Gli italiani non leggono più…e i risultati si vedono

Nelle scorse settimane in occasione della morte di Tullio De Mauro famoso linguista, si è tornato a parlare dei risultati della sua ricerca che aveva evidenziato un grave problema: 2 italiani su 3 non sono in grado di capire un testo scritto o di decodificare il significato di un discorso complesso. In un articolo pubblicato su Internazionale alla fine dello scorso anno, De Mauro aveva parlato di una situazione che “produce diseguaglianze di trattamento, che producono risultati diseguali, da cui nascono diseguali capacità di orientarsi nei percorsi scolastici, che danno luogo a una molto diversa qualità dei titoli ottenuti, da cui infine si determinano diseguali possibilità di inserimento nel lavoro e nella vita sociale”.

Le sue teorie sono state confermate dall’OCSE (l’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico) che, in una indagine chiamata PIAAC, Programme for International Assessment of Adult Competencies), ha analizzato i livelli di alfabetizzazione in literacy e numeracy di trenta paesi (limitandosi all’età lavorativa, 16-65 anni). I risultati ottenuti sono stati poi raggruppati in cinque livelli: dal minimo di analfabetismo strumentale totale, a un secondo livello insufficiente alla comprensione e scrittura di un breve testo, ai successivi tre gradi di crescente capacità di comprensione e scrittura di testi, calcoli, grafici. Secondo i ricercatori in Italia (ma anche per altri paesi come la Spagna la situazione è analoga), il 70% della popolazione non va oltre i primi due livelli. Soltanto un po’ meno di un terzo della popolazione ha quei livelli di comprensione della scrittura e del calcolo dal terzo livello in su che vengono ritenuti necessari per orientarsi nella vita di una società moderna. E la situazione non è molto migliore negli USA (dove più della metà della popolazione è in condizioni analoghe), in Francia, in Gran Bretagna, in Germania e in molti altri paesi.

Dopo queste premesse, non sorprendono i risultati di uno studio Istat presentati nei giorni scorsi in occasione di Tempo di Libri: dal 2010 ad oggi, l’Italia ha perso oltre 4 milioni di lettori di libri. Nel 2016, sono circa 33 milioni gli italiani di sei anni o più che non hanno letto nemmeno un libro in un anno. Oltre metà della popolazione in età da lettura (il 57,6 per cento). Un dato che riporta il Bel Paese al 2000.

Che i due rapporti siano legati a filo doppio lo dimostra il fatto che, secondo i dati, a non leggere sono soprattutto le persone con i livelli di istruzione più bassi. Tra quelli che non leggono il 77,1 per cento hanno la licenza media (a differenza dei laureti tra i quali quelli che hanno dichiarato guerra ai libri sono solo il 25 per cento). Grave anche la situazione tra i minori: la percentuale di chi ha rinunciato a leggere almeno un libro all’anno, tra i bambini 6 e 10 anni è aumentata del 9,3 per cento, tra gli 11 e i 14 anni del 13,9 per cento e tra i 15 e i 17 anni dell’11,7 per cento. In altre parole si legge sempre di meno e man mano che si cresce, il rapporto con i libri diventa sempre più remoto fino a sparire del tutto. Nel confronto tra uomini e donne sono soprattutto i primi a non leggere: il 64,5 per cento di loro non legge, contro il 51,1 per cento di donne. E la situazione pare peggiorare all’aumentare dell’età ( sono il 65 per cento tra i 25 e i 74 anni e il 72,9 per cento over 75).

Anche a livello regionale ci sono differenze notevoli. La regione dove si legge di meno è la Calabria (con picchi del 73 per cento). Ma il problema pare essere diffuso in tutto il Sud Italia (69,2 per cento di non lettori). La situazione migliora man mano che si sale lungo lo stivale: al centro la percentuale di coloro i quali non leggono scende al 55,8 per cento per calare ancora al nord del paese dove solo la metà 49,7 degli adulti rinuncia ai libri.

Pesante il giudizio di Claudio Martinelli: “In Italia non leggiamo e siamo agli ultimi posti perchè la scuola non funziona e gli insegnanti non sono adeguati. Gli insegnanti devono essere degli affascinatori, oltre che essere adeguatamente formati”. “Per leggere un libro ci vuole passione, leggere costa fatica, ci vogliono degli educatori che riescano a motivare e appassionare i ragazzi gli adolescenti”.

Si tratta di una valutazione pesante ma confermata, se mai ce ne fosse bisogno, dai dati Istat: in Italia sono sempre di più quelli che, non solo non hanno letto libri, nè quotidiani, ma che non si sono recati al cinema, al teatro, a un concerto o a una manifestazione sportiva, non ha visitato musei, mostre o siti archeologici. L’unico spazio culturale (ammesso che lo si possa definire così) è la televisione; infatti, il 92,2% delle persone guarda solo la televisione e, di questi, l’86,7 % lo fa ogni giorno.

Si tratta di un fenomeno che ha rilevanza anche dal punto di vista economico: “Continuiamo a essere un mercato piccolo per confrontarsi con le altre grandi editorie europee. I bassi indici di lettura a loro volta influiscono sui fattori di innovazione del Paese e sulla sua crescita economica”, ha detto Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio studi Aie e curatore del programma professionale di Tempo di Libri.

Sembra proprio che gli italiani, stiano progressivamente abbandonando la cultura, che preferiscano sempre più farsi influenzare dai social network e leggere non le notizie ma solo i titoli, in rete o magari sullo smartphone piuttosto che comprare e leggere un buon romanzo o approfondire un argomento su un giornale.

A leggere questi dati viene spontaneo domandarsi se i progressi e gli strumenti dell’era digitale siano stati fonte di arricchimento culturale o se invece non stiano diventando un rischio di inaridimento per le prossime generazioni.

C. Alessandro Mauceri
C. Alessandro Mauceri
Da oltre trent’anni si occupa di problematiche legate all’ambiente e allo sviluppo sostenibile, nonché di internazionalizzazione. È autore di diversi libri, tra cui Moneta Mortale e Finta democrazia. Le sue ricerche e i suoi articoli sono pubblicati su numerosi giornali, in Italia e all’estero. Articoli

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