I miei maestri in campo storico (Alessandro Galante Garrone, Franco Venturi, Raimondo Luraghi, Aldo Garosci e non pochi altri) erano soliti affermare che una testimonianza di vita vissuta, quando fornita dopo averla vista con i proprio occhi, può valere più, in termini di attinenza alla realtà, di non pochi libri. E allora ci provo…
       Domenica, primo pomeriggio. Sono di ritorno da L’Aquila, dove ho presentato il mio libro “Storia della guerra dall’antichità al Novecento” nel corso della grande manifestazione sapientemente organizzata dall’amico Salvatore Santangelo.
       Salgo su un treno ad alta velocità a Roma, direzione Torino. Dopo un consistente periodo di viaggio tranquillo e in perfetto orario, ad un certo punto un passeggero di colore – alto, ben vestito, provvisto di un bell’orologio e di un cellulare di ultimissima generazione – seduto nella parte anteriore della carrozza dove siedo anch’io, ma in fondo, inscena una mezza gazzarra affermando di aver ricevuto una spinta da un’atleta di una squadra di sportivi (forse rugbisti) presente nella carrozza stessa.
       Questo passeggero non parla italiano, ma si esprime in un ottimo inglese e lancia insulti pesanti contro i bianchi in generale e gli italiani in particolare. Il suo accento è africano e non molti, tra i passeggeri, riescono a comprenderlo pienamente. Accorre il manager del treno e – a fatica – riesce a placarlo, spiegandogli, in un buon inglese, che è anche possibile che, in un treno affollato, egli abbia ricevuto una spinta, ma sicuramente involontaria e semplicemente frutto del grande affollamento della carrozza, non certo di razzismo.
       La disputa rientra in tempi relativamente brevi, mentre il treno procede velocissimo.
       Poco prima di un’altra stazione, arriva l’addetto che procede al controllo dei biglietti e verifica che il nero di cui sopra ne è assolutamente sprovvisto. Lo invita perciò a regolarizzare subito la sua posizione, onde evitare problemi.
       La reazione del nero è incredibile: esplode in una miriade di insulti – tutti rigorosamente in inglese e tutti assai pesanti – in toni e forme che a me, più che un clandestino, paiono poterlo inquadrare come un agente provocatore. Tirate contro il razzismo degli italiani e monologhi contro il fatto che i “popoli ricchi” vogliono far pagare il biglietto ferroviario a quelli “poveri”, più altre geremiadi siffatte.
       Il bigliettario e il capotreno lo lasciano sfogare, ma, alla stazione successiva, avendo costui declinato l’invito a pagare il biglietto oppure a scendere, bloccano il treno e chiamano la polizia.
      Passano una decina di minuti e arrivano due poliziotte, dall’aria non propriamente adatta alla gestione di una situazione come quella. Invitano il nero ad esibire i documenti personali e scoprono che non sono assolutamente in regola. A quel punto, gli chiedono di seguirle al posto di polizia, cosa che costui si rifiuta tassativamente di fare. Lo prendono molto delicatamente per il braccio, per farlo scendere, e costui reagisce in malo modo, cercando a sua volta di aggredire le due poliziotte.
       Nel frattempo, i passeggeri di due vagoni – il nostro e quello immediatamente contiguo – si vedono coinvolti in un incidente al quale, man mano che il treno rimane fermo e accumula ritardo, decidono di partecipare in forma sempre più convinta e massiccia. Il “clandestino” parla solo in inglese, ma si abbandona a insulti talmente virulenti (che paiono direttamente usciti da una trasmissione sul razzismo italico realizzata dalle reti televisive mainstream) e iterati che anche quelli che l’inglese l’hanno fatto (e male) solo a scuola cominciano a capirne forma e toni.
       E qui si verifica il mutamento metapolitico: mentre nelle trasmissioni televisive della cultura tuttora dominante il pubblico è assai filo-accoglienza (o comunque deve esserlo, perché la nostra è una democrazia libera…), nella carrozza si scatena invece la vera natura dell’effettivo pensiero italico sulla cosiddetta accoglienza: affermazioni come “nero di m…” e “tornatene a casa tua”, sono le più gentili, a carico del suddetto, ma non mancano pure gli apprezzamenti sulla politica passata e presente del PD (la cui dirigenza, evidentemente, non viaggia molto in treno…).
       Lo spettacolo è bellissimo: l’odio, già ben presente sotto traccia, lievita ed esplode, in forme talmente massicce e virulente, con la propensione di non pochi a farlo escalare in “vie di fatto”, che pure il “clandestino”, fino a quel momento tanto baldanzoso, si sente in necessità di farsi più prudente, nella consapevolezza che forse è meglio scendere dal treno intero, piuttosto che in altra forma… Si decide dunque a seguire più o meno docilmente le due agenti e solo quando arriva allo sportello del vagone ha una forma di resipiscenza e si blocca. Ma a quel punto subentra l’hegeliana “Astuzia della Ragione” e, mentre le due agenti proseguono in un’opera di persuasione molto corretta, da polizia di Paese civile, una spinta molto pesante, evidentemente proveniente dall'”Italia profonda”, “detrenizza” (e forse anche “detronizza”…) il malcapitato dallo sportello della carrozza e lo fa atterrare, invero abbastanza morbidamente, sul marciapiede. Le due agenti sono come sorprese, da quel comportamento privato un tantino tranchant, ma guardano l’autentica rivolta popolare che sta avendo luogo all’interno del treno e – come sempre succede in casi del genere – preferiscono abbozzare. Il capotreno, con grande senso del tempo e attenzione alle esigenze prioritarie dei clienti, fa chiudere immediatamente gli sportelli automatici e il treno riparte, macinando decine di chilometri a tutta velocità per recuperare il ritardo.
       Sorrido tra me e me: i gestori di ideologie molto concettuali e molto teoriche, quasi sempre dimenticano che – se provocata troppo a lungo – esiste nell’animo umano una componente che tende prima o poi ad esplodere e, quando lo fa, di quelle ideologie non ne vuol proprio più sapere. Se fossi un esponente di quella che ormai da tempo non è più una Sinistra, ma la più reazionaria delle Destre conservatrici italiane, mi fermerei a riflettere, anche molto a lungo, sull’idea che il popolo si è fatta di me, perché riconquistarne non dico la stima, non dico la fiducia, ma un minimo di credibilità sarà un’impresa straordinariamente difficile. Le corde troppo tirate si spezzano, proprio come i tiranti di certi ponti. E certe ideologie muoiono malamente, proprio come i malcapitati su quei ponti. E’ dura fare l'”uomo che vola”, sempre e comunque, ma specie se si passa dal ruolo di quelli che hanno spinto a quello di coloro che le spinte ormai le devono prendere, per ora tenui, ma poi, chissà…

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