I FRUTTI VELENOSI DELL’UOMO CARISMATICO

Busto di Pericle riportante l'iscrizione "Pericle, figlio di Santippo, ateniese". Marmo, copia romana di un originale greco del 430 a.C. circa.

Dalla storia greca un tragico episodio figlio della politica populista di Pericle.

La nostra fonte più importante sulla guerra tra Sparta ed Atene (guerra del Peloponneso) è Tucidide, un gigante della storiografia. Ma Tucidide muore che la guerra è ancora in corso. L’ultima parte ce la racconta Senofonte, nell’opera intitolata “Elleniche”.

Nell’anno 406 a.C. nelle acque delle isolette Arginuse, non lontano da Lesbo, ci fu l’ennesimo scontro di guerra tra la flotta ateniese e quella spartana. E, come al solito, gli ateniesi avevano vinto la battaglia, come invece per terra vincevano sempre gli spartani. Per questo la guerra si trascinò per 27 anni (431-404).

Gli otto ammiragli ateniesi si consultarono sul da farsi. Poi decisero di lasciare sul posto 47 navi, al comando di Teramene e Trasibulo, lì a raccogliere il migliaio di ateniesi tra morti e naufraghi, ed il resto della flotta la destinarono all’inseguimento degli spartani, per dar loro il colpo di grazia. Ma il mare cominciò ad ingrossarsi, ed impedì che si facessero l’una e l’altra cosa. Dunque tutte le navi si diressero in golfi sicuri: l’unica vera e formidabile forza di Atene era la flotta, e gli ammiragli non ritennero saggio metterla a rischio.

La notizia dei fatti arrivò ad Atene, ed in città si diede poca importanza alla vittoria e la massima attenzione a ciò che era seguito dopo, specie per naufraghi e cadaveri di marinai, imbarcati sulle 25 navi affondate dagli spartani. Le famiglie dei caduti lamentavano la miserevole fine dei loro congiunti, ipotizzando che da parte degli ammiragli non si fosse fatto tutto il dovuto. Gli ammiragli erano di estrazione o di affinità aristocratica, ed i demagoghi, populisti ed arruffapopolo – animati da odio di classe – pensarono di prendere la palla al balzo, per mettere sotto accusa il partito avverso. Ci furono assemblee popolari sempre più infiammate, ed alla fine si decise di mandare l’ordine agli ammiragli di rientrare subito, perché dessero conto del loro operato. Due di quelli sentirono tirare una brutta aria, e, benché si sentissero come i colleghi con la coscienza a posto, decisero di non tornare. Intanto erano tornati Teramene e Trasibulo, quelli che erano stati incaricati di raccogliere naufraghi e cadaveri. Avvertirono puzza di bruciato, si resero conto del risentimento strisciante tra il demos (classe popolare e maggioritaria), capirono che si era a caccia di capri espiatori, e pensarono bene di assecondare la tendenza dell’assemblea, accusando gli ammiragli.

Tornarono quindi in sei e subito dovettero presentarsi davanti all’assemblea popolare, per dare conto del loro operato. E narrarono come dopo la vittoria intendessero distruggere definitivamente la flotta spartana, ed avessero lasciato a raccogliere naufraghi e caduti 47 navi agli ordini di Teramene e Trasibulo, comandanti esperti, essendo già stati ammiragli. Loro sei però non intendevano accusare quei due, per trarsi di impaccio, perché il vero responsabile di tutto era da considerarsi il mare, fattosi minaccioso, tanto da obbligarli a rinunciare all’inseguimento del nemico e ad abbandonare al loro destino naufraghi e cadaveri dei caduti. Perché non si interrogavano marinai e timonieri, perché confermassero o smentissero questa versione?

L’orientamento dell’assemblea popolare sembrava virare in direzione favorevole agli inquisiti. Allora i caporioni popolari cercarono prendere tempo: dissero che ormai si stava facendo tardi, ed il buio avanzava, e non si poteva essere sicuri di leggere bene il voto dei cittadini, espresso per alzata di mano. La decisione quindi la si rinviava al giorno seguente.

Ma, quando l’assemblea si riunì di nuovo, si fecero avanti degli uomini vestiti di nero come a lutto e con la testa rasata, dichiarandosi familiari dei caduti, e reclamavano giustizia, mediante la punizione degli ammiragli. A far precipitare la situazione fu un tizio, evidentemente comprato, che si disse marinaio di una delle navi affondate, e si era salvato aggrappandosi ad una cassa di farina che galleggiava, e fortunosamente si era salvato. E puntò decisamente l’indice contro gli ammiragli. Fu allora dal demagogo di nome Callisseno proposto di procedere ad una modalità di voto palesemente illegale. A tale illegalità si opposero alcuni pritani (magistrati di turno), che Callisseno accusò di complicità con gli imputati, minacciando di mettere sotto processo anche loro. Impauriti mutarono decisione ed accettarono la proposta di Callisseno, benché l’avessero dichiarata illegale. E votarono a favore. Ma non Socrate, il quale disse che mai e poi mai avrebbe violato la legge.

Agli imputati fu concesso per l’autodifesa anche meno del tempo stabilito dalla legge: insomma dovevano morire, non perché rei, ma per ragioni politiche e per odio di classe. Il risultato fu la condanna a morte per i sei ammiragli, eseguita immediatamente.

Il trentennale dominio di Pericle aveva trasformato la democrazia ateniese. Prima di lui il governo della città, secondo la riforma di Clistene, era prerogativa della Boulè (consiglio, e noi diremmo parlamento). La cittadinanza era stata da Clistene divisa in 10 circoscrizioni, ognuna delle quali eleggeva 50 rappresentanti o bouleuti. Dunque le boulè era composta da 500 parlamentari, e la loro carica era annuale. Non posso fare a meno a questo punto di fare una osservazione: in Italia oggi si grida al trionfo, perché si è ridotto ilo numero dei parlamentari a 600 unità. Ad Atene erano 500 per una popolazione di circa 20 mila abitanti. La democrazia rappresentativa non può prescindere dai rappresentanti, e ridurne o accrescerne il numero di per sé non comporta in automatico alcun vantaggio. Ogni circoscrizione eleggeva 50 rappresentanti, dopo che i cittadini di quella avevano esaminato le candidature una per una. Le assemblee popolari generali ed ordinarie erano due, una all’inizio della legislatura, ed una alla fine, quando i bouleuti dovevano dare conto del loro operato. E’ ovvio che i 50 di ogni circoscrizione erano i migliori cittadini della medesima, quindi anche la boulè esprimeva il meglio della cittadinanza.

L’avvento di Pericle aveva via via modificato questo schema: la boulè, cioè il parlamento, aveva sempre più perduto di autorevolezza, a vantaggio dell’assemblea generale. La conduzione politica di Pericle aveva portato la democrazia ateniese a passare da rappresentativa a diretta. Mi viene da pensare che su questo aggettivo/participio ci sia un equivoco di fondo. In quanto aggettivo, infatti, starebbe ad indicare una modalità di conduzione politica della comunità fatta di partecipazione diretta dei singoli cittadini, senza la intermediazione di rappresentanti. In quanto participio, però, diretta è il participio passato del verbo dirigere, ed il participio passato dei verbi transitivi attivi, e dirigere è tale, ha sempre valore passiva. Perciò è inevitabile la domanda: DIRETTA DA CHI?

L’anno seguente la flotta ateniese, decapitata degli ammiragli esperti e competenti, andò incontro alla devastante sconfitta di Egospotami: l’intera flotta ateniese fu distrutta o catturata, tutta tranne solo nove navi. Tra queste la nave sacra Pàralo, che arrivò di notte ad Atene. La notizia della disfatta si diffuse rapidamente dal Pireo fino all’acropoli, ed allora gli ateniesi si resero conto del tragico errore dell’anno prima. Ma ormai…..

L’ascesa di Atene subì un brusco arresto: si dovette arrendere e subire pesanti condizioni di pace da parte degli spartani. Dopo una breve ma terribile esperienza di governo oligarchico, con i famosi trenta tiranni, ai quali il solo Socrate ebbe il coraggio di dire di no, tornò la democrazia, ma era come ingessata, inamidata a causa della tremenda scottature della guerra durata 27 anni. Atene perdette il suo primato, ma non fu sostituita da Sparta nel ruolo di città egemone: gli spartani miravano al primato nel Peloponneso, e, a dispetto del potente esercito che avevano, erano poco propensi ad avventure militari, trasferendo armati lontano dalla penisola, con il rischio di rivolte delle città sottomesse, Messene in testa. Ci fu il breve periodo di predominio tebano, a cui tenne dietro quello macedone, prima con Filippo e poi con Alessandro. E poi arrivarono i romani.

Nel paragrafo 12 del capitolo 7 del I libro delle Elleniche, Senofonte riferisce che i demagoghi ateniesi, di fronte alla proposta che si precedesse secondo legge, aizzarono la folla: “La massa protestava urlando che era una cosa terribile che al popolo non si lasciasse fare ciò che voleva.”. e cosa voleva il popolo? Che si ghigliottinasse il re. Salvo poi sottomettersi ad un nuovo monarca, quel Napoleone così amato ancora oggi in Francia, ed inspiegabilmente: partì con 700 mila soldati per la Russia, e ne tornarono 18 mila!

Questa forma degenere di democrazia ebbe l’ostilità pressoché totale di quasi tutti gli intellettuali del tempo, cominciando da Senofonte, proseguendo per Socrate e Platone, per i tragediografi ed i commediografi, tendenzialmente schierati su una democrazia rappresentativa. Ma si agognava ad una impossibile democrazia diretta. Già, diretta: ma da chi?

Nel prossimo post vorrei fare un esperimento con voi: tradurre una brano dell’opera di Cesare. Niente paura: vi prenderò per mano, e vi farò sperimentare quanto il latino sia una lingua matematica, ed il suo studio un’esperienza altamente formativa per le menti giovani.

Nel post successivo l’ultima parte di questa specie di “trilogia antica”, con riferimento a Pericle, l’uomo carismatico. Roba antica? Vediamo: i parlamentari danno pessima prova di sé, ne deriva malcontento tra i cittadini, gli avventurieri soffiano sul fuoco del discredito verso le istituzioni, le masse si convincono che qui ci vuole l’uomo carismatico, il messia laico. E il gioco è fatto, come noi italiani abbiamo già sperimentato. Uno vale uno? Anche Genny ‘a carogna? Roba antica? Grillo vuole togliere il voto agli anziani: Genny potrà votare ed io no?

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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