HEMINGWAY A CACCIA DI U-BOOT NEL MAR DEI CARAIBI

Tra il 1942 e il 1943, a bordo del suo yacht, pattugliò le coste alla ricerca di sommergibili nazisti. Ma se il bilancio militare fu modesto, Hemingway ne ricavò materiale per un grande romanzo postumo.

“Isole nella corrente”, pubblicato postumo nel 1970,

è forse il romanzo più autobiografico di Hemingway, quello in cui la ricetta dell’autore per scrivere bene viene applicata con maggiore meticolosità. Tale prodigiosa ricetta ci è svelata in un articolo pubblicato nel 1935 su “Esquire”“Scrivere bene significa scrivere vero. Se un uomo inventa una storia, essa sarà vera in proporzione alla conoscenza della vita che egli ha e alla sua coscienziosità nel lavoro; sicché quando egli inventa qualcosa è come se fosse veramente accaduto. Se non sa come molte persone pensano e agiscono, per un certo periodo può salvarsi con la fortuna, oppure può dare libero sfogo alla fantasia. Ma se continua a scrivere di cose che non sa, finirà per fare dei trucchi. E dopo aver fatto trucchi per un po’, non riuscirà più a scrivere onestamente.”
In particolare la terza parte di “Isole nella corrente”, intitolata “In mare”, contiene ben pochi trucchi e quel tanto di fantasia che serve a rendere la storia più completa, appassionante, viva e soprattutto funzionale ad esprimere lo stato d’animo dell’autore al crepuscolo della sua vita avventurosa. Se la caccia ad un equipaggio di sommergibilisti tedeschi, colpevoli di un eccidio in un villaggio di pescatori, e la battaglia finale in cui il protagonista muore eroicamente al timone del suo battello sono frutto della fantasia di Hemingway, i paesaggi descritti, le rotte tracciate, le abili manovre nella Corrente del Golfo, le emozioni ed i pensieri che accompagnano i personaggi, la coesione e la determinazione dell’equipaggio, lo stile di comando del capitano sono invece un resoconto preciso della realtà.

Il Pilar in navigazione

I pochi ma significativi riscontri documentali che possediamo confermano la sostanziale veridicità della terza parte del romanzo. Delle mappe e dei documenti di bordo utilizzati nelle varie missioni di pattugliamento del Mar dei Caraibi non ci è rimasta alcuna traccia, tuttavia il museo Hemingway all’interno della Finca Vigìa, la residenza dello scrittore nei pressi dell’Avana, conserva una foto ingiallita del Pilar che mostra a prua una tavola di legno recante la scritta American Museum of Natural History. Almeno sino agli anni ’70 quella tavola era in possesso di Gregorio Fuentes, pilota a bordo dello yacht. Una lettera inviata alle autorità cubane nel maggio del 1943 dall’addetto navale degli Stati Uniti, Hayne E. Boyden, offre un’ulteriore conferma dell’esile copertura con cui Hemingway affrontò la sua impresa più spericolata: trasformare la sua imbarcazione da pesca in una nave civetta per attirare gli U-boot tedeschi e poi neutralizzarli. La segretezza della missione imponeva una duplice copertura, una nei confronti dei comandanti degli U-boot che dovevano convincersi di aver inquadrato nel periscopio una innocua imbarcazione scientifica da depredare, l’altra nei confronti della Marina cubana che rischiava di scambiare lo yacht dello scrittore per una minaccia all’ordine costituito. A questo fine Boyden si premurò di chiarire: “Il Signor Ernest Hemingway mentre si dedica alla pesca di specie marine per il Museum of Natural History, sul suo yacht Pilar porta avanti alcuni esperimenti con apparati radio. Il sottoscritto addetto navale dichiara di essere a conoscenza di tali attività e fa presente che tutto è in regola e che questi esperimenti non sono in nessun modo sovversivi.”
Una assicurazione sulla vita del valore di diecimila dollari garantita dal governo degli Stati Uniti a tutti i membri dell’equipaggio del Pilar completava le precauzioni a tutela di Hemingway e dei suoi coraggiosi compagni di avventura.
Il pittore Thomas Hudson, l’alter ego di Hemingway nel romanzo, quando ordina ai suoi uomini di sbarcare su di un’isola alla ricerca delle tracce di un equipaggio di sommergibilisti nazisti, costretto ad abbandonare il suo U-boot ed a nascondersi nell’arcipelago in attesa di soccorsi, raccomanda loro di sembrare scienziati indossando un cappello a tesa larga e nascondendo accuratamente le armi. “Datemi un sacco di bombe a mano in nome della scienza” invoca uno dei marinai prima di sbarcare, “Mi sento un Einstein, sotto questo cappello” afferma un altro, “Tenete aperti i vostri maledetti occhi scientifici” ingiunge Hudson sempre attento a conservare il suo ruolo di leader bonario, ma coscienzioso, di una ciurma di scapestrati. Anche nella realtà la copertura “scientifica” della missione era causa di ilarità e di battute a bordo del Pilar.
Non sappiamo se l’idea di applicare al Pilar la targa del Museum of Natural History fu di Hemingway, comunque la ritenne utile a mettere in atto il tipo di guerriglia che più si addiceva alla sua personalità irrequieta, generosa, passionale, insofferente alla disciplina. La scelta di trasformare il suo amato yacht attrezzato per la pesca ai marlin in un’unità paramilitare sotto copertura fu una logica conseguenza di una precoce e personale mobilitazione contro i nemici degli Stati Uniti e dei valori democratici.

L’esperienza della guerra civile spagnola lo aveva profondamente trasformato. Prima di conoscere quella che considerava “la prova generale dell’inevitabile conflitto europeo” si era, per sua stessa ammissione, preoccupato poco “per il modo in cui la vita scorreva mentre lui poteva creare e produrre”, poi, come confessò a Mary Pfeiffer, madre della sua seconda moglie Pauline, gli erano state sufficienti, nel marzo del 1937, un paio di settimane nella Madrid assediata per diventare una persona diversa, uno scrittore diverso. Non si era sentito più un uomo con una moglie, dei bambini, una barca, era diventato parte della macchina da combattimento lealista e nient’altro aveva più avuto valore per lui. In Spagna ogni paura della morte era svanita, si era reso conto che pensare al proprio futuro mentre il mondo viaggiava verso il baratro non era altro che egoismo.
Tale convinzione lo aveva spinto a non limitarsi al ruolo di neutrale cronista per assumere invece quello di militante. Non aveva imbracciato le armi, ma si era impegnato nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, prestando la sua abilità letteraria alla stesura del commento alle immagini del documentario “Terra di Spagna”, diretto da Joris Ivens. Sfruttando l’amicizia con Eleanor Roosevelt della giornalista Martha Gellhorn, destinata a diventare la sua terza moglie, Hemingway era riuscito ad ottenere il privilegio di una proiezione di “Terra di Spagna” alla Casa Bianca. Il linguaggio crudo del suo testo, interpretato da Orson Welles, pur non potendo modificare la distratta politica americana, aveva ottenuto il personale apprezzamento del presidente Roosevelt.
Nel giugno del 1937, vincendo la sua timidezza, Hemingway aveva pronunciato di fronte a 3.500 persone stipate nella Carnagie Hall di New York un accorato discorso dalla tribuna del Secondo Congresso degli Scrittori Americani. Aveva parlato per appena sette minuti sostenendo con slancio la tesi della necessaria mobilitazione a difesa della libertà e della democrazia: “Gli scrittori veramente bravi vengono usualmente premiati sotto quasi tutti i sistemi di governo ch’essi possono tollerare. C’è solo una forma di governo che non può produrre buoni scrittori e quel sistema è il fascismo. Perché il fascismo è una menzogna pronunciata da gradassi. Uno scrittore che non vuole mentire non può vivere né lavorare sotto il fascismo.”
Alle affermazioni di principio aveva fatto seguire atti concreti. In qualità di presidente dell’associazione “Amici della democrazia spagnola” si era prodigato nella raccolta di fondi per acquistare farmaci, attrezzature sanitarie ed ambulanze. Aveva contattato ad Hollywood ed altrove i suoi amici e conoscenti più facoltosi e non si era esentato dal versare ingenti quantità di denaro di tasca propria. Grazie ai suoi sforzi erano state acquistate dodici ambulanze, che però l’American Neutrality Act aveva bloccato nel porto di New York. Hemingway non si era dato per vinto. Al seguito della XII Brigata Internazionale aveva continuato a raccontare al pubblico mondiale la guerra civile spagnola dalla prima linea, condividendo con i combattenti ideali, rischi e privazioni, senza tuttavia rinunciare al suo personalissimo stile fatto di spirito goliardico e di frequenti eccessi alcoolici.

L’ambasciatore Braden

Nel gennaio del 1941, la “lezione spagnola” lo aveva convinto, forse più delle insistenze della sua terza moglie, ansiosa di appagare la propria sete di avventura e di dimostrare ancora una volta di possedere le doti di una reporter di guerra, ad accettare l’incarico del governo degli Stati Uniti di raccogliere in Cina informazioni riservate sulla situazione politica, militare ed economica. Un contratto firmato con la rivista “PM” di New York gli aveva fornito una efficace copertura che, unita alla sua fama, ormai all’apice dopo la pubblicazione di “Per chi suona la campana”, gli aveva consentito di avvicinare, senza destare sospetti, diplomatici, uomini d’affari, generali, agenti dell’intelligence ed esperti di politica militare in Oriente. Alternando brillanti conversazioni davanti a più di un cocktail nel migliore albergo di Hong Kong a spericolate visite al fronte su mezzi di fortuna aveva saputo portare a termine la sua missione segreta con successo. Aveva fornito molteplici prove a sostegno dell’impressione che aveva maturato fin da prima di partire, cioè che l’imperialismo giapponese non si sarebbe accontentato di aggredire la Cina, ma avrebbe finito inevitabilmente per minacciare anche gli Stati Uniti.
Al ritorno dalla Cina, nel maggio del 1941, aveva preferito raggiungere il suo buen retiro alla Finca Vigìa, la tenuta di sei ettari, completa di piscina, campo da tennis e palmeto, acquistata nei pressi dell’Avana sei mesi prima, piuttosto che seguire in Europa la moglie Martha, reporter per la rivista “Collier’s”. A trattenerlo a Cuba erano state la passione per la pesca ai marlin, per gli impareggiabili doppi Daiquiri ghiacciati serviti al bar Floridita e soprattutto la certezza che la guerra non avrebbe tardato ad arrivare sino alla soglia di casa. Una guerra che intendeva affrontare da combattente e non da semplice cronista.
Il proditorio attacco a Pearl Harbor oltre a confermare le sue più fosche previsioni sull’aggressività giapponese aveva mostrato le carenze dell’intelligence americana in loco. Così come le spie nipponiche avevano agito indisturbate alle Hawaii, fornendo all’ammiraglio Yamamoto indicazioni molto precise sui movimenti della flotta americana, allo stesso modo a Cuba le migliaia di falangisti spagnoli che militavano in associazioni filonaziste avrebbero potuto costituire una grave minaccia. Sulla base di tale considerazione Hemingway aveva elaborato il progetto, che stava accarezzando da tempo, di costituire una rete di informatori sotto il suo personale coordinamento. Già a Madrid nel 1937 si era lanciato in una iniziativa simile, perciò si sentiva perfettamente all’altezza del compito, sapendo oltre tutto di poter contare su di una vasta rete di relazioni in ogni settore della società cubana. Il nuovo ambasciatore americano all’Avana, Spruille Braden, aveva approvato con entusiasmo il progetto, il premier cubano, Fulgencio Batista, interessato a rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti, non aveva sollevato obiezioni.

In quei mesi si respirava sull’isola caraibica un clima di timore e di sospetto. La propaganda del regime di Batista sfruttava persino i francobolli per lanciare parole d’ordine come “Smaschera la Quinta Colonna!”, “Fai il tuo dovere patriottico, distruggi la Quinta Colonna!”, “Distruggila! La Quinta Colonna è come un serpente”. La minaccia rappresentata dalle spie e dai sabotatori filonazisti era percepita, almeno dai vertici politici, come reale ed incombente. I sospetti ricadevano soprattutto sulle poche centinaia di tedeschi ed italiani residenti sull’isola e sulle decine di migliaia di spagnoli che avevano militato nella Falange franchista.
Ribattezzato in nome della segretezza Agente 08, Hemingway aveva ottenuto senza difficoltà dall’ambasciatore Braden un budget di 500 dollari al mese, grazie ai quali aveva arruolato una variopinta schiera di una ventina di confidenti tra baristi, camerieri, prostitute, ruffiani, pescatori, portuali, giocatori di pelota, scommettitori sui combattimenti di galli e frequentatori dei circoli antifascisti dell’Avana. Alla selezione aveva collaborato anche un prete basco, don Andrés Untzain, con un passato da mitragliere nell’esercito repubblicano spagnolo.
Non tutti i reduci della guerra civile avevano risposto con entusiasmo alla proposta di arruolamento di Hemingway. Herrera Sotolongo, amico e medico personale dello scrittore, aveva opposto un netto rifiuto, ritenendosi un soldato pronto a riprendere le armi contro i fascisti e non un poliziotto, né tanto meno una spia. Alle insistenze dell’amico sull’importanza dell’operazione nella logica della guerra mondiale in corso Sotolongo aveva risposto lapidario: “Ah Ernesto, non credere a queste cazzate!”
Hemingway non si era lasciato scoraggiare dal giudizio del suo medico ed aveva continuato ostinatamente a tessere la sua rete. In breve tempo la piccola foresteria della Finca Vigìa era diventata il quartier generale di una improvvisata e dilettantistica organizzazione che aveva assunto, grazie all’estro letterario di Hemingway, la denominazione di Crook Factory, “La fabbrica dei manigoldi”. Crook era anche il nome di uno dei gatti prediletti dello scrittore. Le frequenti e chiassose riunioni operative, spesso innaffiate da abbondanti libagioni, destavano una certa irritazione in Martha Gellhorn che non gradiva la presenza di tipi loschi ed alticci tra gli alberi di mango del suo giardino. Soprattutto perché suo marito con la barba incolta e gli abiti trasandati si mimetizzava alla perfezione tra loro.

L’ambasciatore Braden, un ingegnere minerario dalla mente aperta, che conosceva profondamente l’America Latina, aveva apprezzato e lodato la qualità del lavoro di intelligence svolto da Hemingway e dai suoi “manigoldi”. Parere del tutto opposto aveva invece espresso Raymond Leddy, l’agente dell’FBI distaccato a Cuba. Al suo direttore, Edgar J. Hoover, aveva ricordato che all’inizio del 1940 Hemingway era stato tra i firmatari di un documento di protesta contro l’arresto, effettuato a Detroit dall’FBI, di alcuni cittadini colpevoli di aver violato il Neutrality Act. Essere stato, seppure per gioco, apostrofato in pubblico dallo scrittore come “membro della Gestapo americana” non aveva certo ben disposto Leddy, che si era incaricato di contestare la veridicità di ogni singola informazione raccolta sul campo dall’agente 08 e dalla sua rete di dilettanti sinistrorsi. Forse tanta animosità era stata alimentata non solo dalla incompatibilità di carattere ma anche dal sospetto che Hemingway potesse essere un doppiogiochista, al servizio dell’Unione Sovietica. Tale ipotesi è abbracciata anche da alcuni biografi di Hemingway.
Gli attriti via via crescenti con l’FBI non avevano tuttavia impedito all’impegno antinazista di Hemingway di evolversi in una ben più pericolosa operazione denominata Friendless, “Senza Amici”: il pattugliamento delle acque di Cuba sotto copertura “scientifica”. Anche questa volta ad ispirare il nome dell’operazione era stato uno degli oltre quaranta gatti che vivevano alla Finca Vigìa.

Gustavo Duràn durante la guerra civile spagnola

Nella primavera del 1942 il Pilar fu condotto nelle officine delle Marina Militare cubana, dove lo calafatarono e misero a punto i suoi potenti motori a benzina. A causa della struttura dell’imbarcazione non fu possibile installare mitragliatrici pesanti calibro 50. L’armamento dovette perciò limitarsi ad una dotazione di armi leggere, fucili lanciagranate, mitra Thompson, bazooka e bombe a mano che furono occultate in appositi contenitori, simili a portabicchieri, costruiti apposta dai falegnami. Armato, restaurato e dotato di apparecchiature radio del valore di alcune migliaia di dollari, il Pilar, con il suo proprietario al timone, poté finalmente iniziare la sua attività di pattugliamento.
Con l’avvio dell’operazione Friendless la rete della Crook Factory non fu affatto smantellata, ma passò sotto la guida di un vecchio amico spagnolo di Hemingway, Gustavo Duràn, ex comandante della sessantanovesima divisione repubblicana durante la guerra civile, che poteva vantare anche una breve esperienza nel Servicio de Investigaciòn Militar. Duràn, che dopo la vittoria di Franco si era stabilito a New York ed aveva ottenuto, grazie anche alle altolocate relazioni della moglie, un prestigioso impiego presso il Museo di Arte Moderna, non aveva esitato ad accettare l’invito di Hemingway di raggiungerlo a Cuba per riprendere la lotta contro il nemico fascista. Si conoscevano sin dagli anni ’20, quando a Parigi avevano frequentato gli stessi ambienti artistici, e si erano ritrovati in Spagna a difendere la Repubblica. Nel corso della guerra Duràn con il suo coraggio e la sua determinazione si era guadagnato agli occhi dell’amico americano l’appellativo di “mio eroe”. In questa luce eroica Hemingway lo presentò all’ambasciatore Braden, che non gli negò la sua fiducia, arrivando a considerarlo il suo più stretto e prezioso collaboratore.
Dopo aver consegnato la sua rete di informatori in mani capaci e fidate, Hemingway si gettò a capofitto nella sua avventurosa missione navale. Il reclutamento dell’equipaggio non presentò difficoltà. Gregorio Fuentes, cuoco nonché pilota del Pilar fin dal 1938, nutriva un tale attaccamento verso la barca che gli era stata affidata ed una tale devozione verso il suo proprietario che accettò di dare la caccia agli U-boot nazisti con lo stesso entusiasmo con cui si apprestava alla pesca ai marlin.
Hemingway e Gregorio si erano conosciuti nel 1928 a Dry Tortugas, dove entrambi si erano rifugiati da un tempesta. In quell’occasione, Gregorio aveva ospitato a bordo della sua piccola barca da pesca lo scrittore che, oltre ad apprezzare il vino e le cipolle ricevuti in dono, aveva potuto ammirare l’ordine le la pulizia che regnavano su quella lancia perfettamente lucida e verniciata. Quando al rientro dalla Spagna Hemingway aveva scoperto con grande disappunto che il suo pilota, Carlos Gutiérrez, gli era stato soffiato da un altro ricco diportista, aveva ingaggiato Gregorio che, pur non essendo nato a Cuba, ma a Lanzarote, conosceva meglio di chiunque altro acque e fondali dei Caraibi. Tra i due era nato un duraturo sodalizio, fondato sul reciproco rispetto e sulla passione per la pesca. Gregorio, ribattezzato Antonio in “Isole nella corrente”, era l’unico a bordo ad avere l’ultima parola sulle decisione nautiche, l’unico capace di evitare pericolosi incagliamenti nei fondali più bassi e di condurre il Pilar in porto anche quando infuriavano le tempeste più insidiose.

Da Gregorio e dagli altri membri dell’equipaggio Hemingway era chiamato “Papà”. In quel soprannome affettuoso c’era tutto il loro rispetto per un uomo affidabile sulla terraferma come in mare aperto, in pace come in guerra, generoso, attento e protettivo verso gli amici come un buon padre. Così una cara amica, Marlene Dietrich, descrisse l’atteggiamento di Hemingway verso le persone che gli stavano a cuore: “E’ come un’enorme roccia che sta in qualche punto lontano, qualcosa di solido e permanente, quel qualcuno che tutti vorrebbero avere e nessuno ha.”
Per il ruolo di secondo in comando Hemingway scelse il suo amico e compagno di bevute Winston Guest, un milionario, cugino di secondo grado del premier britannico Churchill, già membro della Crook Factory, che era stato negli anni ’30 un grande campione internazionale di polo. Li accomunava la passione per la caccia e per i trofei, si erano conosciuti tramite un comune amico esperto di safari, il barone Blixen. Winston Guest, ribattezzato Henry Wood nella versione romanzesca dell’operazione Friendless e soprannominato “Wolfie” dai figli di Hemingway per la somiglianza con l’attore Lon Chaney nella sua interpretazione del 1941 in “The Wolf Man”, si rivelò un secondo capace, dinamico e coraggioso.
Completavano l’equipaggio alcuni reduci della guerra civile spagnola che Hemingway aveva già selezionato per le loro qualità di coraggio ed abnegazione come membri della Crook Factory: Juan Dunabeitìa, un esperto marinaio basco, non per caso soprannominato “Sinbad the Sailor”, Fernando Mesa un esule catalano , ed un noto giocatore di pelota basco, Francisco Ibarlucia, detto “Paxtchi”. Sia Dunabeitìa che Ibarlucia ebbero la loro celebrazione letteraria nei personaggi di Juan e di Ara.
Hemingway, grande appassionato di pelota fin dai tempi dei suoi primi viaggi in Spagna negli anni ’20, era convinto che l’abilità di “Paxtchi” nel lanciare una palla avrebbe fatto la differenza in caso di arrembaggio di un U-boot. Si illudeva che sarebbe stato facile per un professionista della pelota centrare con una bomba a mano il portello aperto di un U-boot. Il suo ottimismo sulle capacità belliche del Pilar e dell’improbabile equipaggio che aveva selezionato era così grande che non esitò ad imbarcare in alcune brevi missioni di pattugliamento anche i suoi figli, Patrick e Gregory, rispettivamente di quattordici ed undici anni. Ben più scettica sulle reali capacità di quell’equipaggio di “manigoldi” fu invece l’ambasciata americana dell’Avana che assegnò al Pilar un sergente dei Marine, John Saxon, Willie nel romanzo, con il compito di garantire le trasmissioni radio e di fornire addestramento sull’uso degli esplosivi e delle armi.
Come base di addestramento fu scelta un’isola disabitata, Cayo Paraìso. Qui, sotto la guida di Saxon, gli uomini del Pilar si esercitarono al tiro sparando ai pescecani oppure ad alcuni bidoni su cui avevano dipinto la sagoma di Hitler, simularono arrembaggi con il lancio di granate ed impararono ad usare gli esplosivi.

Mentre Hemingway ed i suoi pirati improvvisati crivellavano di proiettili pescecani e bidoni nella quiete di Cayo Paraìso, gli U-boot di Hitler continuavano pressoché indisturbati la loro caccia nelle acque dei Caraibi. All’indomani della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti, l’ammiraglio Dönitz, comandante della flotta sottomarina tedesca, aveva dato il via all’operazione Paukenschlag, “Rullo di tamburo”, una massiccia offensiva contro il traffico mercantile in prossimità delle coste statunitensi. L’astuto ammiraglio contava sulla sorpresa, sull’impreparazione delle difese e sull’inesperienza americana nella lotta antisommergibile. La prima ad essere colpita era stata, nel gennaio del 1942, la costa atlantica. L’U-123, al comando di Hardegen, un ufficiale aggressivo e determinato, aveva affondato dieci navi da carico per un totale di 60.000 tonnellate. Gli altri quattro U-boot della squadra avevano colato a picco 100.000 tonnellate.
Un mese più tardi il “Rullo di tamburo” voluto da Dönitz aveva risuonato alle Antille. Una squadra di altri cinque U-boot si era avventata sulla vasta area compresa tra Trinidad, Curaçao ed Aruba. Pur operando singolarmente e non in “branchi di Lupi” come nel Nord Atlantico, gli U-boot erano comunque riusciti ad infliggere gravi danni. Nel febbraio del 1942 l’U-156, al comando di Werner Hartenstein, aveva affondato sette petroliere ed aveva cannoneggiato i depositi di combustibile di Aruba, l’isola olandese al largo del Venezuela che ospitava la più grande raffineria del mondo. Anche i traffici di bauxite, preziosa per la produzione di alluminio, erano stati messi in crisi. In totale, nel solo mese di febbraio del 1942, erano state affondate nel mar della Antille 17 navi da carico.
L’autonomia dei sommergibili a largo raggio di Tipo IX, impiegati nell’operazione “Rullo di tamburo” sia nel settore Nord che in quello Sud, per quanto superiore a quella dei battelli delle classi precedenti era comunque limitata, soprattutto quando la caccia si rivelava fortunata ed esauriva rapidamente le scorte di siluri. A partire dall’aprile del 1942, per il rifornimento in mare degli U-boot l’ammiraglio Dönitz predispose una decina di sommergibili di Tipo XIV, dotati di grandi serbatoi, ricavati eliminando i tubi di lancio dei siluri. Per la loro funzione e per la forma panciuta del loro scafo questi sommergibili si guadagnarono il soprannome di Milchkühe, “Mucche da latte”.
La prima “Mucca da latte” partì da Kiel il 1° aprile del 1942, effettuò il periplo dell’Islanda e raggiunse una zona a Nord Est delle Bermuda, dove poté rifornire una quindicina di U-boot. Grazie a questa linea di rifornimenti, Dönitz riuscì a mantenere molto alta la pressione sui Caraibi sino all’autunno del 1942, quando Hitler ordinò di richiamare tutte le unità nell’area affinché partecipassero alle azioni di contrasto dell’operazione Torch, lo sbarco alleato in Nord Africa. Dal febbraio all’ottobre del 1942 gli U-boot affondarono nei Caraibi più di 350 navi.

Hemingway con Gregorio Fuentes

Quando nella tarda primavera del 1942 il Pilar prese il mare si trovò a fronteggiare non dei fantasmi ma una minaccia concreta. L’intelligence americana almeno inizialmente non sospettava dell’esistenza delle “Mucche da latte”, pertanto riteneva plausibile l’esistenza di depositi di viveri, munizioni e carburante occultati dalla Marina tedesca prima dell’inizio della guerra in qualche isolotto disabitato. Altrettanto plausibile pareva l’ipotesi che gli U-boot a corto di viveri si lanciassero a depredare villaggi di pescatori ed imbarcazioni inermi, come appariva il Pilar con il suo camuffamento “scientifico”. Su queste erronee premesse si sviluppò l’operazione Friendless, che aveva quindi fin dal suo avvio ben poche possibilità di successo.
L’ozio addestrativo degli uomini del Pilar fu interrotto da un messaggio radio proveniente dall’Avana che ingiungeva di ritirare a Bahìa Honda un secondo messaggio. Con un tempo pessimo Gregorio Fuentes e Winston Guest affrontarono il mare a bordo di un tender e riuscirono a tornare sani e salvi a Cayo Paraìso con una busta sigillata contenente gli ordini. Al Pilar fu assegnata la costa a Nord di Camagüey come zona di pattugliamento. Per oltre quattro mesi Hemingway ed i suoi uomini incrociarono in quelle acque evitando con perizia incagliamenti e collisioni con le barriere coralline, ispezionarono isolotti sperduti e rimasero notte e giorno in ascolto nella speranza di captare trasmissioni radio nemiche, benché nessuno a bordo conoscesse il tedesco, né fosse in grado di decifrare messaggi in codice. I risultati di tanto impegno furono modesti, nel dicembre del 1942 il Pilar segnalò un mercantile spagnolo che sembrava avere un sommergibile al seguito. Il mercantile fu ispezionato nel porto dell’Avana, l’equipaggio fu interrogato, ma non emerse nulla di sospetto.

Nel dopoguerra, tracciando con l’amico Hotchner un bilancio delle missioni di pattugliamento del Pilar, Hemingway rivendicò il merito, riconosciutogli con una decorazione anche dal controspionaggio della Marina, di aver fornito informazioni utili alla localizzazione di diversi U-boot poi attaccati con bombe di profondità e presumibilmente affondati. Stando alla testimonianza resa nel 1965 dalla quarta moglie dello scrittore, Mary Welsh, almeno una volta il comandante del Pilar ebbe la soddisfazione di gridare ai suoi uomini: “Ai posti di combattimento!”, quando avvistò un probabile U-boot ad un miglio di distanza. Nonostante i suoi potenti motori a benzina, capaci di spingerlo ad una velocità superiore a sedici nodi, il Pilar non riuscì ad afferrare la sua preda che si allontanò indisturbata verso la foce del Mississippi. E fu una fortuna per Hemingway e per la letteratura mondiale. La quercia americana del Pilar, per quanto robusta, non avrebbe potuto reggere all’urto contro l’acciaio tedesco. Nemmeno l’effetto sorpresa avrebbe potuto ribaltare i rapporti di forza. Gli U-boot di Tipo IX, dotati di cannoni navali ed antiaerei e di mitragliatrici pesanti, avevano una schiacciante superiorità sul Pilar che poteva contare solo su bazooka e bombe a mano. Anche l’arma segreta in cui gli uomini del Pilar riponevano grande fiducia, un ordigno esplosivo a forma di bara dotato di maniglie per essere calato all’interno della torretta dell’U-boot, aveva in realtà scarse possibilità di essere efficace. Per poter impiegare la loro “bara esplosiva” Hemingway ed i suoi uomini avrebbero dovuto prima falciare tutti i marinai posti a difesa del ponte dell’U-boot, poi inerpicarsi faticosamente sulla torretta, infine calare l’ordigno attraverso lo stretto portello, sperando che non esplodesse prima del tempo. Un’impresa davvero complicata persino per commandos ben addestrati, figuriamoci per una accozzaglia di avventurieri come quella messa insieme da Hemingway.

Gli uomini del Pilar non poterono cimentarsi come assaltatori, ma non persero mai un’occasione per comportarsi da veri marinai. Durante uno dei loro infruttuosi pattugliamenti avvistarono una piccola barca da pesca alla deriva nella Corrente del Golfo con a bordo un pescatore moribondo. Era stato ferito ad un piede da un pescespada, l’emorragia ed il sole avevano fatto il resto. Hemingway mise subito a disposizione una bottiglia di whisky per aiutare il ferito a sopportare il dolore, poi Gregorio lo caricò a bordo del tender ed affrontò cento miglia di navigazione sino al molo di Nuevitas, dove li attendeva una autoambulanza dell’esercito americano, allertata ore prima dal comandante del Pilar.
Il Pilar rimase di pattuglia anche per cinquantasette giorni consecutivi. La vita a bordo scorreva monotona, scandita dalle fatiche quotidiane della navigazione e dai turni di guardia. Hemingway interpretava con zelo il suo ruolo di comandante, cercando di moderarsi nel bere. Per mantenersi lucido al comando e far durare più a lungo possibile la sua scorta personale, contenuta in quello che chiamava il “dipartimento alcoolico”, un paio di scaffali colmi di bottiglie nella cabina di pilotaggio, arrivò ad accontentarsi di non più di un paio di cocktail al giorno.
Thomas Hudson, l’alter ego letterario dello scrittore si sforza di essere ancora più virtuoso, promettendo a sé stesso di non bere per tutta la missione, “nemmeno la sera per rinfrescarsi la gola.” Stoicamente sostituisce il rum con il tè freddo, anche se quando deve chiarirsi le idee sulle intenzioni del nemico che sta braccando rompe la promessa e si concede un generoso cocktail a base di gin, latte di cocco e succo di cedro. Del resto sia Hemingway che il suo doppio conoscevano le regole sul bere: “non esistono.”

Rinunciare del tutto all’alcol sarebbe stato impossibile per Hemingway che lo considerava un prezioso ed insostituibile antidoto alla pressione meccanica esercitata sull’individuo dalla vita moderna. Nel 1935 in una lettera inviata al critico sovietico Ivan Kashkin, Hemingway si era lanciato in una entusiastica difesa del bere a cui sarebbe rimasto fedele tutta la vita: “Io bevo da quando avevo 15 anni e ci sono poche cose che mi abbiano procurato tanto piacere. Quando la testa ha lavorato intensamente tutto il giorno, e sa che il giorno seguente le accadrà lo stesso, cos’altro può distrarre meglio del whisky? Quando uno è inzuppato fino alle ossa e trema di freddo, che c’è di meglio del whisky per confortarsi e rianimarsi? C’è qualcosa di meglio del rum per sentirsi bene prima dell’attacco? Preferisco piuttosto rinunciare alla cena che a un bicchiere di vino rosso prima di addormentarmi. Solo in due occasioni non va bene il bere: quando si scrive e quando si combatte. In entrambi i casi occorre rimanere molto lucidi. Ma il vino mi aiuta a sparare quando vado a caccia. La vita moderna esercita ogni minuto su di noi una ‘pressione meccanica’: l’alcol è l’unico antidoto meccanico.”
Nella realtà come nella finzione, non tutti gli altri uomini dell’equipaggio del Pilar diedero prova della stessa moderazione alcoolica del loro comandante, in particolare Saxon abituato a scolare la sua scorta di whisky, anziché centellinarla. A scongiurare il rischio di un ammutinamento per carenza di alcool intervenivano i generosi rifornimenti concessi dalla Marina cubana ed i periodici sbarchi nel porto dell’Avana.

Ernest and Martha Hemingway at the Stork Club, New York City, 1941. Credit Sherman Billingsley’s Stork Club, in the John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston.

La seconda parte di “Isole nella corrente”, intitolata “Cuba” ci offre un resoconto attendibile di come Hemingway impiegasse il suo tempo all’Avana tra una missione di pattugliamento e l’altra. Dopo aver fatto rapporto all’ambasciata, Hemingway, come Hudson, era ansioso di ritrovare le sue abitudini che comprendevano anche una robusta bevuta al Floridita.
Nel romanzo Hudson è già divorziato, le sue ex mogli sono ormai ricordi lontani, ad alleviare la sua solitudine intervengono i figli, protagonisti della prima parte del romanzo, intitolata “Bimini”. Un tragico incidente avvenuto in Europa gli strappa ben presto due figli e la guerra un terzo, sprofondandolo in una disperazione composta ma senza rimedio che lo porta a ricercare nella caccia agli U-boot nazisti un senso a ciò che resta della sua esistenza. Nel 1942 Hemingway non dovette affrontare la tragedia della perdita dei propri figli, non era divorziato, ma nulla lo tratteneva alla Finca Vigìa, il suo terzo matrimonio con Martha Gellhorn era da tempo entrato in crisi. Martha, impegnata in Europa come corrispondente di guerra, era spesso lontana e quando tornava a casa si mostrava insofferente verso l’ostinazione del marito a condurre la sua guerra personale contro gli U-boot, rinunciando alla scrittura, addirittura lo accusava di non saper più scrivere. La competizione professionale con Martha, che giudicava in quel periodo una “stronza vanitosa”, feriva ed irritava a tal punto Hemingway da spingerlo ad immedesimarsi sempre più nella sua doppia vita fatta di intrighi spionistici e di improvvisate imprese navali. La sua solitudine nel 1942, seppur meno drammatica, era simile a quella di Hudson e comunque altrettanto capace di fornirgli ottime motivazioni per bere oltre misura.
La giornata di Hudson a Cuba incomincia con un Tom Collins, base di gin e succo di limone, sorseggiato in auto osservando la desolazione dei sobborghi dell’Avana, mentre Pedro, il suo chaffeur, dà prova di tutta la sua “mancanza di sensibilità verso i motori”. Prosegue al Floridita dove il pittore intrattiene brillanti conversazioni con politici locali, beoni e prostitute, ingurgitando, apparentemente senza perdere lucidità, almeno dodici doppi Daiquiri Frozen senza zucchero, una quantità ragguardevole di rum, pari ad almeno una bottiglia, ma comunque inferiore al record raggiunto nella realtà da Hemingway: sedici, secondo la testimonianza di Hotchner, che lo frequentò a lungo a partire dalla fine degli anni ’40.

Già prima che Hemingway lo reinventasse nella variante destinata a conquistarsi la denominazione di “Papa Doble”, il Daiquiri era già molto popolare tra la variegata clientela del Floridita, composta da ricchi turisti americani, funzionari e militari cubani, prostitute, perdigiorno ed intrallazzatori. Secondo una leggenda, il Daiquiri classico, composto da rum, limone, zucchero e ghiaccio finemente tritato, sarebbe nato all’inizio del ’900 in un hotel di Santiago ad opera di un gruppo di ingegneri minerari americani, impiegati presso la miniera di ferro di Daiquiri. Un’altra leggenda, cara ad Hemingway, attribuirebbe la paternità del cocktail all’incontro tra gli insorti cubani contro la dominazione spagnola ed i loro “liberatori” americani. Il generale Shafter, comandante del contingente americano, quando sbarcò a Daiquiri nel 1898 avrebbe assaggiato la miscela di rum e succo di limone contenuta nelle borracce degli insorti, rimanendone piacevolmente colpito. Il suo personale contributo sarebbe stato l’aggiunta di ghiaccio tritato.
L’apporto di Hemingway al Daiquiri classico riguardò invece le dosi di rum e di ghiaccio, doppie rispetto al normale, e la totale assenza di zucchero, che detestava in quanto lo riteneva responsabile di attenuare gli effetti dell’alcol, benefici almeno sull’umore. Tra il 1942 ed il 1943 nei doppi Daiquiri senza zucchero, detti anche “alla selvaggia”, Hemingway annegò certamente l’amarezza per il fallimento del suo terzo matrimonio e la frustrazione di non riuscire a colare a picco nemmeno un U-boot.

Tra l’autunno del 1942 e la primavera del 1943 gli U-boot sparirono del tutto dalle acque dei Caraibi, ma anche quando, dopo la sconfitta nell’Atlantico, vi fecero ritorno nel maggio del 1943 il Pilar rimase comunque privo di prede al suo attivo. La fortuna arrise invece non solo alle forze aereonavali americane, ma persino alla Marina cubana.
L’espressione “nuovi giorni felici” usata nella primavera del 1942 dai sommergibilisti tedeschi per descrivere l’abbondanza di prede indifese nei Caraibi un anno più tardi era ormai priva di senso. Né di giorno, né di notte gli U-boot potevano ormai emergere per ricaricare le batterie elettriche e cambiare l’aria viziata all’interno del battello senza essere prontamente localizzati. La copertura aerea americana delle acque caraibiche era pressoché totale, i convogli erano adeguatamente scortati, i porti erano impenetrabili. Dei quarantaquattro U-boot inviati da Dönitz nei Caraibi, più altri otto lungo le coste del Brasile ne furono affondati nel corso dell’estate del 1943 ben trentatré. Nello stesso periodo le perdite alleate si limitarono a tre petroliere e quattro navi mercantili.
Il 15 maggio del 1943 l’U-176, al comando del capitano Reiner Dierksen, fu individuato dall’aviazione americana in prossimità di un convoglio di mercantili diretto all’Avana. La motovedetta cubana CS-13 si lanciò al suo inseguimento. Il sottotenente Mario Ramìrez Delgado condusse con perizia l’attacco con le bombe di profondità, riuscendo ad affondare l’U176 a Sud Ovest del faro di Cayo Bahìa de Cadiz.
In quelle stesse acque incrociava abitualmente il Pilar. Nonostante la condivisione per molti mesi della stessa zona di operazioni, Delgado dopo la guerra non volle riconoscere ad Hemingway il valore dei suoi generosi sforzi, definendolo un “playboy che cacciava sottomarini dalle coste cubane per capriccio”. Un giudizio eccessivamente severo e sprezzante per un uomo che aveva deciso di mettere tutto sé stesso al servizio della causa antinazista, per un uomo che, come scrisse lo stesso Hemingway ad un amico nel giugno del 1943, per oltre un anno aveva lavorato “come un bastardo tutto il tempo”.

Con l’estate del 1943 la minaccia nazista nei Caraibi andò esaurendosi, convincendo Hemingway che il suo posto doveva essere in Europa dove si stavano per decidere le sorti della guerra. Come corrispondente della rivista “Collier’s” partecipò alla sbarco sulle spiagge della Normandia il 6 giugno 1944, seguì l’avanzata in territorio francese del 22° Reggimento della Quarta Divisione di fanteria, al comando del colonnello “Buck” Lanham, sino a Parigi, dove, alla guida di un manipolo di irregolari provenienti da diverse unità, si precipitò a “liberare” il bar del Ritz, sacrificando un buon numero di bottiglie di Champagne. Durante la sanguinosa offensiva contro la Linea Sigfrido rimase sempre in prima linea e lo stesso fece quando le truppe corazzate di Hitler colsero di sorpresa la Prima Armata americana nelle Ardenne.
Della coraggiosa quanto avventata operazione Friendless rimangono, oltre al romanzo postumo, ben poche tracce. Il Pilar, lasciato in eredità da Hemingway a Gregorio Fuentes, è conservato, insieme a qualche fotografia sbiadita, alla Finca Vigìa per essere immortalato da orde di turisti distratti. Sulle isole nella corrente costeggiate dal Pilar tra il 1942 ed il 1943 restano forse una manciata di pini piantati da Hemingway per orientarsi. Sul finire degli anni ’70 uno scrittore ed un fotografo cubani tornarono in compagnia di Gregorio Fuentes, ormai ottantenne, sui luoghi di caccia del Pilar, usando come carta nautica il romanzo di Hemingway. Nel corso del loro viaggio sulle orme di Thomas Hudson sbarcarono anche a Cayo Confites, dove Gregorio poté esclamare: “Per Dio, se il vecchio sapesse che i suoi pini sono ancora qui.”

 


Per saperne di più

LINDA WAGNER-MARTIN, Ernest Hemingway una vita da romanzo, Roma, Castelvecchi, 2011.
NORBERTO FUENTES, Hemingway a Cuba. Vita, curiosità e manie di un Premio Nobel nell’isola dei barbudos, Roma, Gamberetti, 1996.
SERGIO VALZANIA, U-boot. Storie di uomini e di sommergibili nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 2013.
TERRY MORT, The Hemingway patrols. Ernest Hemingway and his hunt for U-boats, New York, Scribner, 2009.
ROBERT E. CRAY Jr, Hemingway goes sub chasing, “Warfare History Network”, Luglio, 2016. https://warfarehistorynetwork.com.
HILARY HEMINGWAY, CARLENE BRENNEN, Hemingway in Cuba, New York, Rugged Land, 2005.
A. E. HOTCHNER, Hemingway e il suo mondo, Milano, Idealibri, 1990.
A. E. HOTCHNER, Papa Hemingway, Milano, Mondadori, 1988.
ANTONIO PALMA, Lo scrittore-spia a Cuba. Hemingway e il suo passato da agente FBI, www.fanpage.it, 5 agosto 2011.
LEONARDO COEN, LEO SISTI, La spia. Hemingway missione Cuba, così l’FBI ingaggiò (e poi scaricò) un mito, “Il Venerdì di Repubblica”, n. 1220, 5 agosto 2011, https://ilmiolibro.kataweb.it/articolo/news/695/la-spia-hemingway-missione-cuba-cosi-lfbi-ingaggio-e-poi-scarico-un-mito/
J. E. FENDER, Ernest Hemingway and his Westley Richards Double Rifle, “The Double Gun Journal”, estate, 2011.

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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