre 1940 – Gli italiani respingono un attacco greco su territorio albanese. Che umiliazione e che ignominia! La faccenda di Taranto continua a giganteggiare nei bollettini di vittoria inglesi.

23 novembre 1940 – Adesso gli italiani hanno evacuato Coriza … Continuano a rovinare le nostre posizioni. Begli alleati che siano andati a prenderci!

26 novembre – Gli italiani non riescono nemmeno a tenere la loro nuova posizione in Albania …I nostri alleati girano i tacchi e scappano. Uno spettacolo vergognoso.

5 dicembre 1940 – Gli italiani si stanno ritirando ulteriormente, sul fronte greco. Una cosa vergognosa. Il prestigio di Mussolini ne ha sofferto terribilmente. Gli italiani sono al livello più basso, per quanto concerne l’opinione mondiale. E le nostre quotazioni sono salite ancora più in alto.

11 dicembre 1940 – Si calcola che le perdite italiane ammontino a circa diecimila morti. Nessuno, adesso, vuole esserne il responsabile. Ciano cerca di scaricare la colpa su Badoglio, e Badoglio insiste nel dire di non essere stato consultato. Una spaventosa orgia di dilettantismo.

Il ministro della propaganda Joseph Goebbels

22 dicembre 1940 – Impareggiabile dilettantismo. Il Führer ha qualche parola dura da dire sull’argomento. Gli italiani hanno portato allo sfacelo l’intero prestigio militare dell’Asse. Ecco perché gli stati balcanici si mostrano così ostinati. Gli italiani, dopo tutto, sono una razza neolatina. Ora dovremo attaccare. Non per aiutare gli italiani, ma per cacciare via gli inglesi, che adesso si sono insediati a Creta. Devono essere buttati fuori dall’isola. Il Führer preferirebbe vedere la pace ristabilita tra Roma ed Atene, ma come dirlo agli italiani? Mussolini, ora, è completamente impantanato in questo imbroglio.

13 febbraio 1941 – Aspri combattimenti in Albania. In Abissinia la situazione sta diventando molto grave per Roma e in Libia è piuttosto catastrofica. I rapporti dall’Italia parlano del più nero disfattismo. In questi giorni il Führer è l’unica speranza dei fascisti. Ciano è assolutamente finito, e la popolarità del Duce si avvicina al livello zero. A questo si aggiungono la disorganizzazione, la corruzione, in breve uno stato di cose ai limiti del caos. Dovremo presto entrare in azione, o l’Italia finirà in niente.

14 marzo 1941 – Gli italiani non sono desiderosi di passare all’offensiva, dopo tutto. Una banda di codardi fannulloni!”.

A pagare il prezzo più alto del crescente disprezzo tedesco dopo i rovesci in Grecia ed in Africa erano stati duecentotrentamila italiani che si trovavano lontani dai campi di battaglia. Nel quadro della collaborazione economica tra Italia e Germania, come contropartita alle materie prime tedesche, che peraltro affluivano dal Brennero in quantità ben inferiori a quelle concordate, decine di migliaia di lavoratori italiani, a partire dal 1939, erano stati inviati nel territorio del Reich per sostituire nei campi e nelle fabbriche la mano d’opera chiamata alle armi. Inizialmente il trattamento riservato a questi volontari era stato se non eccellente almeno accettabile, poi con il deteriorarsi del prestigio italiano si era degradato al punto da diventare non molto dissimile da quello dei prigionieri di guerra francesi o inglesi. La polizia era pronta a reprimere con durezza ogni minima infrazione disciplinare. Gli italiani rei di essere poco produttivi, ritardatari, chiassosi o di aver tentato di ritornare in patria senza i dovuti permessi potevano addirittura essere internati in appositi campi di “rieducazione”. Le vibrate proteste ufficiali del governo italiano non erano mancate, determinando la chiusura dei campi di “rieducazione” ed un certo miglioramento del vitto e degli alloggi, tuttavia il rapporto tra italiani e tedeschi era rimasto problematico. In molte città attorno ai lavoratori italiani si era creato un clima di insofferenza e di sospetto che aveva un fondamento razzista. A preoccupare una parte della società civile e le autorità naziste era soprattutto il rischio che gli italiani insidiassero la virtù e la purezza razziale delle donne tedesche. Quelle che proprio non riuscivano a resistere al fascino latino potevano subire punizioni esemplari come la rasatura del cranio. Il responsabile della politica razziale del partito nazista, Otto Gross, aveva apertamente messo in guardia l’ambasciatore a Berlino Dino Alfieri sull’importanza di non fraintendere i rapporti di cordialità tra i due regimi, perdendo di vista l’importanza di evitare ogni contaminazione razziale tra il popolo italiano e quello tedesco.

Benché oppresso dalle sconfitte, Mussolini aveva tergiversato sino alla metà di gennaio del 1941 prima di cedere alle crescenti pressioni tedesche volte a ridimensionare la sua aspirazione a condurre una “guerra parallela”. Nell’incontro svoltosi al Berghof, tra il 19 ed il 20 gennaio, Hitler si era mostrato estremamente amichevole, dichiarando di essere pronto ad intervenire in Grecia ed in Libia. Non aveva preteso contropartite, se non l’impegno del duce a prodigarsi per convincere Franco a schierarsi con l’Asse, ma la sua intenzione di assumere il controllo della sfera d’influenza italiana era stata fin troppo evidente. Mussolini, dissimulando i timori per la propria autonomia politica e l’irritazione che provava nel dover dipendere dalla generosità tedesca, non aveva potuto opporre rifiuti. A partire dalla metà di febbraio due divisioni, una corazzata e l’altra meccanizzata, avevano incominciato a a sbarcare a Tripoli. Alla fine di marzo le truppe italo-tedesche erano già passate all’offensiva e si apprestavano a ricacciare gli inglesi dalla Cirenaica a riconquistare Bengasi ed a stringere d’assedio la piazzaforte di Tobruk.

Il 6 aprile 1941, la Wehrmacht, appoggiata da reparti bulgari, ungheresi ed italiani, aveva dato avvio all’invasione della Jugoslavia, colpevole di aver voltato le spalle all’Asse a seguito di un colpo di stato ordito da un gruppo di ufficiali contrari all’intesa con la Germania nazista. In due settimane l’esercito jugoslavo era stato annientato e la Grecia, minacciata lungo tutti i suoi confini, aveva dovuto deporre le armi.

Il generale Erwin Rommel

Il repentino miglioramento della situazione militare italiana non aveva però cancellato il disprezzo dei tedeschi verso l’alleato fascista, anzi l’aveva rafforzato. Nei Balcani, l’occupazione della Jugoslavia ed il crollo della Grecia si erano verificati senza un determinante contributo italiano. I successi ottenuti in Africa settentrionale erano da attribuire al valore dell’Afrika Korps ed all’abilità tattica del suo comandante, un dinamico ufficiale, appena promosso tenente generale, che si era distinto durante la campagna di Francia, conquistandosi la personale stima di Hitler: Erwin Rommel. Visti da Berlino i successi africani erano apparsi particolarmente luminosi, in quanto ottenuti malgrado gli italiani, cioè malgrado la pavida indolenza degli alti comandi e la sconcertante impreparazione delle truppe.

Pur essendo formalmente subordinato allo stato maggiore italiano, Rommel, sfruttando l’appoggio del comando supremo della Wehrmacht e la fiducia che il führer riponeva nei suoi confronti, si era di fatto creato un ampio margine di autonomia ed aveva finito per imporre la sua visione della guerra nel deserto, imperniata sulla rapidità e sulla mobilità. Le sorprendenti vittorie riportate nel corso del 1941 e del 1942 gli avevano conferito un’aura di infallibilità, rendendo incontestabili le sue valutazioni. Pertanto poteva permettersi di trattare i suoi superiori italiani con altezzoso disprezzo, considerandoli miopi, infidi e codardi. Riferendosi a loro scriveva alla moglie Lucie: “Non ho mai avuto una buona opinione di questi gentiluomini. Merde sono e merde resteranno.”.

Neppure verso il duce mostrava particolari riguardi. Nel luglio del 1942, quando le truppe italo-tedesche erano attestate ad El Alamein e l’obiettivo di raggiungere il canale di Suez sembrava a portata di mano, Mussolini si era deciso, mal consigliato dal suo stato maggiore, a volare in Libia per poter presenziare al trionfo ed assumersene prontamente il merito. In previsione dell’imponente parata all’ombra delle piramidi erano stati sbarcati a Tripoli duecento barattoli da dieci chili di lucido da scarpe.

In tre settimane di permanenza tra le roventi sabbie africane, il duce aveva dovuto accontentarsi di visitare ospedali e campi di prigionia, di rincuorare coloni che avevano perso tutto, di passare in rassegna reparti in marcia verso il fronte, ma Rommel, troppo impegnato a dirigere le operazioni, non aveva trovato neanche un minuto da dedicargli. Negli stessi giorni in cui Mussolini, stretto nella sua uniforme di primo maresciallo dell’impero, ciondolava in attesa di buone notizie o almeno di un incontro al vertice, Rommel aveva interrotto una riunione con il suo stato maggiore per volare in un ospedale da campo a rendere omaggio ad un valoroso ufficiale italiano gravemente ferito che si era distinto al comando di una postazione di artiglieria.

L’atteggiamento verso i soldati italiani del generale destinato a guadagnarsi il soprannome di “volpe del deserto” era complesso ed ambivalente. Per un verso provava rispetto e compassione nei loro confronti, per un altro diffidava della loro lealtà e della loro determinazione a combattere. Alla moglie confidava: “Sono ottimi, pazienti, resistenti, coraggiosi, ma male armati e peggio comandati.”. Era anche disposto, come dimostrano i bollettini emessi dal suo comando, a riconoscerne con generosità il valore e la tenacia, tuttavia riteneva che gli italiani come popolo non brillassero per qualità marziali. Nel novembre del 1917 aveva ottenuto la più alta onorificenza dell’esercito imperiale, la croce pour le mérite, catturando a Longarone interi reggimenti italiani quasi senza combattere e non poteva certo averlo dimenticato. Conversando con i suoi ufficiali ammetteva che gli italiani possedevano altre virtù rispetto a quelle militari, magari preziose, ma inutili per vincere una guerra. Ogni ostacolo alla realizzazione dei suoi piani trovava nelle carenze italiane un’immediata spiegazione. L’insufficiente afflusso di rifornimenti alle sue colonne corazzate era da imputare allo scarso impegno, alla colpevole mancanza di organizzazione e di iniziativa degli italiani. Rifiutava con sdegno le giustificazioni dell’alto comando italiano che si affannava a fargli presente le immani difficoltà di rifornire un esercito attraverso centinaia di chilometri di deserto, con temperature che mettevano a dura prova uomini e mezzi.

Il ministro degli Esteri Ribbentrop a colloquio con Hitler

I porti di Bengasi e di Tobruk avevano una capacità piuttosto ridotta ed erano gravemente esposti agli attacchi aerei provenienti dall’Egitto, tanto che le acque al largo della Cirenaica si erano trasformate nel “cimitero della marina italiana”. La rotta tra i porti italiani e Tripoli si presentava invece più breve e relativamente più sicura, ma una volta sbarcati i rifornimenti dovevano affrontare un lungo viaggio via terra. Nell’estate del 1942, quando l’armata italo-tedesca si trovava ai margini del delta del Nilo, un litro di benzina, una scatoletta di carne o un pacchetto di cartucce dovevano viaggiare per duemiladuecento chilometri prima di giungere a destinazione. In ogni ritardo, in ogni deficienza logistica Rommel vedeva i limiti di un popolo che non sapeva o non voleva fare la guerra, se non addirittura lo spettro del tradimento. Con il passare dei mesi, la vulnerabilità dei convogli italiani alle incursioni aeree ed agli agguati della flotta britannica lo aveva erroneamente indotto a credere nell’esistenza di una diffusa rete di traditori, spie e sabotatori. Nel suo immaginario Roma ed i principali centri di comando erano una sorta di suk in cui le informazioni non restavano segrete troppo a lungo, complici la proverbiale loquacità italiana ed il proliferare dei traditori ad ogni livello della scala gerarchica. La sua boria, nutrita di pregiudizi e di disprezzo verso gli italiani, gli impediva di individuare la vera causa che affamava le sue truppe e le costringeva all’immobilità: Ultra, cioè il sistema di decrittazione dei messaggi in codice trasmessi dall’esercito tedesco.

Fin dall’inverno del 1940, i migliori cervelli inglesi, selezionati dal servizio segreto tra matematici, fisici, ingegneri, enigmisti, linguisti e campioni di scacchi e di bridge, avevano incominciato a penetrare i messaggi cifrati generati dal codificatore elettromeccanico Enigma, in cui i tedeschi riponevano una fiducia assoluta. Insieme all’Afrika Korps erano sbarcate a Tripoli anche le macchine Enigma, attraverso cui venivano diffuse ai comandi tedeschi tutte le informazioni relative alle operazioni della marina italiana. In questo modo, ciò che i codici italiani, ancora inviolati, proteggevano diventava improvvisamente comprensibile per gli inglesi intercettando le comunicazioni tedesche. Non erano dunque né l’indole traditrice degli italiani, né la loro goffaggine nel preservare le informazioni più segrete a consentire alla flotta aeronavale britannica di tagliare con precisione chirurgica le linee di rifornimento di Rommel.

Oltre alla trasparenza del suo sistema di comunicazione, l’altra spina nel fianco dell’armata italo-tedesca era rappresentata da Malta, da cui le forze inglesi potevano insidiare la vitale rotta per Tripoli.

Nel giugno del 1940, Mussolini, troppo occupato a sferrare la sua “pugnalata” alla Francia per meritarsi un posto al tavolo dei vincitori, non aveva preso in considerazione l’occupazione di Malta, allora debolmente difesa. Era stato un errore di valutazione gravissimo, a cui si era cercato di rimediare verso la fine del 1941 elaborando un piano di invasione con la collaborazione tedesca. L’esperienza del generale Kurt Student, che aveva guidato le forze aviotrasportate nella sanguinosa conquista di Creta nel maggio del 1941, si era rivelata preziosa. Erano stati predisposti navi, mezzi da sbarco ed alianti, la divisione paracadutisti Folgore ed altre unità mobilitate avevano ricevuto uno specifico e meticoloso addestramento, le difese di Malta erano state sottoposte ad intensi bombardamenti, nella primavera del 1942 tutto era pronto per mettere in atto l’operazione denominata in codice C3 dallo stato maggiore italiano. L’ultima parola spettava però a Berlino, le cui truppe aviotrasportate erano ritenute indispensabili per ottenere il successo. In giugno, Hitler aveva finalmente deciso di rinviare l’operazione. Forse più che all’illusione che Rommel fosse in procinto di ricacciare gli inglesi oltre il canale di Suez, aveva ceduto alla diffidenza che nutriva verso gli italiani. Al generale Student, designato al comando dell’assalto dal cielo, Hitler aveva confidato di temere che se la flotta britannica fosse comparsa al largo di Malta tutte le navi italiane si sarebbero rifugiate in fretta e furia nei loro porti, abbandonando al loro destino le truppe aviotrasportate. A Mussolini aveva invece taciuto le sue preoccupazioni antitaliane, aveva preferito evocare la “dea della fortuna” che “nelle battaglie passa accanto ai condottieri soltanto una volta” per imporgli, seppur con i toni di un amico sincero e premuroso, di dare piena fiducia a Rommel che, galvanizzato dalla conquista di Tobruk, intendeva proseguire la sua offensiva verso il delta del Nilo, senza curarsi di Malta.

Cippo ad El Alamein

Difronte ad una visione strategica così ispirata, il duce, ignorando le obiezioni di alcuni dei suoi generali, non aveva esitato ad inchinarsi. La dea della fortuna, sempre capricciosa, si era però lasciata afferrare dagli inglesi. Esaurito il suo slancio offensivo a causa della penuria di carburante, pezzi di ricambio e munizioni, Rommel era stato travolto, nell’ottobre del 1942, dall’ottava armata del generale Montgomery, che disponeva di linee di rifornimento, attraverso il canale di Suez, sicure e soprattutto brevi.

Nella decisiva battaglia di El Alamein gli inglesi erano stati ben più generosi degli alleati tedeschi nel riconoscere il valore, il coraggio e l’abnegazione dimostrati dai soldati italiani, in particolare dai paracadutisti della divisione Folgore a cui avevano reso l’onore delle armi. Al termine dei combattimenti dei cinquemila parà partiti dall’Italia ne erano sopravvissuti appena trecentosei.

A Berlino invece nessuno aveva avuto dubbi sulle responsabilità del disastro africano: i soliti inaffidabili e spregevoli italiani.

Anche sul fronte russo i tedeschi non si erano fatti scrupoli ad assegnare all’alleato italiano il ruolo di capro espiatorio della disfatta.

All’alba del 22 giugno 1941, oltre tre milioni di uomini della Wehrmacht avevano varcato i confini sovietici dal Baltico ai Carpazi, poche ore prima dell’inizio delle operazioni, Hitler aveva informato Mussolini che aveva accolto con entusiasmo la notizia. Da tempo sospettava un imminente allargamento ad est del conflitto da cui si attendeva, attraverso il superamento del patto Ribbentrop-Molotov ed il ritorno alla coerenza ideologica dell’Asse, l’opportunità di riaffermate il proprio ruolo di campione senza macchia dell’antibolscevismo, di risollevare il prestigio militare italiano e di guadagnare terreno rispetto agli alleati minori del Terzo Reich come la Romania e l’Ungheria. Nonostante Hitler ed i suoi generali non avessero né previsto, né auspicato alcun contributo militare italiano, il duce aveva insistito per partecipare all’impresa. Si era affrettato a dichiarare guerra all’Unione Sovietica ed ad ordinare allo stato maggiore di mettere insieme al più presto un contingente da inviare in Russia. Il führer, pur ritenendo assai più utile un rafforzamento del fronte africano, non si era sentito di negare all’amico italiano l’onore di partecipare direttamente alla battaglia decisiva per il trionfo della civiltà europea sulla barbarie asiatica.

A fine giugno erano partiti verso le steppe russe i primi treni stipati di soldati con un equipaggiamento raccogliticcio ed incompleto. Ancora una volta l’illusione di una campagna breve che avrebbe annientato la potenza sovietica prima del sopraggiungere dell’inverno aveva soffocato nel duce ogni prudenza. Riteneva che crollata la Russia, l’impero inglese avrebbe accettato una pace di compromesso da cui l’Italia avrebbe potuto trarre i massimi vantaggi soltanto in virtù del contributo fornito all’alleato su tutti i fronti.

Sulla qualità del contributo italiano i vertici militari tedeschi avevano espresso le solite perplessità. Nell’agosto del 1941, il generale Wilhelm Keitel, capo di stato maggiore della Wehrmacht, dopo aver passato in rassegna il contingente italiano in compagnia di Hitler e di Mussolini ne aveva tratto una impressione desolante e si era posto una angosciosa domanda: ”Come avrebbero fatto a resistere ai russi, uomini di questo stampo che erano solo mezzi soldati?”. Gli argomenti per addossare agli italiani qualsiasi colpa erano già pronti.

Anche riguardo al significato ideologico da attribuire alla lotta contro la Russia il duce si era lasciato ingannare da convinzioni destinate ad essere smentite dai fatti. Vedeva nell’operazione Barbarossa una crociata antibolscevica, capace di far convergere verso l’Asse tutte le correnti anticomuniste, persino quelle presenti nei paesi anglosassoni, Hitler invece la considerava prima di tutto una guerra di sterminio per la conquista ad est dello spazio vitale tedesco. Nella visione nazista ebraismo e bolscevismo erano inestricabilmente legati tra loro, in quanto dal primo si sprigionava l’energia intellettuale del secondo. Pertanto lo sterminio degli ebrei equivaleva alla distruzione della dottrina leninista e delle forze più vitale dello stato sovietico.

Un mese prima dell’inizio dell’operazione Barbarossa, il reichsführer delle SS, Heinrich Himmler, aveva riunito a Pretzsch sull’Elba un centinaio di comandanti delle Einsatzgruppen, le forze speciali che avrebbero seguito la scia delle armate tedesche nella loro avanzata in Russia, per formarli alla campagna di distruzione del nemico razziale. Con l’avvio dell’invasione gli ufficiali convenuti a Pretzsch avevano dimostrato di aver appreso la lezione di Himmler e di applicarla coscienziosamente. Ogni giorno giungevano a Berlino rapporti contrassegnati con la dicitura “segretissimo” in cui veniva tracciato il bilancio delle attività omicide delle forze speciali nei territori via via occupati. I funzionari del partito comunista, i commissari politici e soprattutto gli ebrei venivano rastrellati, fucilati ed interrati in fosse comuni frettolosamente approntate. Il numero degli ebrei massacrati dalle Einsatzgruppen avrebbe superato il milione prima della fine della campagna.

Paracadutisti della Folgore in azione

I rapporti sulla situazione operativa in U.R.S.S., contenenti tutti i dettagli della guerra razziale contro gli ebrei erano diramati quotidianamente a sessanta dipartimenti e funzionari del governo tedesco, ma nessuno giungeva agli alleati italiani. In via ufficiale Roma era tenuta all’oscuro della politica di sterminio sistematico della popolazione ebraica voluta dal führer.

Dopo l’armistizio con la Francia, Ciano era stato informato da Ribbentrop del progetto di trasferire gli ebrei europei in Madagascar, ma probabilmente non ne aveva colto il significato implicitamente genocida. In seguito il governo tedesco si era limitato ad esercitare pressioni sull’alleato italiano affinché nelle zone di occupazione di sua competenza si attenesse ad una linea di condotta più intransigente nell’applicazione della politica razziale, dissipando il sospetto che gli ebrei potessero godere di qualche protezione.

L’irritazione nazista aveva ben fondate motivazioni. Infatti, il ministero degli esteri si era sempre opposto con fermezza ad ogni tentativo delle autorità tedesche, e degli altri paesi in cui vigevano legislazioni antisemite, di applicare norme restrittive e discriminatorie anche ai residenti italiani di ascendenza ebraica. Il riconoscimento della pienezza dei diritti di cittadinanza agli ebrei italiani nel territorio del Reich ed in quelli occupati dalla Wehrmacht aveva assunto i caratteri di un aperto gesto di sfida nei confronti dell’alleato. Tanto che nel settembre del 1942 il governo tedesco aveva intimato a Roma, non volendo più tollerare una condizione di privilegio per gli ebrei italiani, di organizzare entro il gennaio successivo il rimpatrio dei propri cittadini. La minaccia dell’immediata deportazione degli ebrei italiani in Polonia aveva convinto palazzo Chigi a mettere da parte la linea delle proteste diplomatiche e delle schermaglie burocratiche per attivarsi nella realizzazione dei rimpatri. Nessun ebreo italiano era stato abbandonato, neppure quelli arrestati e deportati per errore dalla Gestapo. La diplomazia italiana anche in questi casi era intervenuta con incisività, riuscendo talvolta ad ottenere il rilascio dei malcapitati.

A costo di destare l’indignazione dei nazisti ed attirarsi il loro risentito disprezzo, le autorità civili e militari italiane avevano esteso la protezione accordata agli ebrei italiani anche a quelli stranieri, persino a quelli tedeschi accusati di attività eversive. In Francia, in Tunisia, in Croazia ed in Grecia i comandi militari si erano mostrati larghi di aiuti e di protezione non solo verso gli ebrei residenti nelle proprie aree di competenza, ma anche verso quelli che si trovavano nelle zone limitrofe, sottoposte all’autorità tedesca o di governi collaborazionisti. Nella zona di occupazione italiana in Francia, il numero degli ebrei era quasi triplicato, suscitando vivaci proteste da parte sia del governo di Vichy, sia delle autorità naziste che si vedevano sfuggire le loro prede a causa della generosa umanità, mascherata da lassismo, degli italiani.

Adolf Eichmann, l’ufficiale delle SS incaricato da Himmler di rastrellare gli ebrei europei e di avviarli ai campi di sterminio, indispettito dall’atteggiamento italiano aveva attivato il ministero degli esteri per ottenere un incontro a Parigi con Guido Lospinoso, l’ispettore generale di pubblica sicurezza nominato da Mussolini, su insistenza tedesca, responsabile degli affari ebraici nella Francia occupata. Lospinoso si era reso irreperibile, nessuno dei messaggi recapitatigli aveva avuto risposta. L’onnipotente Eichmann aveva dovuto rinunciare alla riunione in cui sperava di mettere in riga gli italiani. Un subordinato di Eichmann, Heinz Roethke, incaricato di gestire la liquidazione della comunità ebraica francese, così descriveva, in un rapporto del luglio 1943, la situazione della zona di occupazione italiana: “L’atteggiamento italiano è ed è stato incomprensibile.

Il generale Kurt Student

Le autorità militari italiane e la polizia italiana proteggono gli ebrei con ogni mezzo sia in loro potere. La zona di influenza italiana, particolarmente la Costa Azzurra, è diventata la Terra Promessa per gli ebrei residenti in Francia. Negli ultimi mesi vi è stato un esodo di massa di ebrei che dalla nostra zona di occupazione sono passati in quella italiana. La fuga degli ebrei è stata facilitata dall’esistenza di migliaia di vie traverse, dall’assistenza data loro dalla popolazione francese, dalla simpatia delle autorità, da carte di identità false e anche dalla vastità dell’area che rende impossibile bloccare ermeticamente le zone di influenza. A proposito dell’atteggiamento italiano sulla questione ebraica, sono già stati inviati circa 20 rapporti… . Sinora non vi è stato alcun accenno di mutamento nella condotta degli italiani. Questo problema crea grandi difficoltà nel mantenimento esteriore delle relazioni politiche italo-tedesche, perché i francesi e i rappresentanti diplomatici di altri paesi utilizzano abilmente la diversità di condotta verso gli ebrei, tenuta rispettivamente dall’Italia e dalla Germania. Gli italiani hanno fatto trasferire dalla Costa Azzurra alle stazioni climatiche del dipartimento dell’Isère e della Savoia circa mille ebrei bisognosi. Gli ebrei vi si trovano benissimo poiché non sono soggetti ad alcuna restrizione, ma al contrario sono alloggiati nei migliori alberghi.”.

Anche in Tunisia, malgrado la difficilissima situazione militare e la forte presenza tedesca, la protezione italiana agli ebrei non era mai venuta meno.

Ad Atene, il generale Carlo Geloso, comandante della seconda armata, oltre a non prendere alcun provvedimento contro gli ebrei, aveva ordinato di presidiare la sinagoga al fine di evitare violenze da parte degli studenti filonazisti greci. A Salonicco, nella zona di occupazione tedesca, le autorità consolari italiane avevano salvato nell’estate del 1942 centinaia di ebrei dalla furia nazista rilasciando certificati di nazionalità italiana a chiunque potesse vantare un remoto legame con l’Italia o avesse un cognome con una vaga assonanza italiana. Alcuni ufficiali aveva strappato dalle grinfie della Gestapo donne ebree spergiurando di averle sposate.

In Croazia, nell’estate del 1941, un reparto italiano aveva simulato un inesistente rastrellamento di partigiani per raggiungere un gruppo di ebrei nascosti nelle zone interne del paese e sottrarli alla minaccia degli ustascia, le feroci milizie filonaziste guidate da Ante Pavelic.

La condotta umanitaria verso gli ebrei dei militari e dei funzionari civili, così disonorevole agli occhi dei nazisti, perché razzialmente indegna ed irresponsabile, era avallata e talvolta incoraggiata da Mussolini. Ad ispirarlo non erano tanto i sussulti dell’umanità nascosta al fondo del suo animo, quanto piuttosto considerazioni politiche a breve ed a lungo termine. Nell’immediato temeva che la passiva accettazione di una politica persecutoria verso gli ebrei avrebbe dissolto ciò che rimaneva della popolarità del regime e del suo personale prestigio. Guardano invece al nuovo ordine europeo che sarebbe scaturito dalla guerra, riteneva opportuno prendere le distanze dalla politica razziale nazista per fare dell’Italia un polo di riferimento di tutte le forze che in Europa erano terrorizzate dalla prospettiva di una egemonia tedesca. Soprattutto nell’area mediterranea, destinata nei suoi sogni ad entrare nella sfera di influenza italiana, vedeva la necessità di tutelare la posizione morale dell’Italia, così profondamente minacciata dalla brutalità tedesca, su cui nessun equilibrio politico avrebbe potuto essere edificato.

Il silenzio ufficiale di Berlino sulla “soluzione finale” della questione ebraica non aveva impedito a Mussolini di intuirne i contorni. Le dimensioni del massacro perpetrato dalle Einsatzgruppen in Russia erano talmente grandi da non poter passare inosservate né ai comandi militari, né ai gerarchi in visita al fronte. Il segretario del PNF, Aldo Vidussoni, al termine di una visita alle truppe dell’ottava armata aveva inviato al duce, nell’ottobre del 1942, una eloquente relazione: “Un assoluto rigore è manifestato nei riguardi degli ebrei, severamente trattati e sottoposti a restrizioni di ogni genere, anche se non mancano quelli che lavorano. Mi è stato detto da italiani che vivono in quei territori e qualche volta anche dai tedeschi in vena di confidenze, che le fucilazioni sono all’ordine del giorno e anche per forti contingenti di individui di ogni età e sesso. A Minsk, al Teatro dell’Opera, abbiamo visto ammassata la roba di migliaia e migliaia di ebrei ammazzati e che sembra sarà distribuita alla popolazione. Si sfruttano, dicono, solo quelli che possono lavorare e fino al loro esaurimento materiale. Quello che più ha colpito gli italiani è il modo dell’uccisione, alla quale, del resto, sembra che le vittime siano rassegnate. Intere città e villaggi hanno avuto ridotto anche di un terzo e della metà la popolazione, specialmente per l’eliminazione degli ebrei.”.

Mussolini ispeziona reparti destinati al fronte russo

La consapevolezza del genocidio degli ebrei messo in atto dalla Germania nazista, pur accentuando le sue preoccupazioni circa la possibilità di costruire una durevole sistemazione dell’Europa e di garantire nel dopoguerra una qualche autonomia all’Italia, non aveva suscitato in Mussolini una completa ripulsa morale dell’alleato. Ben diversa era stata invece la reazione di molti soldati italiani sul fronte russo dopo aver assistito al trattamento riservato agli ebrei dalla disumana ferocia dei loro alleati; incredulità, sgomento e ribrezzo in Nuto Revelli: “Molti ebrei, uomini e donne, tutti con la stella gialla sul petto e sulla schiena, vagano lungo i binari: scalzi e cenciosi, passando da una tradotta all’altra, trascinano un secchio ed una scopa. Devono raccogliere le immondizie che le tradotte seminano nelle stazioni. Fingono di lavorare, come cani affamati chiedono pane e minestra. La fame e gli stenti li hanno inebetiti. Visi malati, stanchi, rassegnati: occhi pieni di fame. Alcuni bambini hanno forse sei anni…Provo pena e nausea. Quasi tutti gli alpini guardano perplessi: guardano, non capiscono.”; orrore per la sistematicità dello sterminio in Teodorico Cuzzolin: “…una decina di ebrei fra donne e bambini, dopo essersi scavata una fossa, lunga sei metri e profonda due, costretti dai tedeschi, entravano per essere uccisi con armi automatiche. I tedeschi, dopo aver scaricato le armi su quei miseri, costringevano altri ebrei a riempire le buche di terra […] e queste barbarie continuavano fino a che non avevano eliminato tutti.”; indignazione per la crudeltà riservata a civili inermi in Mario Tognato: “Corpi macilenti, coperti alla meno peggio con luridi stracci sui quali non mancava mai la tragica stella a sei punte con la JU nel mezzo, visi cerei sui quali formavano una macchia gli occhi senza espressione. Ricordo una giovinetta, di forse sedici anni, che si fermò a guardare, mentre il nostro treno le passava accanto, un alpino che sbocconcellava una pagnotta. Da un bagliore improvviso in quel visetto tragico, il nostro alpino intuì la sua fame drammatica e le buttò la pagnotta, subito raccolta con felina rapidità. Immediatamente un soldato tedesco le fu sopra colpendola selvaggiamente con il calcio del fucile mentre un altro le rigava le carni con lo scudiscio.”.

Sin dai primi mesi passati sul fronte russo, molti soldati italiani avevano incominciato a vedere negli alleati tedeschi non più dei semidei della guerra, valorosi ed invincibili, ma dei vili aguzzini privi di ogni parvenza di umanità, delle bestie sanguinarie da cui guardarsi le spalle. La tragica esperienza della ritirata attraverso la steppa russa aveva poi fornito ulteriori conferme a tali giudizi, destando un diffuso sentimento di rifiuto della Germania e della guerra imposta dal regime fascista. I tedeschi infatti avevano negato ogni solidarietà alle truppe dell’ottava armata, anzi le avevano volontariamente sacrificate, non prima però di aver addossato loro la responsabilità della rottura del fronte sul Don, a sud di Voronez.

Nel dicembre del 1942, le divisioni corazzate russe avevano investito le posizioni italiane sul Don allo scopo di consolidare l’accerchiamento, realizzato in novembre, di Stalingrado ed intrappolare in una gigantesca sacca tutte le armate che si trovavano nel Caucaso. Assillato dall’idea che gli alleati minori del Terzo Reich potessero fornire un contributo più consistente di quello italiano, Mussolini aveva accresciuto l’ottava armata sino ad una forza di duecentotrentamila uomini, l’armamento e l’equipaggiamento erano stati però trascurati. Gravi erano le carenze di automezzi, di carri armati e di artiglieria. Pur così fragile il dispositivo italiano aveva opposto una accanita resistenza all’assalto sovietico, poi era stato travolto. Nell’urto contro le soverchianti forze nemiche alcune divisioni come la Ravenna e la Cosseria avevano subito perdite gravissime.

Già quando il fronte aveva mostrato i primi segni di cedimento, il comando tedesco, adducendo motivazioni assai poco plausibili, aveva incominciato a lesinare gli aiuti all’alleato. Dopo lo sfondamento delle linee al centro dello schieramento italiano aveva temporeggiato prima di impartire l’ordine di ripiegamento all’ottava armata per consentire alle più robuste e più mobili divisioni della Wehrmacht di mettersi in salvo. Le unità meccanizzate e corazzate tedesche si erano così sganciate dal combattimento, lasciando alle stremate ed appiedate divisioni italiane tutto il peso della resistenza all’urto sovietico. Durante la ritirata l’ottava armata, braccata dai russi, aveva potuto contare soltanto su sé stessa.

I tedeschi avevano mostrato all’alleato il loro volto più spietato. Non avevano esitato ad impadronirsi, anche con la forza, dei pochi mezzi e di quel poco di carburante di cui disponevano gli italiani, neppure le autoambulanze cariche di feriti erano state risparmiate. I comandi italiani si erano visti costretti ad emanare ordini in cui si raccomandava di difendere anche con le armi mezzi, carburante e viveri dalle pretese degli alleati.

Anche quando i camion o le slitte dei tedeschi erano semivuote brutale era il rifiuto di caricare fanti o alpini italiani, per quanto malconci potessero essere. Se i tedeschi ricevevano dai lanci della Luftwaffe un po’ di pane non lo dividevano con gli italiani, se trovano lungo la strada un riparo dal gelo sbarravano l’ingresso agli italiani, oppure li cacciavo via senza tanti complimenti, se per caso, erano arrivati per primi. Franz Radewald, un veterinario distaccato presso il 541° reggimento granatieri aggregato all’ottava armata, annotava in quei giorni sul suo diario: “…lungo la strada vediamo alcune capanne che facevano al caso nostro. Un paio di vecchie comari si mettono a gracidare come gazze quando si accorgono che abbiano qualche intenzione sulle loro topaie. (…) Tre italiani che erano lì e non ne vogliono sapere di sloggiare si buscano qualche paio di robuste randellate sul groppone che ottengono un effetto miracoloso…”. Lo stesso rude trattamento era riservato anche i feriti, gettati, secondo le numerose testimonianze dei reduci italiani, come “sacchi di segatura” sulla neve per far posto ai soldati del Reich millenario.

Radewald ed i suoi camerati non avevano scrupoli di coscienza, l’unico cruccio che li tormentava era che la Germania avesse scelto un alleato così spregevole come quello italiano: “Siamo noi gli unici colpevoli di questa catastrofe, perché abbiamo accettato che individui di razza inferiore come questi combattano al nostro fianco. Hanno forse una lontana parvenza di soldati, costoro?”. Il disprezzo per gli italiani era così grande che alcuni soldati tedeschi a stento riuscivano a resistere alla tentazione di ammazzare quelli che consideravano una marmaglia di “straccioni, ladri e fifoni”. Non avrebbero dovuto resistere ancora per molto.

Nella primavera del 1943, i resti dell’ottava armata, circa centomila uomini, avevano incominciato a rientrare in patria portando con sé un rancore profondo verso l’alleato, una drammatica disillusione circa la possibilità per l’Asse di vincere la guerra ed un desiderio di vendetta per le sofferenze patite. In un rapporto del partito fascista sullo stato d’animo dei soldati sopravvissuti all’inferno russo, si registrava, nel marzo del 1943, con un certo stupore lo stridente contrasto tra il risentimento verso i tedeschi per il loro brutale e sprezzante egoismo e la riconoscenza verso la generosa umanità dei russi, che in molti casi si erano presi cura dei feriti italiani abbandonati sul terreno.

Il cupo disfattismo dei reduci dal fronte russo non aveva stentato a propagarsi né al resto dell’esercito già da tempo demoralizzato, né ad un paese prostrato dal razionamento dei generi alimentari, dai bombardamenti e dai lutti ed ormai refrattario ai vaneggiamenti della propaganda di regime. Il crudo racconto dalla viva voce dei superstiti delle atroci angherie subite per mano tedesca durante la ritirata e dei patimenti sofferti a causa dell’irresponsabile leggerezza con cui l’ottava armata era stata mandata al macello aveva segnato per molti italiani, con o senza stellette, il definitivo distacco morale dal fascismo e dalla sua guerra.

Le gravissime perdite subite in Africa ed in Russia avevano reso più pressanti le richieste italiane di armi, attrezzature ed equipaggiamenti con cui tentare di riorganizzare l’esercito in vista della difesa dei confini nazionali, esasperando i rapporti già tesi e sospettosi con l’alleato tedesco. Sull’ipotesi di un riarmo italiano Hitler aveva manifestato tutto il suo sprezzante scetticismo in una riunione dello stato maggiore svoltasi nel marzo del 1943: “Noi diamo armi agli italiani ed esse vengono così in mano a gente che le fa finire in mano al nemico, dopo poco tempo esse sparano contro di noi. Accade lo stesso anche se si tratta di armi russe o di altra preda bellica: sono sempre armi che in breve tempo sono rivolte contro di noi.”. La stagione dei palliativi era da considerarsi conclusa, la soluzione del problema italiano non poteva che essere radicale. A cominciare da un nucleo di sei divisioni, l’esercito italiano avrebbe dovuto essere rifondato ex novo attraverso un intenso addestramento in Germania, arruolando fascisti di provata fede, diversi dai soldati che in Africa avevano “tagliato la corda al primo colpo di cannone” e dagli ufficiali che non avevano mostrato alcuna preoccupazione se non quella di “andare al caffè”. Progressivamente certe “miserabili divisioni” italiane avrebbero potuto essere sciolte e rimpiazzate da quelle plasmate sul modello tedesco. Il precipitare degli eventi bellici aveva vanificato i progetti di Hitler.

Nel maggio del 1943 l’armata italo-tedesca in Tunisia aveva ceduto le armi al maresciallo Montgomery, all’inizio di giugno le guarnigioni italiane di Pantelleria e di Lampedusa si erano arrese quasi senza combattere, un mese più tardi gli Alleati erano sbarcati sulle coste siciliane. La facilità con cui erano penetrati nell’interno aveva convinto Hitler a chiamare a rapporto il duce a villa Gaggia, per spronarlo a resistere ad oltranza.

Dopo l’incontro di Feltre, Mussolini rimase alla guida del governo solo per sei giorni. Prima il gran consiglio del fascismo lo mise in minoranza, poi Vittorio Emanuele III lo destituì e lo fece arrestare. Uscito di scena il solo italiano che riteneva degno di stima e di fiducia, Hitler non ebbe alcun dubbio sull’imminente tradimento italiano. Finse di credere alle rassicurazioni del maresciallo Badoglio sulla determinazione del suo governo a continuare la guerra a fianco della Germania solo per guadagnare il tempo necessario per mettere a punto i piani operativi, denominati in codice “Alarico” e “Costantino”, per neutralizzare ciò che restava dell’esercito italiano in patria ed all’estero.

Mentre gli italiani esultavano in piazza per la caduta di Mussolini, sfogando la loro rabbia a lungo repressa su fasci littori, aquile romane e busti protervi del dittatore che li aveva condotti alla catastrofe, la Wehrmacht si assicurava il controllo dei valichi alpini e faceva affluire divisioni ed unità corazzate, destinate non certo a rafforzare il fronte siciliano.

Le deboli proteste dello stato maggiore italiano difronte a questi minacciosi movimenti di truppe furono ignorate da Berlino, fornendo così a Badoglio una ragione in più per accelerare le trattative segrete in corso con gli anglo-americani. In attesa di perfezionare l’armistizio, l’anziano maresciallo, i suoi ministri ed i suoi generali moltiplicarono le dichiarazioni di fedeltà al Terzo Reich, senza tuttavia riuscire ad apparire nient’altro che dei patetici teatranti agli occhi dei tedeschi. A mezzogiorno dell’8 settembre 1943, il re in persona giurò al diplomatico tedesco Rudolf Rahn, in visita di cortesia a villa Savoia, che l’Italia e la Germania erano unite per la vita e per la morte. Poche ore più tardi, intorno alle diciotto e trenta, la tragica farsa dell’alleanza italo-tedesca cessò con l’annuncio radiofonico da parte del generale Eisenhower della capitolazione italiana. Il tradimento da lungo tempo temuto da Hitler si era finalmente consumato. Nulla poteva ormai impedire al disprezzo tedesco di tramutarsi in odio feroce e vendicativo.

ROBERTO POGGI


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Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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