I più curiosi mestieri di una volta…

Ambite o pericolose, ricercate e più spesso sottopagate, ma sempre di pubblica utilità, sono quelle occupazioni, quei mestieri che in Garfagnana non si fanno più, lavori estinti e di cui forse non avete mai sentito parlare. Ogni anno nascono nuove professioni, mai immaginate e gli analisti fanno a gara per stabilire quale sarà la più ricercata o la più pagata. Lavori come lo sviluppatore di app o l’insegnante di pilates, cent’anni fa non esistevano ed erano ben lontani dall’essere previsti. Ma chi si ricorda invece di quelle professioni che sono scomparse dalla Valle del Serchio? Scalzate dalle tecnologie, dalle macchine e dal progresso? Ben pochi credo e men che meno i più giovani.

Questo articolo infatti lo dedico in parte anche a loro, penso infatti che saranno le nuove generazioni i più curiosi di apprendere l’esistenza di tanti mestieri diversi, alcuni molto strani o addirittura incredibili, d’altronde in queste righe è impossibile catalogare tutti quei lavori che il tempo si è “mangiato” e quindi mi limiterò a scrivere di quelle attività che ai ragazzi (e anche a me)risulteranno per lo più sconosciute.

La fame aguzza l’ingegno” dicevano i nostri nonni e loro d’ingegno ne avevano tanto, difatti era un continuo reinventarsi di mestieri, dove esisteva una possibilità di creare o inventare un nuovo lavoro, loro trovavano il modo di crearsi anche un occupazione duratura. La maggioranza della gente in Garfagnana certamente era occupata nell’agricoltura, nella pastorizia e più avanti con l’avvento dell’industrializzazione il garfagnino occupò in massa la fabbrica, pur non dimenticando “il campo”, gli altri lavori gravitavano però intorno a quella cultura contadina e arcaica tipicamente nostrale fino a 60-70 anni fa.
Uno di questi mestieri era il chiodaio. Eppure stiamo parlando di un banale chiodo, ne troviamo a migliaia dentro una ferramenta. Al tempo però venivano realizzati esclusivamente a mano. Dalle nostre parti tale arte veniva sviluppata sopratutto verso le zone di Vergemoli, Fornovolasco e dintorni, che erano luogo di miniere di ferro, qui si poteva reperire facilmente la materia prima. Per fare (all’apparenza) questo insignificante oggetto bastavano pochi attrezzi: un’incudine, un martello e naturalmente una forgia. Per prima cosa si prendevano delle piccole verghe di ferro che venivano tagliate in tanti pezzi quanto era la lunghezza del chiodo desiderato, dopodichè venivano messi nella forgia in modo di arroventarli, una volta estratti venivano lavorati per dargli la forma voluta, a questo punto si procedeva in maniera di formargli la testa che poteva essere piatta o sfaccettata (a diamante), servendosi di una matrice che era nell’incudine (detta chiodaia). Ma si fa presto  dire chiodo, c’era chiodo e chiodo. Ecco che per fissare le lamine di ardesia sui tetti si adoperavano chiodi specifici, poi c’era il chiodo da ruote per fissare queste ai barocci e alla carrozze, inoltre esistevano i cosiddetti brocconi servivano per bloccare il cuoio alla sella dei cavalli, oppure i calderai, chiodo per riparare paioli e padelle, insomma ne esistevano un’infinità per gli usi più disparati… dimenticavo un altro tipo di chiodo in “voga” nel XIX secolo, era fatto di una pezzatura più piccola e serviva per caricare i fucili, i suoi effetti erano devastanti.

Quest’altro lavoro che sia sparito sono felice… lo scrivano era colui che scriveva le lettere o documenti vari per terze persone. Fino agli inizi del 1900 la Garfagnana aveva un livello di analfabetismo al di sopra della media nazionale (che già quella era alta), perdipiù la necessità di scrivere lettere aumentò di pari passo con l’incrementarsi dell’emigrazione. Lo scrivano lo si poteva incontrare specialmente nei giorni di mercato, che (come oggi) con cadenza settimanale si svolgeva nei principali paesi garfagnini. Aveva il suo banchino solitamente nella piazza principale, pronto a scrivere per l’innamorato di turno appassionate lettere d’amore, oppure a leggere anche le notizie inviate per lettera del caro parente emigrato nelle lontane Americhe, non mancava nemmeno di redigere anche missive di notevole importanza. Lo scrivano nella scala sociale del tempo aveva un posto di rilievo, esercitava un lavoro di prestigio e si faceva pagare pure bene. Si può dire che fosse considerato genericamente un impiegato: ben vestito con giacca e camicia, indossava manicotti neri muniti di elastici alle estremità, in modo cosi di non sporcarsi l’immacolata camicia con l’inchiostro del pennino.

E sempre a proposito di analfabetismo un’altra professione sempre legata a questa piaga era colui che era impiegato come banditore. Non ci facciamo ingannare dall’uso odierno che si fa di questa parola, poichè al giorno d’oggi il banditore è colui che in un’asta fa determinare il prezzo di un determinato oggetto. Al tempo no, tutt’altro, il banditore era la persona che a voce rendeva pubbliche le ordinanze delle autorità comunali. Si annunciava per le vie dei paesi del comune al suono del tamburo o di una trombetta e se nel caso gli annunci fossero stati più di uno, intercalava gli stessi da uno squillo di tromba: – Udite, udite…per ordine del podestà– oppure- il signor sindaco avverte…– e oltre alle ordinanze annunciava anche l’inizio dell’anno scolastico, annunciava l’entrata in vigore della possibilità di pascolare, la denuncia di furti e il periodo per condurre il bestiame al pascolo dove vigeva l’uso dei beni civici. Nella Valle del Serchio gli annunci dei banditori venivano dati all’imbrunire, quando i cittadini rientravano dal lavoro nei campi. Le doti per fare questa attività non erano speciali, bisognava avere molto fiato e buone gambe per percorrere quelle accidentate strade. Questo mestiere ha avuto lunga vita, nacque nel medioevo e terminò quando imparammo tutti a leggere e a scrivere…

Avete mai notato nei nostri centri storici sui quei palazzi antichi quei meravigliosi portali di pietra? Sopra ci sono scolpiti stemmi nobiliari e non solo, e che dire poi di quei bellissimi davanzali? E delle cornici delle finestre e le soglie delle porte? Tutto opera dello scalpellino,ovverosia colui che finemente cesellava, scolpiva e modellava queste pietre di granito che armonizzavano e davano quel tocco in più ai palazzi e alle case. Naturalmente anche qui si usava pietra più o meno pregiata in base alla disponibilità economica del cliente. Il culmine di questo lavoro in Garfagnana lo si raggiunse in epoca rinascimentale, quando l’arte del bello cominciò ad avere la sua importanza. Gli attrezzi dello scalpellino erano specifici e personalissimi, c’era una squadra per misurare gli angoli, una serie di scalpelli perfettamente affilati, mazze e mazzette. Ma l’arte di questo mestiere non si limitava ai soli infissi esistevano manufatti per la cucina: mortai, pestelli e perfino gli stessi lavandini di pietra che oggi ammiriamo tanto nelle vecchie case.
E a proposito di case, una volta nei paesi, al di fuori delle abitazioni, nella pubblica via, venivano posti e fissati al muro delle lanterne che avevano il compito di illuminare la strada, facendo poi la funzione degli odierni lampioni . L’elettricità d’altronde in Garfagnana arrivò molto tardi, figuriamoci che in alcuni sparuti paeselli negli anni 60 del 1900 la corrente elettrica non era ancora giunta ed a far luce nelle stradine interne dei borghi c’erano ancora questi antichi lampioni che funzionavano ad olio, ed accenderli (e a spegnerli) c’era il lampionaio, lui era un dipendente comunale ed aveva un ruolo di fondamentale importanza per tutta la comunità, lo si poteva notare perchè abitualmente aveva una giacca color turchino e un berretto municipale in testa, segno inconfondibile era la lunga pertica che aveva sempre con sè e sulla cui estremità era fissata una speciale lampada munita di gancio, questa gli consentiva senza l’aiuto di scale di aprire dal basso verso l’alto lo sportellino della lanterna e accendere la lampada, altro compito del lampionaio era quello di regolare lo stoppino della lanterna e approvvigionare l’olio all’interno di esse. E la mattina? Sempre il solito lampionaio si prendeva la briga di spegnere i lampioni al sorgere del sole…
Ma non esistevano solo lavori prettamente maschili come quelli che qui abbiamo letto, esistevano lavori anche esclusivamente femminili, talvolta più duri di quelli maschili. Il classico esempio era il mestiere della lavandaia, un duro lavoro,le mani costantemente a contatto con l’acqua del Serchio, al tempo non c’erano lavatrici ne tantomeno l’acqua nelle case, bisognava andare al fiume o nei torrenti di acqua gelida a lavare i panni, sia d’estate che nei freddi inverni, ma se si vuole il disagio peggiore non era nemmeno questo, la vera sofferenza era stare costantemente piegate sulla riva, protese in avanti sui precari sassi a insaponare, sciacquare e strizzare i panni, ore e ore in ginocchio, la brutta postura portò a soffrire di quel classico processo infiammatorio meglio conosciuto come “il ginocchio della lavandaia“. Questa occupazione veniva svolta dalle donne del popolo presso le famiglie benestanti del paese e presso le famiglie in cui la donna di casa era ammalata, si dice che principalmente questo lavoro fosse svolto da donne sole, gli uomini non permettevano che le loro mogli mettessero le mani nei panni sporchi di altre persone, ma in caso di necessità anche le maritate non esitavano a mettersi al servizio delle signore del paese per portare soldi alla propria famiglia.

Il lavatoio di Campolemisi (Fabbriche di Vergemoli)

Anche per questa attività non serviva un’attrezzatura particolare, ma semplicemente dell’olio di gomito  e…della lisciva. La lisciva era il detersivo del tempo che fu, fatta di una soluzione di acqua e cenere che faceva diventare bianco, morbido e profumato il bucato, per i garfagnini era meglio conosciuta con il nome di “ranno”. Per fortuna con il passar dei secoli la situazione dalle lavandaie migliorò, sul finire del 1800 anche in Garfagnana comparvero i primi lavatoi, costruzione coperte, dotate di vasche capienti e che permettevano sopratutto alla donna di lavare in posizione più o meno eretta.

Di lavori, mestieri e occupazioni ce ne sarebbero ancora tanti da narrare, ma credo che,con queste poche righe di aver reso un omaggio a tutte quelle generazioni che hanno svolto questi antichi mestieri, che hanno operato e vissuto nel buio le loro fatiche quotidiane e che per mezzo di questo modesto articolo voglio far riemergere, non facendo così perdere la coscienza della propria esistenza.

 

 


Bibliografia:

  • Antichi mestieri della montagna italiana (Leonardo Ansimoni 1980 stampato in proprio)

  • I mestieri legati al primato della mano dell’uomo (mestieri artigiani . Associazione TRACCE DEL TEMPO)

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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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