La Nuova Zelanda ha capito quello che i governi di tutto il mondo, come gli economisti di grande fama accademica, non hanno ancora voluto ammettere

Non è prioritario aumentare il PIL né tanto meno rispettare una percentuale (quella del 3% tra debito pubblico e PIL). Come aveva intuito nel 2006 l’italiano laureato in lettere Maurizio Pallante autore di un famoso saggio, anche i neozelandesi hanno capito che è importante ridurre le disuguaglianze, affrontare in modo vero problemi seri come il cambiamento climatico, la salute mentale…

Distratti da beghe internazionali, elezioni europee e lotte tra UE e governo italiano, la notizia è passata pressocchè inosservata: il primo ministro della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, ha stanziato un bilancio nazionale in cui la spesa è dettata da ciò che meglio incoraggia il “benessere” dei cittadini, piuttosto che concentrarsi su misure tradizionali di fondo come la produttività e la crescita economica.

Quale sarebbe la novità? Cosa c’è di innovativo nel fatto che un governo ha a cuore il “benessere” dei propri cittadini? La novità c’è, eccome. Da molti, troppi decenni i governi di tutti paesi del mondo operano non tenendo conto del “benessere” dei propri cittadini, ma della crescita del PIL, il Prodotto Interno Lordo, al più confrontando questo con altri dati poco rappresentativi come il deficit o il debito pubblico.

Ma questo dato non è affatto rappresentativo del vero benessere di un popolo (come hanno dovuto ammettere anche gli oppositori più scettici). Il primo a parlarne, qualche anno fa, fu Maurizio Pallante, un esperto sui generis, se vogliamo, (non essendo né un megaluminare della Bocconi o di qualche altra blasonata università né un economista di fama mondiale: è laureato in Lettere, ma non si può dire che non abbia un curriculum variegato – essendo stato addirittura consulente del Ministero per l’Ambiente su temi riguardanti l’efficienza energetica). Nel 2007, Pallante pubblicò un libro dal titolo emblematico La Decrescita Felice, nel quale ribadiva e argomentava non solo che alcuni fattori, primo fra tutti il PIL, non sono rappresentativi del reale benessere di un popolo, ma che le scelte politiche adottate dai governi spesso non tenevano conto proprio del “benessere” dei propri connazionali, anzi. Gli esempi portati a conferma di questa teoria non mancano: ad esempio, alcuni fattori, pur facendo aumentare il PIL, non sono certo positivi; si pensi al consumo di sigarette e affini che “nuociono alla salute”, come si legge sulle confezioni, ma che gli stati non pensano neanche a vietare per non perdere introiti enormi da tutto l’indotto che fanno alzare il PIL; o alle malattie in generale, che fanno aumentare il Prodotto Interno Lordo con le spese per i farmaci e per gli ospedali o le cure; o alle guerre, che da decenni fanno aumentare il PIL dei paesi grazie alla produzione di armi e armamenti, incuranti del fatto che queste causano distruzione, o alla ricostruzione; o agli incidenti stradali che incuranti dei danni prodotti sulla salute delle persone generano una crescita del fatturato di migliaia di aziende; e molti, molti altri. Per contro altri fattori indicativi del reale benessere di un popolo non intaccano minimamente il PIL, anzi semmai lo “danneggerebbero”; come la produzione di energia da fonti energetiche alternative in autogestione, con perdita di fatturato delle grandi imprese del comparto energetico e della distribuzione; o il compostaggio domestico e la vendita di prodotti a km zero, entrambe riducono sensibilmente la quantità di RSU, ma non fanno crescere il fatturato – e quindi il PIL di molte aziende; per non parlare di aspetti come il volontariato e il sociale – quello vero, non quello speculativo.

A dire come stanno davvero le cose sono, come sempre, i numeri: nonostante se ne parli da anni e con clamore internazionale, le emissioni di CO2 continuano ad aumentare, i consumi di petrolio non diminuiscono (anzi, in alcuni settori, come la produzione di plastica sono in sensibile aumento), lo sfruttamento delle risorse naturali è incontrollabile (l’Overshot day, la giornata in cui i paesi di tutto il pianeta hanno consumato la quota di risorse naturali in modo “sostenibile”, cade ogni anno che passa sempre prima), le guerre aumentano e chiamarle “missioni di pace” non elimina il loro strascico di morti, malattie (si pensi all’epidemia di colera in Yemen) e povertà; e nessuno crede più alla riduzione delle differenze tra Nord e Sud del pianeta, da decenni tra le promesse e gli impegni delle maggiori organizzazioni internazionali, ONU in primis. Nonostante ciò, nessuna delle principali economie ha pensato di dare priorità al benessere dei propri cittadini piuttosto che alla (finta) crescita economica.

Ne è passato di tempo da quando Pallante dichiarò guerra al PIL (e alle politiche che sono alle spalle di questo modo distorto di gestire la cosa comune). Il suo movimento, senza scendere nella volgarità dei “vaffa….” e senza clamori mediatici, si è diffuso fino a far sì che primo giorno di giugno di ogni anno, in tutto il mondo, si celebra la Giornata Mondiale della Decrescita!

Ora, la decisione del governo neaozelandese sembra voler seguire proprio questa strada e progettare le spese del bilancio nazionale basandole su cinque priorità: migliorare la salute mentale, ridurre la povertà infantile, affrontare le disuguaglianze affrontate dalle popolazioni indigene delle isole Maori e del Pacifico, prosperare nell’era digitale e passare a una bassa emissione, economia sostenibile. Ma soprattutto di volerlo fare, indipendentemente dal fatto che queste decisioni facciano o meno aumentare il PIL del paese o il confronto con le “performance economiche” di altri paesi (sempre più sviluppati, ma anche più indebitati: si pensi agli USA o all’ultima arrivata, la Cina, il cui debito pubblico sta crescendo a vista d’occhio).

Forse il governo neozelandese ha capito quello che i governi di tutto il mondo, guidati da economisti blasonati e di grande fama accademica, non hanno ancora voluto ammettere: che non è prioritario aumentare il PIL nè tanto meno rispettare una percentuale (quella del 3% tra debito pubblico e PIL) che il suo stesso ideatore ha più volte ammesso essere stata decisa senza alcun fondamento scientifico. Nè tanto meno sottostare a controlli e imposizioni da parte di chi comanda senza averne mai ricevuta davvero l’autorità.

Al contrario, i neozelandesi hanno capito che è importante ridurre le disuguaglianze, affrontare in modo vero problemi seri come il cambiamento climatico: minacce significative, ma che tutti i paesi “sviluppati” finora non sono stati capaci di fronteggiare. Come la salute mentale:  la voce più cospicua delle somme per il benessere stanziate dal governo neozelandese sono destinate alla salute mentale (più di un miliardo di euro in 5 anni per inserire uno psicologo in ogni ambulatorio di medicina di base, ridurre i crescenti tassi di suicidio e potenziare la lotta a dipendenze, ansia e depressione). O la lotta alla povertà infantile e alla violenza domestica. O fornire aiuti ai senzatetto, alle comunità indigene e alla ricerca contro il global warming (per un totale di 3,5 miliardi di dollari neozelandesi pari a 2 miliardi di euro) senza polemiche se questi fondi sono destinati ad autoctoni o no o se sforano il famoso 3 per cento così caro ad molti macroeconomisti (nessuno dei quali, però, come dicevamo, è mai riuscito a dare una spiegazione scientifica di tale valore). Somme stanziate in bilancio e destinate a migliorare i Living Standards Framework, i parametri dello standard di vita: indicatori come qualità dell’acqua, solitudine dei cittadini, accesso al mercato immobiliare e molti altri. Tutti numeri molte volte “invisibili” per il PIL, ma fondamentali per la vita e il benessere dei dei cittadini. Ma in definitiva è proprio a questo che dovrebbe ambire un governo: non il benessere di banche e istituti finanziari nè il placet di un orgnismi sovranazionali che spesso sembrano violare l’autonomia dei singoli stati nè l’interesse di questa o quella multinazionale alla quale interessa solo vendere più prodotti tutti uguali che il benessere dei consumatori (si pensi alle polemiche che vanno avanti da anni suu trattati come il TTIP o il CETA o il TPI).

27 Settembre, 2018: baby Neve, di soli tre mesi, Neve, figlia del Primo Ministro della Nuova Zelanda Jacinda Ardern, ha battuto il record di essere stata la più giovane spettatrice di una Assemblea Generale dell’ONU: (UN Photo Cia Pak)

 

Come in molti erano rimasti sorpresi (al punto di deriderlo apertamente) delle teorie di Pallante, allo stesso modo in molti hanno cercato di sminuire le capacità di Jacinda Ardern che, a soli 38 anni è la più giovane capo di governo donna al mondo (ma è in Parlamento già dal 2008!). Un primato che non le ha impedito di stravolgere la tradizionale analisi economica costi-benefici e decidere le politiche di ciascun ministero e la finanziaria 2019, su quello che è stato definito il “bilancio del benessere”. Un benessere che non è solo uno slogan elettorale ma una filosofia di vita: infatti lo scorso anno a ottobre, non si pose limiti e si presentò all’Assemblea generale dell’Onu tenendo in braccio la figlia, Neve Te Aroha.

 


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