I soldi del colore

Si possono monetizzare gli standard? Ed è ammissibile farlo?

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio. Questa è una puntata molto seria.

Il titolo non è un omaggio dislessico al film di Scorsese, anche se ne usa le parole. E’ invece una puntata patriottica di questa rubrica, visto che tratta della bandiera italiana. Avrebbe potuto anche intitolarsi “I soldi del (Tri)Colore”.

Proprio la bandiera italiana è un esempio di quanto il cercare di spremere soldi da ogni brandello di conoscenza può portare a cose assurde e, almeno per Cassandra, inaccettabili.

Infatti quando Cassandra inserisce il tricolore in questo articolo, nella sua magnificenza cromatica di verde, bianco e rosso, non deve ovviamente pagare nessuno.

Potrebbe incorrere in un reato penale se ne facesse abusi previsti e puniti dalla legge, ma per usi leciti come questo non si deve pagare niente e nessuno. Purtroppo la cosa è divenuta po’ meno pacifica alla luce di un fatto informatico recentissimo.

Infatti, se per essere più precisa, come previsto legge (DPCM 14 aprile 2006), Cassandra avesse descritto il tricolore con precisione assoluta, ed avesse scritto

… nella sua magnificenza cromatica di Pantone tessile 17–6153 TCX (Fern Green), Pantone tessile 11–0601 TCX (Bright White) e Pantone tessile 18–1662 TCX (Scarlet Red)…”

si sarebbe avvicinata molto alla necessità di dover pagare.

Infatti per stampare qualche copia della bandiera, descritta graficamente in quest’ultimo modo, usando una copia di “Adobe Photoshop” appena comprata od aggiornata, avrebbe dovuto pagare 15 dollari per un plugin, oppure rassegnarsi a vedere la bandiera stampata (non è uno scherzo!) come un tetro rettangolo nero.

Impossibile? No, come riportato in questo articolo, si tratta di una novità recente, annunciata pubblicamente da due aziende del calibro di Adobe, produttrice del software “Photoshop”, e di Pantone, l’azienda che detiene la proprietà intellettuale ed il controllo dello standard commerciale “Pantone”.

Lo standard Pantone descrive in maniera estremamente precisa i colori usati, un tempo come adesso, nei processi di stampa, ed oggi è esteso alla colorimetria di qualsiasi mezzo di visualizzazione o riproduzione grafica, inclusi quelli digitali. Trattandosi di una “proprietà intellettuale” i colori Pantone, inclusi i loro nomi, devono essere licenziati per poter essere utilizzati. E si paga.

Stampare un qualcosa usando Photoshop richiede di usare, un plugin, una libreria di colore (per gli addetti ai lavori un file .ACB); ovviamente il software Photoshop, come tutti gli altri, anche quelli liberi, contiene tutte le più comuni librerie di colori preinstallate.

Anche la libreria Pantone era inclusa fino a pochi giorni fa in Photoshop, ma nell’ultima versione è stata rimossa, e deve essere acquistata a parte al prezzo, effettivamente modico, di 15 dollari.

Altrimenti, stampare qualsiasi cosa descritta in termini di colori Pantone, inclusa la bandiera italiana, produrrà un’immagine completamente nera.

Ora, se è vero che il patriottismo non ha prezzo, il software commerciale lo ha, ed ora anche lo standard Pantone introduce dei costi, legalmente dovuti anche per stampare la bandiera italiana.

E descrivere la bandiera in termini che richiedono pagamenti non sembra molto… corretto? Giusto? Legale? Patriottico?

Ma c’è una soluzione, che Cassandra propone rispettosamente e seriamente, qui ed ora.

Oltre al “software libero” esistono anche gli “standard liberi”; nel campo della colorimetria esiste ad esempio lo standard “Open Color”.

Cassandra è cosciente che, dal punto di vista tecnico, una modifica del genere non è cosa banale come potrebbe apparire.

Ma a fronte di quanto appena accaduto e sopra descritto, propone alla Presidenza del Consiglio di ridefinire in maniera non commerciale i colori del tricolore, utilizzando uno standard aperto, libero e gratuito, come Open Color od altro standard non commerciale equivalente.

Non si spinge ovviamente fino a suggerire una scelta dello standard o dei colori, decisione che dovrà ovviamente essere delegata alle sedi opportune.

Marco Calamari
Marco Calamarihttp://www.cassandracrossing.org
Cassandra ha iniziato a pubblicare videocommenti; anteprime di articoli in preparazione, commenti a quelli gia' pubblicati od al "fatto del giorno", persino storielle del mondo piccolo di Cassandra. Qualita' video molto bassa, niente green screen od animazioni, location dove capita, e cosi' via; speriamo che il loro contenuto giustifichi i minuti spesi per ascoltarli. Marco Calamari: ingegnere, classe 1955, talvolta noto come "Cassandra", a 18 anni dovette decidere se comprarsi una macchina usata od un pc. Scelse il pc e da allora non si e' ancora completamente ripreso. Lavora come archeologo di software legacy in una grande multinazionale, ma e' appassionato di privacy e crittografia in Rete, dove collabora a progetti di software libero come Freenet, Mixmaster, Mixminion, Tor & GlobaLaks. E' il fondatore del Progetto Winston Smith e tra i fondatori dell'associazione Hermes Centro Studi Trasparenza e Diritti Umani Digitali. Dal 2002 organizza il convegno "e-privacy" dedicato alla privacy in Rete e fuori, ed e' editorialista di "Punto Informatico" e "ZeusNews, dove pubblica la rubrica settimanale "Cassandra Crossing". Scrivere a Cassandra - @calamarim Le profezie di Cassandra: @XingCassandra Videorubrica "Quattro chiacchiere con Cassandra" Lo Slog (Static Blog) di Cassandra L'archivio di Cassandra: scuola, formazione e pensiero

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