Nella tragedia di Eschilo “I persiani” il poeta immagina quel che può essere accaduto nella reggia persiana, all’arrivo delle prime notizie sulla disfatta persiana a Salamina (480 a.C.). Eschilo mette in scena un serrato dialogo tra la regina Atossa, madre del re Serse, ed il capo del coro (il coro è in Eschilo un personaggio collettivo, che a volte si esprime in gruppo, a volte tramite il suo capo, ed è calato nella vicenda messa in scena). Dice la regina: “Hanno dunque (i greci) un esercito così forte e numeroso?”. Risponde il corifeo: “E’ potente, ed ha già inflitto gravi sconfitte ai Persiani.”. Regina: “E che altro? Grandi ricchezze nella reggia?”. Cor.: “Una vena d’argento, questo è l’unico loro tesoro.”. (La vena d’argento si riferisce alle miniere del Laurio, a sud di Atene, scoperte pochi anni prima, il cui sfruttamento ha consentito ad Atene di dotarsi di navi, su proposta di Temistocle, passata così da un’economia agricola ad una mercantile, base per la potenza sul mare). Reg.: “Allora sono bravi con la freccia e con l’arco?”. Cor.: “No, combattono con la lancia, a piedi, e con scudi pesanti.”. Reg.: “ E chi guida l’esercito? Chi è il loro padrone?”. Cor.: “SI VANTANO DI NON ESSERE SCHIAVI DI NESSUNO, SUDDITI DI NESSUNO.”. La regina ragiona da sovrana di Persia, secondo un’idea ormai millenaria del potere, sentita come immutabile ed universale, che vede un uomo solo al comando, tramite tra mondo umano e mondo divino (così si fa credere), capo dell’esercito, e padrone di tutto, terre animali uomini. Di qui le sue domande. E c’è da pensare che non comprenda le risposte del suo interlocutore. Un popolo senza capo né padroni come fa a resistere ad un esercito poderoso come quello di Serse, ed a sbaragliarlo? Non si capacita, la regina.

Già a questo punto è possibile qualche riflessione: la regina persiana concepisce la gestione del potere come prerogativa di un uomo solo al comando, al culmine di una piramide sociale, sentita come universale ed immutabile. Quindi non riesce a capire quanto le va dicendo l’interlocutore: il potente esercito persiano è stato sbaragliato dall’ esercito di un popolo SCHIAVO DI NESSUNO, SUDDITO DI NESSUNO! Nota bene, la parola SCHIAVO non si adatta al mondo persiano: la schiavitù è un’invenzione greca (viticultori dell’isola di Chio intorno all’800 a,C,), e SCHIAVITU’ indica una condizione giuridica, secondo cui un essere umano diviene PROPRIETA’ PRIVATA di un altro essere umano, e questo nel mondo persiano ed in tutto il mondo antico non esiste, fino all’avvento dei greci e poi, ancor di più, dei romani. Perciò in Persia si ha una forma di LAVORO COATTO (lo scavo di un canale, la costruzione di templi palazzi tombe), a cui i sudditi sono costretti a partecipare, secondo una concezione organizzativa centralizzata e quasi comunistica. Non è schiavitù, ma LAVORO COATTO. Non posso fare a meno di pensare che, tutti quelli che al giorno d’oggi aspettano l’uomo della Provvidenza, si collocano sulla posizione di Atossa, che non concepisce né immagina la democrazia. Nella storia recente abbiamo visto il fallimento dell’uomo solo al comando, si chiamasse Benito, Bettino, Silvio, e Matteo (anche Beppe però mi pare bene avviato). Schiavi di nessuno, sudditi di nessuno: così si vince. Il nostro destino è nelle nostre mani. Nessuno di quelli che ho nominato può essere accostato a Pericle, ma fra un po’ vedremo che anche il grande Pericle è stato un fallimento (lo dice Socrate!). Ma cos’è la DEMOCRAZIA per i greci?

DEMOS (classe maggioritaria) + KRATOS (potere), cioè potere in mano alla maggioranza. Dice Platone nel dialogo Menesseno:
“Una Costituzione è nutrimento per gli uomini: se è buono, è per gli uomini buoni, ma è cattivo per quelli cattivi. Come dunque vissero in una buona Costituzione (e quindi furono uomini validi, ndr) i nostri antenati, ho l’obbligo di chiarirlo, perché grazie a lei furono uomini bravi sia quelli, sia questi che sono qui, i caduti (del primo anno della guerra con Sparta, 431-404 a.C., ndr). Questa Costituzione era allora, ma anche oggi, un’aristocrazia, nella quale siamo organizzati da allora (il tempo degli antenati, ndr). Uno la chiama democrazia, un altro in altro modo, come gli sembri più adeguato, ma nei fatti E’ UN’ARISTOCRAZIA CON L’APPROVAZIONE DELLA MAGGIORANZA. Abbiamo sempre avuto personaggi autorevoli: a volte lo sono per stirpe, a volte elettivi, ma il potere sulla città appartiene alla maggioranza, che attribuisce potere e cariche a quelli che sempre SI DIMOSTRANO I MIGLIORI, e nessuno è escluso (dall’esercizio del potere) per la debolezza fisica, o per la povertà economica, o per oscurità di natali, né qualcuno è onorato solo grazie alle qualità opposte a queste, come in altre città, ma il limite resta uno solo: COLUI CHE SI DIMOSTRA SAGGIO O ONESTO, A QUESTO SPETTANO POTERE E CARICHE PUBBLICHE.” (Platone, Menesseno 18-21).

Va da sé che l’ARISTOCRAZIA di cui qui si parla non è quella dovuta alla famiglia, al sangue, ma alle qualità di MENTE (intelligenza e competenza) collegate a quelle ETICHE (onestà, bene comune, altruismo, dedizione, etc.). Si parla di Atene nella seconda metà del V secolo a.C., , e ad Atene vigeva la riforma sociale e politica di Clistene: la popolazione era divisa in dieci demi (=circoscrizioni), ed ogni anno i singoli demi eleggevano i loro cinquanta rappresentanti, che, uniti a quelli degli altri demi, componevano la bulè, o consiglio dei cinquecento, il parlamento di allora. Per ogni demo si presentavano alle elezioni più dei cinquanta candidati, e tra questi si sceglievano i migliori (il processo si chiamava docimasìa, cioè esame), i migliori di mente e di cuore. Quindi il demos sceglieva, e gli eletti governavano la città con il consenso della massa dei concittadini. Erano scelti in quanto migliori, ed alla fine del mandato vi era una seconda docimasia, cioè il rendiconto di quanto avevano fatto. Non riesco a fare a meno di pensare ai nostri governanti: ma davvero in Italia non ci sono cittadini migliori di quelli che oggi ci governano? Se veramente sono i migliori, allora Platone trova riscontro. E quand’è che Conte ha ottenuto dalla maggioranza degli italiani il mandato a governare?

Quella modalità costituzionale ha funzionato, finché ad Atene non si sono affermate due novità rovinose: la tumultuosa crescita economica, che ha dilatato le differenze sociali, e creato una maniera di vita lussuosa e lucrosa, desiderata da tutti, tanto da distogliere molti dalla cosa pubblica; ed il profilarsi all’orizzonte politico di figure carismatiche, a cui i cittadini – fatale errore! – piano piano hanno delegato ciò che era invece compito proprio, la cura del bene comune. Idiotes , nella lingua greca, sta ad indicare il cittadino, quando si sta dedicando agli affari privati. Ma poi il vocabolo acquista il senso di “idiota, scemo, eccetera”, fate voi, quando gli affari privati diventano impegno prevalente, se non esclusivo di un cittadino, il quale DELEGA, trasferisce ad un altro quello che sarebbe suo DIRITTO/DOVERE. Nasce l’idea dell’Uomo della Provvidenza, che nella Storia non c’è mai stato. MAI. E tale non fu nemmeno il grande Pericle, uomo di straordinaria preparazione culturale, frequentatore del meglio dell’intellighenzia del tempo (i nostri al più vanno nel salotto di Bruno Vespa), persona di larghe vedute, e di grande acume, aveva accanto a sé una donna raffinata elegante e colta, molto colta, Aspasia, mentre i nostri hanno le escort, ed a volte le fanno ministre o consigliere regionali, stipendiate con i nostri soldi.. Eppure leggete il giudizio che su di lui formula Socrate (mica Jovanotti!), nel dialogo platonico intitolato “Gorgia”:

“Ma dimmi se fama sia che gli Ateniesi sono, per opera di Pericle, divenuti migliori o non si dica, invece, l’esatto contrario, che da lui sono stati corrotti. Quanto a me, sento dire in giro che Pericle ha reso oziosi, vili, chiacchieroni, avidi di quattrini gli Ateniesi, avendo per primo introdotto l’uso di pagare i pubblici funzionari…… Pericle li rese più selvaggi di come li aveva ricevuti, più ingiusti e peggiori. DUNQUE PERICLE NON FU UN BUON POLITICO. “ (Gorgia 515 e – 516 d).

In effetti Pericle fece retribuire le presenze nelle assemblee (reddito di cittadinanza?): l’idea iniziale era buona, volta com’era ad evitare che qualche cittadino disertasse l’assemblea per non trascurare il lavoro. Ma intanto questo provvedimento gli procurò il favore delle gente a spese pubbliche; e poi le assemblee generali (che di solito erano due, una all’inizio dell’anno e l’altra alla fine) divennero l’attività abituale di tanti cittadini (tanto erano pagati! E senza lavorare), tanto che con il tempo la democrazia, quale quella delineata nel Menesseno, degenerò in regime assembleare. Finché ci fu Pericle (ce lo dice Tucidide), il suo prestigio fece da freno a certi estremismi, che intanto però mettevano radici. Lui morì all’inizio della guerra (che egli aveva provocato), ed al suo posto vennero alla ribalta politica i demagoghi, che usarono l’assemblea come strumento di lotta politica, per reprimere l’opposizione. Tale degenerazione spiega come mai quasi tutti gli intellettuali del tempo si dimostrino contrari alla democrazia, vista la piega populistica e demagogica che aveva preso. E molti se ne andarono via, in esilio più o meno volontario. Come i nostri cento mila giovani, che hanno lasciato l’Italia negli ultimi cinque anni.

La delega sembra funzionare e rinsaldare la democrazia quando è proporzionale e quando c’è la docimasia, il redde rationem, il rendiconto insomma. E’ una degenerazione ed una malattia della democrazia la sua estremizzazione e la sua riduzione ad UNO, al presunto Pater Patriae, che fonda il paternalismo ed il presunto rapporto diretto con il popolo, per cui anche il concetto di popolare degenera nel populismo: si finge di richiedere il parere del popolo su decisioni già prese, ed il popolo immancabilmente vota secondo il parere del Garante. Chi lo dice? La Storia, solo la Storia, e chiedo scusa, se è poco per i figli delle (5) stelle, vecchi e soprattutto nuovi.

LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE, cantava Gaber, ma partecipazione alla genesi delle soluzioni e non alla sola ratifica di ciò che è stato già deciso in chissà quali stanze!

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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