Ho condiviso l’affermazione contenuta nel titolo di questo post fin da quando, a vent’anni da poco compiuti, cercavo di costruirmi una cultura nella Facoltà di Lettere moderne dell’Università di Torino. Il mio ciclo di studi, grazie a una certa liberalizzazione tematica post-sessantottina, fu fatto di tantissimi esami su argomenti di Storia militare, che era l’unico tema che mi piacesse davvero.
       Conoscevo il valore della prudenza ma
giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo
e così, quando ancora non avevo fatto outing del mio NON essere di sinistra, con i miei illustri docenti (Alessandro Galante Garrone, Franco Venturi, Nicola Tranfaglia, Umberto Levra, Aldo Garosci, Narciso Nada, etc.) ero solito sostenere una tesi che a me sembrava dottrinalmente legittima, vale a dire “E’ sempre guerra”, convinto di poterne discutere con loro.
       Non l’avessi mai fatto! Come minimo, la mia persona divenne sospetta e questo non giovò certo ai miei successivi tentativi di iniziare la carriera accademica, puntualmente falliti.
       Quando poi i casi della vita mi portarono dentro l’istituzione militare, ripresi con rinnovata lena le mie tesi, convinto che – in quell’ambiente – avrei avuto maggiore fortuna.
      Di nuovo, non l’avessi mai fatto! Con la differenza che, mentre nell’ambiente accademico in genere venivo attaccato di fronte, in quello militare – professionalmente più coraggioso… – venni attaccato soprattutto alle spalle. Trovai solidarietà incondizionata solo nel generale Goffredo Canino, capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1990 al 1993, e una solidarietà critica ma partecipe solo nel generale Carlo Jean, una delle figure più brillanti del pensiero militare italiano. Per il resto, silenzio assoluto o quasi, nelle logica per cui se – come sostenevo io – “guerra è sempre”, per i “soldati di pace” all’epoca (e anche ora) tanto di moda, spazio professionale ce ne sarebbe stato pochissimo…
      E’ perciò con una certa sorpresa che, sulle pagine culturali dell’edizione odierna del quotidiano torinese “La Stampa”, leggo un articolo di Gianni Riotta dal titolo “La guerra è finita? Guerra è sempre”, dove si fa riferimento ad uno studio condotto da un professore italiano, Ugo Bardi, docente all’Università di Firenze, il quale, lavorando sui dati della Georgia Tech University, è arrivato alla conclusione, per me – ahimè! – da sempre scontata, per cui le guerre del futuro non siano un “se”, ma un “quando”.
       Sono sempre stato poco favorevole ad un approccio quantitativo alla storia, tanto più alla storia delle guerre, e non lo diventerò ora che esso parrebbe confermarmi nelle mie tesi di sempre. Comunque, anche i dati statistici paiono confermare che “guerra è sempre”, così come è stata e come sarà. Mi pareva un dato evidente, a cavallo tra il common sense e la conventional wisdom. Lo dissi e lo scrissi, ma, invece che essere nato postumo, come Nietzsche, mi sa che sono nato terribilmente prematuro; tuttavia, per quanto incredibilmente piccino, gracile e un pochino inviso ai potenti, sufficientemente dotato, a livello intellettuale, per chiamare con il suo nome la “scoperta dell’acqua calda”, comunque confermata dai dati…

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