Historia magistra vitae

§ 1 : Si chiamava Claudia, ma…
Si chiamava Claudia, ma modificò il proprio nome, e divenne Clodia. Il perché fra qualche riga. Siamo nel I secolo a.C., all’epoca delle tumultuose convulsioni della res publica romana, che di lì a poco virerà verso la dictatura perpetua di Cesare e poi nel principato augusteo.. Discendeva da una famiglia di antica nobiltà romana: il capostipite, Attius poi divenuto Appius, era di origine etrusca (Caere?), e si era trasferito in Sabina, dalle parti di Tivoli. Di lì, in seguito, a Roma, giusto quando avevano cacciato Tarquinio il Superbo, e dalla forma monarchica di governo erano passati a quella repubblicana. S’era portato dietro sette mila persone, ed ai romani, in cronica crisi demografica, la cosa non poteva che fare piacere, tanto che gli assegnarono la zona del Celio da popolare. Numerosi furono i personaggi importanti in quella famiglia per la storia romana, e quindi del mondo, almeno occidentale, tra cui Appio Claudio Cieco, l’artefice della via Appia, regina viarum, e del primo acquedotto dei tanti che poi sono stati costruiti, garantendo a Roma, caput mundi, un afflusso idrico superiore a quello odierno.

§ 2 : ………ma divenne Clodia
Aveva un fratello, di qualche anno più giovane, il quale, nutrendo l’ambizione di fare carriera politica, pensò di schierarsi con il partito popolare (pars popularis), facendosi eleggere tribuno della plebe. Ma, per aspirare a tale carica, la legge romana prescriveva che si fosse plebei. Quindi rinunciò al patriziato, e si iscrisse tra i plebei. E, tanto per cominciare, lui che si chiamava Claudio, mutò il nome in Clodio, che è la stessa cosa, ma con la fonetica plebea (vedi anche il francese e l’inglese). E la sorellina lo seguì nell’avventura, e divenne Clodia.

§ 3 : Una matrona scandalosa
Aveva sposato un nobile vir romano, Quinto Metello Celere, che – dice Cicerone – era personaggio autorevole nella città, però solo dopo essere uscito di casa, dove imperava la moglie. Morì Metello (altra famiglia nobilissima ed antica) all’improvviso, e corse voce che l’avesse avvelenato la mogliettina. Costei non aveva tempo né voglia di coltivare le antiche virtù tradizionali delle matrone romane: amava la vita galante della capitale, il lusso, i piaceri. Aveva una corte di spasimanti ed amanti, il più noto dei quali era il poeta Gaio Valerio Catullo, di stirpe romana ragguardevole (Valerio Publicola era stato il primo console della storia romana, insieme a Bruto Maggiore, dopo la cacciata di Tarquinio Collatino e di tutti gli etruschi), ma era nato nella zona del lago di Garda.

§ 4 : Un amore impossibile
Catullo coltivava un sogno impossibile: io e te (o Clodia, che lui chiamava Lesbia nei suoi componimenti, in omaggio all’antica poetessa d’amore, Saffo, dell’isola di Lesbo), da soli, via dalla pazza folla, tu ad ispirarmi i carmi, ed io a leggerteli, due cuori ed una capanna, un matrimonio, ma senza cerimonia, in linea con l’anticonformismo dei due. Un pò come Ludovico Ariosto con la sua adorata moglie, Alessandra Benucci; o come il dottor Zivago con Lara, magari anche con il sottofondo musicale un pochino sdolcinato del film. Ma lei non ci pensava proprio, proiettata verso la vita libera, circondata da spasimanti, desiderosa di esperienze, disinibita al punto che ormai era voce corrente che avesse rapporti incestuosi con il fratellino. E la delusione di Catullo esplode in un apprezzamento triviale: (Carme 58)
Caro Celio, Lesbia nostra,
proprio lei, quella che sola Catullo
amò più di se stesso e di tutti i suoi,
ora nei crocicchi e nelle piazzette
scortica (glubit ) i discendenti del magnanimo Remo.
I discendenti di Remo, il gemello sbagliato, mica di Romolo, il gemello giusto. E lo chiama sarcasticamente “magnanimo”, come dire la feccia della feccia della città. Con questi lei ora va…

§ 5 : Celio
Marco Celio Rufo, un giovane romano, amante anch’egli della disinibita Clodia. E Catullo cerca una spalla su cui piangere la propria delusione: e chi meglio di un altro tradito lo può capire? I rapporti tra Celio e Clodia si guastarono aspramente, al punto che lei lo trascinò in tribunale, accusandolo di appropriazione dei suoi gioielli e tentato veneficio. E qui le faccende private si intrecciano con quelle politiche. Vediamo: vive a Roma, cacciato dal trono, il faraone Tolomeo Aulete, che briga per tornare a regnare, grazie anche ai buoni uffici di Pompeo, suo protettore ed uno dei triumviri con Cesare e Crasso. Dall’Egitto arriva in Italia una delegazione di alessandrini, sotto la guida del filosofo Dione, a chiedere ai romani che non aiutino il faraone detronizzato. Ma, fin dal loro sbarco a Napoli, la loro presenza è ostacolata da incidenti vari, percosse, minacce, si diceva con la benedizione di Pompeo. Ed ecco che entra in gioco Celio. Da giovane era stato uno dei seguaci di Catilina, ma senza grosse compromissioni data l’età. Ed ora puntava su Pompeo. Celio si sarebbe fatto prestare i gioielli da Clodia, per pagare i sicari, incaricati di sopprimere Dione, che infatti morì. Poi, secondo l’accusa di Clodia, non voleva più restituire i gioielli ricevuti in prestito, i loro rapporti si guastarono, ed anzi lui avrebbe tentato di avvelenarla. Che c’era di vero in tutto ciò? Non è infondato il sospetto di una trama politica: Pompeo era visto come rappresentante degli optimates , i patrizi, mentre tra i populares, il partito avverso, elemento di spicco era il tribuno della plebe Clodio. Insomma Clodia denuncia Celio non tanto per questioni personali, ma per fare un favore al fratello nella sua lotta politica contro Pompeo, di cui Celio era sostenitore.

§ 6 : Cicerone
In tribunale Celio è difeso da Crasso a proposito dell’uccisione di Dione, e da Cicerone per la faccenda con Clodia. E la Pro Caelio è valutata come la più divertente e spietata nel suo sarcasmo tra le tante orazioni di Cicerone. Egli è un amico più grande di età di Celio, a dispetto delle sue simpatie giovanili per Catilina: le ammetto – dice Cicerone – , ma chi da giovane non si è fatto affascinare da progetti rivoluzionari? Catilina poi aveva anche grandi doti, mica solo difetti, ed affascinava, affascinava molto specie gli ingenui. Con la maturità poi…… Mica sempre, caro Marco Tullio! Non mi voglio inimicare una donna – dice l’oratore – men che meno se nobile e nota a tutti (NObilis e NOta, due aggettivi con una sola radice, ma il primo con valore positivo, l’altro volutamente ambiguo). E poi non intendo crearmi inimicizie nemmeno con suo marito – chiedo scusa, suo fratello volevo dire – qui mi confondo sempre! Chiara allusione alle dicerie sui rapporti incestuosi tra Clodio e Clodia. E – continua Marco Tullio – se tornasse il tuo avo, Appio Claudio, con la sua barba incolta come usava ai suoi tempi, quelli della grande Roma, ti chiederebbe se secondo te lui ha portato l’acqua a Roma perché tu ti lavassi comodamente dopo notti lascive e svergognate, e costruito l’Appia perché tu la usassi per i tuoi comportamenti sconvenienti. Lui con la barba incolta, e tu a gingillarti con queste barbette di debosciati.

§ 7 : Clodio
Aveva organizzato una banda armata, con cui andava compiendo spedizioni punitive per Roma. Ma gli altri non stavano a guardare, ed avevano messo su una banda armata uguale e contraria, guidata da Milone. Fu fatale che le due bande si incontrassero, e nello scontro Clodio ci rimise la pelle. Ci fu il processo contro Milone, ma Cicerone andò in confusione in tribunale: s’era presentato Cesare, accompagnato da un codazzo di seguaci probabilmente armati. Ed il grande oratore balbettò…. E Milone fu esiliato. Ce l’aveva con Clodio non solo per ragioni politiche (Cicerone era pompeiano), ma anche personali. Qualche anno prima Clodio aveva ottenuto la condanna all’esilio di Cicerone e la demolizione della sua casa, perché da console aveva fatto giustiziare i seguaci di Catilina senza regolare processo.

 

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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