Di loro nessuno parla. Eppure sono tanti, tantissimi. Sono i morti sulle discariche ai confini di tante città del mondo. Solo poche settimane fa, 18 persone (ma questi sono solo quelli accertati: si teme possano essere molti di più) hanno perso la vita schiacciate da una frana di rifiuti nella più grossa discarica di Maputo, dopo le piogge torrenziali che erano cadute sulla capitale del Mozambico. I rifiuti hanno travolto e sepolto sette baracche del quartiere di Hulene, a circa dieci chilometri dal centro della città. Una morte orribile: tonnellate di spazzatura fradicia e fetida hanno travolto le baracche di fortuna costruite al limite della discarica schiacciando e soffocando gli abitanti. Le autorità del comune di Maputo si sono giustificate dicendo che avevano cercato di convincere quelle persone a lasciare Hulene e trasferirsi a Chiango, un’area scarsamente popolata nella periferia nord della città.  Qualche anno fa, durante la campagna elettorale del 2013, il sindaco di Maputo, David Simango, aveva promesso di chiudere la discarica di Hulene, ma poi aveva continuato a scaricarci rifiuti con 1.600 tonnellate di rifiuti al giorno. Le persone che vivono nell’area in cui sorge la discarica quasi sempre presentano gravi problemi di salute (respiratori, legati al puzzo nauseabondo, e diarrea). A volte la spazzatura veniva bruciata all’aperto in modo incontrollato, producendo diossine cancerogene. Eppure, ogni giorno, un esercito di uomini, donne e bambini continuano a setacciare quello che altri buttano in cerca di qualcosa da utilizzare o da poter rivendere o scambiare. Come ha denunciato Raffaele Masto su Buongiorno Africa: “La discarica è uno sterminato paesaggio di colline e vallate di spazzatura e dà lavoro a centinaia di persone che ogni giorno immersi nei rifiuti raccolgono tutto ciò che può essere riciclato, ferro, carta ma soprattutto plastica. È un lavoro che fa guadagnare pochissimo, ma per molti è sempre meglio di niente”. Chi lavora sulle discariche di rifiuti spesso è costretto a viverci: “Non si può permettere il costo dei trasporti e così si costruisce una baracca nella discarica. Così si formano città nella spazzatura, misere baracche, poco più che ripari per dormire e riprendere a raccogliere rifiuti all’alba”, continua Masto.

Quello che è avvenuto a Maputo non è un caso isolato. Circa un anno fa, 46 persone sono morte sepolte dai rifiuti franati dalla discarica alla periferia di Addisa Abeba, sulla quale vivevano decine e decine di famiglie. Anche lì il numero dei morti potrebbe molto maggiore di quelli ufficiali: sono molti i dispersi, come ha riferito il portavoce della città, Dagmawit Moges, che ha anche confermato che molte vittime erano donne e bambini che si trovavano nelle abitazioni di fortuna costruite sulla discarica Koshe. Un paio d’anni fa, lo stesso è avvenuto in Brasile. E poi a Payatas, nella discarica di rifiuti alla periferia di Manila che è crollata seppellendo la bidonville di Quezon City.  

Nel mondo sono milioni e milioni le famiglie che vivono in condizioni simili. Uomini, donne e bambini che vivono in un inferno e per i quali spesso la morte è solo la fine dell’incubo. “Incidenti” che non dovrebbero sorprendere: in tutti i continenti il numero di quelli che vivono in case di fortuna è in aumento. Fuggite dalla campagna in cerca di una nuova vita nelle grandi città vedono le propria speranze svanire e, allora, l’unico modo per sopravvivere è cercare tra i rifiuti delle discariche che sorgono vicine alle metropoli. È così che in tutto il mondo sono nate vere e proprie “città intorno alle città”, in cui migliaia e migliaia di famiglie si accalcano e vivono al di fuori della società e delle regole “civili”: qui non esistono strade, niente acquedotti, fognature, linee elettriche, pronto soccorsi. La situazione per i bambini è ancora peggiore: per loro il futuro è segnato dalla nascita. Quelli che sopravvivono (l’indice di mortalità infantile è elevatissimo in uno degli ambienti tra i più malsani del pianeta) non hanno scuole o spazi per giocare e crescere. 

Nella baraccopoli Attè Coubè di Boribana ad Abidjan sono decine di migliaia i bambini che vivono in mezzo al marciume dei rifiuti in decomposizione respirando veleni di ogni tipo che causano ogni genere di malattie. Di quelli loro che prendono queste malattie (così come delle loro morti) nessuno parla. E quelli che restano schiacciati sotto i crolli tutt’altro che infrequenti spesso attirano l’attenzione solo dei media locali e per un periodo brevissimo. Poi tutto viene dimenticato. 

Lo stesso a Rocinha, in Brasile, dove vivono 69mila persone. E poi in Venezuela a Petare dove 370mila persone cercano di sopravvivere nella periferia della capitale Caracas. O in India, a Dharavi alle porte di Mumbai (il cuore finanziario del subcontinente indiano): qui la baraccopoli copre un’area di circa 1,7 chilometri quadrati e nelle baracche, lontani dall’attenzione dei media vivono quasi un milione di persone.

Di baraccopoli come queste ce ne sono dovunque: le più grandi si trovano in Egitto, a Manshiet (dove vivono 1,5 milioni gli abitanti); in Pakistan a Orangi Town, uno slum che ha le dimensioni di una metropoli di 1,8 milioni di persone: in Kenia a Kibera, dove cercano di sopravvivere 2 milioni e mezzo di abitanti, il 60% degli abitanti della capitale keniota. Anche Margaret vive in Kenia: con la sua famiglia è accampata sulla discarica di Mwakirunge alle porte di Mombasa. Ogni giorno scava tra la spazzatura, incurante dei vetri rotti e dei rifiuti tossici cercando plastica o metalli da vendere per sopravvivere. Margaret ha solo dieci anni ma pare che a nessuno importi cosa fa o dove vive. In un posto non molto diverso da quello visitato da Sarah Alexander della British TV che ha detto: “E’ come l’inferno in Terra”.

Un inferno in cui ogni giorno vivono milioni di bambini. Nelle baracche che li ospitano non hanno corrente elettrica e praticamente non esiste acqua potabile, niente ospedali né ambulatori in cui recarsi in caso di malattie (peraltro frequenti visto l’ambiente insano). Lo stesso nella discarica di Dandora, considerata la pattumiera più grande di tutta l’Africa orientale e definita da molte organizzazioni il luogo più inquinato del pianeta. Qui uomini donne e bambini nascono, vivono e muoiono circondate dalle montagne di rifiuti riversati tutti i rifiuti della capitale Nairobi: 2000 tonnellate di spazzatura maleodorante e pericolosa per la salute che vanno ad accumularsi senza possibilità di essere smaltiti (dato che la discarica è stata dichiarata al limite della sua capienza già nei primi anni 2000). In Messico a Neza-Chalco-Itza, 4 milioni di persone vivono accampate alla periferia del Distretto Federale di Città del Messico. 

A Makoko, in Nigeria, 110mila tra uomini, donne e migliaia di bambini vivono in quella che è chiamata la Venezia nera o Venezia d’Africa: una baraccopoli alla periferia di Lagos dove vivono uomini, donne e bambini provenienti soprattutto da Togo e dal Benin. Makoko non è l’unica baraccopoli ad essersi data un nome di fantasia a volte sarcastico. Lo stesso è avvenuto ad Haiti nella Cité Soleil: qui sono 241mila quelli che cercano di sopravvivere a pochi chilometri dalla capitale Port-au-Prince. In Sud Africa sorge Khayelitsha che in xhosa significa “Casa Nuova”: una “casa” in cui vivono 1,2 milioni di persone, molte dai tempi dell’apartheid, quando alle persone di colore che giungevano a Città del Capo non era permesso di abitare negli stessi quartieri popolati dai bianchi. Anche Korogocho una distesa interminabile di baracche di lamiera a pochi chilometri dalla capitale è un nome speciale: in dialetto kikuyu significa “caos, confusione”.

Nel mondo sono milioni i bambini che vivono (ammesso che questo possa essere chiamato “vivere”) in questo modo. Anche molti di quelli che sono sopravvissuti a una guerra che non hanno visto iniziare, spesso è costretto a farlo. Come in Siria, nella Ghouta orientale, a pochi chilometri da Damasco, che l’inviato delle NU per la Siria ha definito “l’epicentro della sofferenza”. Qui bambini senza cure mediche, malnutriti e senza un futuro cercano di sopravvivere rovistando nella spazzatura per trovare qualcosa da mangiare. “La situazione umanitaria nella Ghouta orientale ha raggiunto un punto critico. Come è accaduto spesso in Siria negli ultimi 6 anni, la gente comune è di nuovo intrappolata in una situazione in cui la vita diventa lentamente impossibile e dove gli alimenti e gli aiuti sono gravemente limitati”, ha detto Robert Mardini, il direttore per il Medio Oriente del Comitato internazionale della Croce rossa. La guerra e l’assedio ha causato una grave carenza di risorse e un aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di prima necessità: il prezzo di una porzione minima di pane costa 85 volte di più che a Damasco; una bombola di gas a Ghouta Est si vende oggi a 300 dollari. Prezzi impossibile per molti di quelli che ancora vivono nella città.

E allora, i bambini cercano tra i rifiuti. Consapevoli di rischiare ogni giorno di morire, non per le pallottole dei cecchini o per le bombe “intelligenti” che colpiscono bersagli sbagliati, ma per l’aria che respirano, l’acqua che bevono e il resti di cibo che mangiano. O, a volte, sepolti dalla frana dei rifiuti su cui stavano scavando.

 

I bambini rifiutati dalla società che vivono tra i rifiuti delle discariche was last modified: aprile 12th, 2018 by C. Alessandro Mauceri

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