a) GLI ULTIMI ATTORI DELLA ROMA IMPERIALE

Da “Storia d’Italia, Vol. 4, pagg. 135 e segg., Montanelli e Gervaso, RCS 1994, Milano”, citiamo:

Per due mesi i Romani (n.d.a. della Roma Imperiale) rimasero senza Imperatore, ma non risulta che se ne sentissero orfani. Gli ultimi Augusti di imperiale non avevano che il titolo: il potere lo avevano esercitato con regale indegnita’. La popolazione aveva visto i Vandali abbandonare la citta’ e dirigere le vele verso l’Africa di dove erano venuti. I cronisti dell’epoca riferiscono che sull’urbe violentata e saccheggiata si era stesa una coltre di apatia. Fu in questa atmosfera stracca e neghittosa che, sulla fine del 455, varco’ le mura della citta’ un vecchio nobile dell’Alvernia, che era una delle province della Gallia. Si chiamava Avito ma nessuno nella capitale eveva sentito prima di allora il suo nome. Qualcuno disse che era il nuovo Imperatore. I Romani lo accolsero con indifferenza e non gli andarono neppure ncontro.

Avito era stato incoronato non dai Romani, ma dai Visigoti, il dieci luglio ad Arles. Discendeva da una delle famiglie piu’ cospicue della regione. I suoi antenati avevano ricoperto per generazioni cariche importanti nell’esercito e nella pubblica amministrazione. I biografi raccontano che quando divenne Imperatore doveva essere sulla sessantina, essendo nato nell’anno in cui Teodosio mori’. Possedeva una buona cultura classica e aveva letto Cicerone e Giulio Cesare che nel “De Bello Gallico”, cinque secoli prima, aveva descritto il suo popolo. Agli studi alternava la caccia al cinghiale. Il suo “cursus onorum” fu molto rapido e in pochi anni riusci’ ad ottenere une delle cariche piu’ importanti della provincia, la prefettura del pretorio, che tenne per un lustro quando si ritiro’ a vita privata con la figlia Papianilla. Di quest’uomo non avremmo forse mai sentito parlare se un giorno Roma non lo avesse incaricato di un’ambasciata prello il Re dei Visigoti, Teodorico.

Avito e Teodorico si erano conosciuti da ragazzi ed erano diventati grandi amici. Sul traballante Impero d’Occidente incombeva la minaccia di Attila il quale non aveva rinunciato a trasformare l’Italia in un “Deserto dei Tartari”. Avito e Teodorico strinsero un patto di alleanza e di mutuo soccorso. Due mesi dopo la ritirata dei Vandali da Roma, col favore del Re goto, Avito fu coronato Imperatore. Fu un breve regno. Il poeta Sidonio Apollinare, che aveva sposato Papianilla, lo immortalo’ in un brutto panegirico. Come ricompensa il suocero gli fece erigere una statua nel Foro Traiano.

Quando a Roma giunse la notizia che la flotta di Genserico era per la seconda volta salpata per l’Italia, i Romani furono percorsi da un brivido di terrore. Avito fece subito allestire una flotta e vi pose a capo il conte Ricimero il quale investi’ le triremi nemiche che veleggiavano verso la Corsica, le accerchio’ e le colo’ a picco. Migliaia ddi Vandali persero la vita. I superstiti, in catene, furono condotti prigionieri a Roma e Avito li fece decapitare. La popolazione che aveva ancora vivo il ricordo del sacco del 455 esulto’. Ricimero fu portato in trionfo per le strade imbandierate della Capitale. La folla, in delirio, gli tributo’ onori degni dei tempi di Augusto. La gloria del nuovo eore offusco’ quella dell;Imperatore, il quale, poche settimane dopo fu deposto, anche perche’ aveva fatto fondere alcune statue di bronzo per pagare la cinquina ai soldati. Riusci’ a fuggire ma a Piacenza fu fatto prigioniero e consegnato a Ricimero. Questi non solo gli risparmio’ la vita, ma lo fece consacrare Vescovo. Un episodio che testimonia in modo eloquente delle condizioni della Chiesa nel quinto secolo.

Recimero era un barbaro che aveva fatto una brillante carriera riorganizzando l’esercito e combattendo contro i barbari che minacciavano l’impero. Grande generale, freddo calcolatore, fu sempre fedele a Roma ma non agli imperatori che di volta in volta colloco’ sul trono e da esso sbalzo’. Si ricordava di Stilicone, che Onorio aveva assassinato, e di Ezio, giustiziato da Valentiniano. Capi’ che l’Impero era marcio e che la sua fine poteva essere ritardata ma non evitata. Scomparso Avito non volle succedergli perche’ le leve del comando era meglio controllarle come primo ministro di un sovrano esautorato. Si limito’ ad assumere il titolo di “Patrizio” con cui gli veniva riconosciuto il diritto di proclamarsi padre dell’Imperatore. Giubilato Avito colloco’ sul trono Maggioriano, ex-aiutante di campo di Ezio al cui fianco avrebbe fatto una rapida carriera se la moglie del generale non lo avesse fatto silurare. Come Cincinnato e Teodosio, Maggioriano si era ritirato in campagna ad allevare polli, in attesa di tempi migliori. Quando Ezio fu assassinato, Valentiniano III lo rcihiamo’. Fu in questa occasione che conobbe Recimero. Per i Romani l’elezione di Maggioriano fu un elemento di ordinaria amministrazione. Dopo l’inconorazione, il nuovo Augusto lesse al Senato un messaggio pieno di deferenza in cui dichiarava di assumere la porpora per volonta’ dei suoi rappresentanti e nel supremo interesse della Patria. I Senatori quando lo udirono trasecolarono. Da tempo immemorabile non erano piu’ abituati a sentirsi trattare con tanto riguardo.

L’incoronazione di Maggioriano riporto’ alla ribalta Sidonio Apollinare. Il poeta, dopo la scomparsa di Avito, era caduto in disgrazia. Fu perdonato perche’ era l’unico poeta dell’Impero. Il panegirico dedicato a Maggioriano riscosse gli stessi consensi di quello indirizzato ad Avito. In entrambi I componimenti -della stessa lunghezza e nello stesso metro- Sidonio aveva detto suppergiu’ le stesse cose. Come ricompensa, fu esonerato dalle tasse.

Maggioriano fu un buon Imperatore. Poiche’ gli Italiani non facevano piu’ figli, proibi’ alle donne di prendere I voti prima dei quarant’anni, obbligo’ le vedove a rimaritarsi, impedi’ ai giovani di farsi monaci e puni’ gli speculatori che per costruire nuovi edifici abbattevano quelli antichi dimostrando che a Roma i Vandali erano del tutto superflui. Ma questa saggezza gli costo’ cara.

Ricimero non tardo’ ad accorgersi che Maggioriano voleva fare l’Imperatore sul serio e nel maggio del 460 lo depose. Maggioriano si ritiro’ a vita privata in una villa vicino Roma dove pochi anni dopo -riferisce Procopio- mori’ di dissenteria.

Tolto dalla scena un sovrano che avrebbe meritato di restarci, Ricimero, nel novembre del 461, incorono’ a Ravenna Augusto un certo Libio Severo, lucano di nascita. Di costui sappiamo solo che regno’ quattro anni, visse religiosamente e mori’ avvelenato. Dopo di lui il trono resto’ vacante per due anni.

Il suo successore Antemio era genero del defunto Imperatore d’Oriente Marciano. Fu deposto per inettitudine nell’aprile del 472. Ricimero incorono’ allora un certo Olibio, che non fece in tempo a deporre perche’ dopo un mese un’emorragia uccise lui.

Con la sua morte si chiude la serie di quei generali barbari che negli ultimi tempi avevano retto le sorti dell’Occidente, colmando il vuoto di un potere che gli Imperatori non erano piu’ in grado di esercitare. Per sedici anni Ricimero era riuscito a tenera a galla una barca che faceva acqua da tutte le parti e le cui falle nessuno era in grado di tamponare. Olibio non ebbe neppure il tempo di accorgersi di quello che gli stava succedendo intorno: un attacco di idropisia lo elimino’. Prima di morire, aveva nominato “patrizio” il nipote di Ricimero, il principe burgundo Gundobado, che nel marzo del 473, dopo un interregno di cinque mesi, proclamo’ Imperatore a Ravenna Glicerio. Di costui sappiamo solo che costui quando l’Italia fu minacciata dagli Ostrogoti, egli ando’ incontro al loro re Teodorico, lo colmo’ di doni e lo indusse ad abbandonare la Penisola e marciare sulla Gallia che, se non di fatto, almeno sulla carta apparteneva ancora all’Impero. Ma questo tradimento gli costo’ il trono sul quale balzo’ un generale di nome Giulio Nepote. Gundobado preferi’ fuggire in Burgundia, dove lo attendeva la corona di un regno meno glorioso di quello romano, ma certamente piu’ comodo.

Giuliio Nepote governo’ quattordici mesi e consegno’ l’Alvernia ai Visigoti. I Romani non glierlo perdonarono e il suo luogotenente Oreste, nell’estate del 475 lo depose e proclamo’ Imperatore a Ravenna il figlio Romolo Augustolo. Oreste era nato in Pannonia, era entrato al servizio di Attila, e lo abbiamo gia’ incontrato, col suo collega Edecone, alla testa dell’ambasceria che il “flagello” aveva mandato a Costantinopoli nel 448. Il matrimonio con una nobildonna greca gli aveva spalancato le porte della societa’ bizantina. Anche lui come Stilicone e Ricimero, non indosso’ la porpora e si accontento’ del titolo di “Patrizio”. Era un uomo ambizioso, ma ottuso. Quando gli Eruli calarono in Italia e reclamarono un terzo del suo territorio per acquartierarvisi, Oreste glielo rifiuto’. Il loro capo, Odoacre, gli dichiaro’ guerra e marcio’ su Pavia dove egli era riparato. Dopo due giorni di assedio la citta’ capitolo’ e fu spianata al suolo. Gli Eruli sgozzarono I suoi abitanti e non risparmiarono neanche I vecchi ed I bambini. Fu un massacro in piena regola, nello stile di Attila e di Genserico. Ma ci si dimentico’ di Oreste il quale, per la seconda volta, riusci’ a mettersi in salvo a Piacenza. Fu scovato dopo una settimana e passato per le armi sommariamente. Sorte migliore ebbe il figlio Romolo Augustolo. Odoacre gli rispiarmo’ la vita, un po’ per la sua giovane eta’, un po’ per la sua straordinaria bellezza, e gli concesse di trascorrere il resto dei suoi giorni in una villa vicino Napoli, con una pensione annua di seimila soldi.;

Odoacre era figlio di quell’Edecone che con Oreste aveva fatto parte del servizio diplomatico di Attila. Il modo in cui tratto’ il vecchio amico di suo padre, sulle cui ginocchia veva saltato da bambino, ci dice abbastanza del suo carattere. Egli governo’ l’Italia per diciassette anni, dal 476 al 493. C’era venuto dopo la dissoluzione dell’ordae e nell’esercito imperiale aveva fatto una rapida carriera, proporzionata ai suoi meriti, ch’erano grandi, e all’inettitudine degli Imperatori, che era grandissima. Lo storico Eugippio ce lo descrive di notevole statura, rosso di pelo e con un gran paio di baffi biondi. L’Imperatore Zenone lo nomino’ “Patrizio”, che era un riconoscimento puramente formale. Gli Eruli lo acclamarono Re e gli conferirono, col titolo, I pieni poteri. Sotto di lui vincitori e vinti coabitarono senza fondersi. Le antihe magistrature dai tempi di Silla e di Cocerone e le gloriose cariche repubblicane nominalmente sopravvissero allo sconquasso dell’Impero; ma ormai non contavano piu’ nulla, come non contava piu’ nulla il Senato, esautorato da questo capitano di ventura ricoperto di pelli di montone. L’Italia era piombata nel Medioevo. Cominciavano I secoli bui. (n.d.a. Davvero???)

B) GLI ULTIMI ATTORI DELLA ROMA REPUBBLICHINA

Nonostante che la tecnologia dei tempi repubblichini sia diventata qualcosa di neanche immaginabile per i tempi imperiali, la gestione del potere rimane sempre la stessa, con gli stessi trucchi, gli stessi inganni, la stessa sete di potere, la stessa corruzione e lo stesso modo di fare.

Da quindici anni i Romani della Roma repubblichina sono con un Parlamento non eletto legittimamente, ma non risulta che se ne sentano sconvolti. Un Parlamento illegittimo ha votato illegittimamente dei Presidenti della Repubblica, che hanno nominato illegittimamente dei Governi votati da un Parlamento illegittimo, e che hanno nominato illegittimamente, quindi, dirigenti di aziende statali e funzionari pubblici.

Tutta questa gente di pubblico non ha che il titolo: le loro nomine sono private e le loro funzioni sono quelle dovute all’arricchimento proprio e dei loro “clientes”. Il potere lo esercitano con volgare facciatosta ed indegnita’ fregandosene della legalita’, e del rispetto dei cittadini.

I cronisti odierni riferiscono che sull’Urbe violentata e saccheggiata da politicanti ed organizzazioni criminali si e’ stesa una coltre di apatia.

Cittadini validi e onesti si tengono a distanza dalla politica perche’ non hanno idea da dove cominciare per riportare la legalita’, e sono schifati dalla politica. Ebbene, la politica e’ come la merda: ci schifa. Ora, se incontriamo una merda per la strada, accuratamente la evitiamo; ma quando la merda ci entra in casa, non possiamo schifarci, ma dobbiamo prendere la pala e buttarla fuori.

E’ in questa atmosfera stracca e neghittosa che i piu’ si aspettano che venga da regioni italiane o da qualsiasi altro posto un qualcuno in grado di ripristinare la legalita’.

E’ cosi’ che alla fine dell’estate del 2017, varca la soglia del Quirinale un giovane nobile dell’entroterra terremotata, una zona della Repubblica italiana imbestialita da bla bla bla inutili e bugiardi come e’ stato sempre abitudine dello Stato. Il suo nome e’ XXX, ma nessuno in citta’ aveva mai udito prima il suo nome. Qualcuno dice che e’ il nuovo Salvatore. I Romani lo accolgono con indifferenza e non gli vanno neppure incontro, tanta e’ l’assuefazione agli usurpatori.

XXX caccia a calci il Presidente usurpatore eletto illegittimamente e si insedia col nome di Salvatore I ed incita i cittadini alla rinascita con queste parole:

“La Repubblica italiana e’ marcia e la sua fine potrebbe essere ritardata, ma non evitata. Il suo marciume nasce dal fatto che le entrate tributarie sono altissime perche’ voi pavidi pagate e, quando non potete pagare, vi suicidate. Non suicidatevi, ribellatevi. Non pagate piu’ imposte, tasse e balzelli e la Repubblica delle banane si affloscera’ come si affloscio’ l’Impero Romano d’Occidente. Troppi di voi hanno paura di vedersi i beni pignorati se non pagano il richiesto all’Erario, ma vi invito a ragionare. Se non pagate la Repubblica delle banane si sgonfia in due giorni e, ammesso che abbia ancora la forza di pignorare i vostri beni, ve li dovrebbe lasciare in custodia in attesa di possibili compratori. Ma chi potrebbe comprare se tutti, dico tutti, sono pignorati? La fonte della corruzione, dei privilegi e delle disuguaglianze e’ la vostra contribuzione all’Erario. Politicanti e criminali si ingozzano perche’ ci sono i vostri soldi da spendere. Quelli di voi, che hanno la pancia piena, hanno la testa vuota, per questo non si turbano, ne’ si preoccupano. Non dimenticate, pero’ che i Romani ricchi, cioe’ i privilegiati, furono schiavizzati, o costretti a diventare servi della gleba. Non fate affidamento su costoro per modificare la vostra triste condizione, ma organizzatevi e ritrovate un po’ di responsabilita’ sociale, ora piu’ che mai indispensabile per cambiare questo Stato putrido.

Gettate nella spazzatura tutte quelle centinaia di migliaia di bizantinismi e leggi inutili che sono stati utili solo per la burocrazia e le ruberie dei politicanti.

Pensate innanzitutto a come organizzare una nuova forma di scambio che favorisca sia una produzione che un consumo etico. Pensate a come gestire quello che i cittadini di lingua anglosassone chiamano “welfare”. Pensate a come amministrare la giustizia e a quali e quante leggi vi sono necessarie per regolare la vita sociale.Non dimenticate che nella Bibbia (sia per chi ci crede che per ci non ci crede) trovate la “Legge Aurea”, una semplice frase che vale come legge universale sia per quello che oggi chiamano diritto civile, che diritto penale. Non lasciatevi illudere dalla ricchezza materiale o farete la stessa fine di quelli che oggi campano di privilegi alle vostre spalle.

Meditate, gente, meditate e ribellatevi, non suicidatevi.

 

Gli ultimi attori della Roma Imperiale e quelli della Roma repubblichina was last modified: maggio 9th, 2017 by Enrico Furia

Also published on Medium.

CC BY-NC-SA 4.0 Gli ultimi attori della Roma Imperiale e quelli della Roma repubblichina by Enrico Furia is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here