Queste sono le dolorose vicende accadute durante la II guerra mondiale a due famiglie originarie della Valle del Serchio, che in questo articolo hanno scelto di rimanere anonime. Sono due famiglie che oggi (e come al tempo dei fatti) vivono serenamente e agiatamente negli Stati Uniti d’America, una proveniente da Barga e da tre generazioni residente in California, mentre l’altra è di Vergemoli ed è nello stato dell’Oregon da circa novant’anni. Hanno una cosa in comune, oltre alla solita origine, hanno da raccontarci la storia dei loro avi, partiti da emigranti dalla Garfagnana nei primi anni del 1900, pieni di buone speranze di essere accolti nella Terra Promessa d’America come lavoratori e cittadini onesti…e così fu, fino al momento in cui non furono dichiarati “Enemy Aliens”, ossia, stranieri nemici.
Chi erano coloro che gli stessi americani identificarono come Enemy Aliens? Tutto cominciò quel maledetto 10 giugno 1940 con la dichiarazione di guerra, quando Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia palesò la volontà di mettere a ferro e fuoco Gran Bretagna e Francia e si concretizzò definitivamente nei fatti l’11 dicembre 1941, quando anche gli Stati Uniti d’America diventarono ufficialmente nostri nemici. A quel punto seicentomila civili italiani e italo -americani regolari che si trovavano sul territorio statunitense furono trattati da ostili e per questo sottoposti a coprifuoco, ai controlli della polizia, al sequestro dei beni e alla deportazione in campi di concentramento americani, tutto questo senza aver commesso nessun tipo di reato.

I giornali dell’epoca italiani parlavano già
degli arresti degli italiani negli U.S.A

Avvenimenti poco conosciuti questi, che anche gli stessi italiani che furono sottoposti a queste restrizioni cercarono presto di dimenticare, sono stati oltre settant’anni di silenzio e giusto negli ultimi lustri comincia a riaffiorare qualche storia che i nipoti e i figli di questi poveri deportati hanno raccolto dai loro nonni, zii o padri, episodi che raccontavano malvolentieri, narrazioni quasi estorte dalle loro bocche, l’amarezza e il pudore affioravano dalle loro parole per un Paese che mai a loro ha chiesto scusa. Ecco allora le testimonianze da me raccolte, grazie all’aiuto fondamentale dell’amico giornalista freelance Francis Poli che mi ha messo in contatto con queste due famiglie sopracitate che mi hanno raccontato le vicende dei loro cari, relegati nel campo di concentramento di Fort Missoula nel Montana. Anche i parenti (come detto) per rispetto alla volontà che fu espressa dai loro antenati hanno preferito rimanere anonimi.
 

Il campo di concentramento di Fort Missoula

“Il primo a partire- racconta Al (diminutivo di Alfredo)- fu mio padre da Vergemoli. A Vergemoli lavorava nei campi, era il secondo di nove fratelli e da mangiare per tutti non ce n’era. Prese così la decisione insieme ad uno zio di partire per l’America. Raggiunse così le coste del New England dove lavorò come facchino nei vari porti della zona, poi si presentò l’opportunità di trasferirsi in Oregon a lavorare come taglialegna, qui la paga era buona, così mio padre richiamò anche mia madre dal’Italia. Si stabilirono definitivamente a Medford ed ebbero quattro figli (fra cui io). Purtroppo mio padre morì presto e mia madre rimase sola con i bambini da crescere. Il mondo ci cadde addosso un giorno di novembre del 1942, quando ricevemmo a casa due comunicazioni ufficiali del governo. La prima ci informava che durante l’operazione Torch (n.d.r: l’invasione del Marocco da parte delle truppe americane) mio fratello era deceduto sotto il fuoco avversario durante lo sbarco, mentre l’altra lo stesso governo che aveva portato via un figlio a mia madre per difendere la bandiera a stelle e strisce ci dava notizia che proprio la mia mamma era stata classificata come “enemy alien”…una straniera nemica. Quanto prima doveva prepararsi per essere arrestata ed internata. La polizia e l’F.B.I sarebbero venuti a prenderla”

I giornali americani cosi dicevano “Gli Italiani hanno colpito. Mussolini è in azione qui”

La cronaca di quel periodo ci racconta che la polizia nel giro di poco tempo chiuse scuole, giornali, circoli italiani, pizzerie, rosticcerie, tutti luoghi sospettati di essere centri di propaganda fascista o addirittura cellule fasciste di reclutamento.
Mia madre -continua Al- non si riprese più, dopo la liberazione la nostalgia per la Garfagnana fu ancora maggiore, pregava giorno e notte che la riportassimo a vivere all’ombra della Pania, non fu mai possibile se non in qualche breve vacanza, ed è il mio più grande dispiacere”
Per capire bene a che livello fosse in America la psicosi anti-italiana è emblematico il fatto successo a Francesco Di Maggio che abitava a San Francisco, era il padre del più famoso giocatore di baseball di tutti i tempi Joe Di Maggio (futuro marito di Marilyn Monroe), mentre lui era negli stadi a infiammare le folle il suo papà era a casa agli arresti domiciliari per il suo cognome italiano…e lui era fra i più fortunati. Niente in confronto a quello che successe a Mario, partito da Barga in giovanissima età, ben presto dimenticò il paese natio, si trovava bene in California, il clima, la gente, la fidanzata appena trovata e un buon lavoro. Tutto bello fino al giorno in cui tornò a casa dopo aver svolto alcune faccende domestiche e lì trovò la polizia ad attenderlo: “Gli chiesero di seguirlo – racconta il nipote- lui gli rispose perchè, la risposta degli agenti fu lapidaria: sei italiano. A mio nonno gli fu poi sequestrato anche il suo peschereccio, strumento principale del suo lavoro. Lavorava infatti come pescatore e forniva pesce alle industrie del settore. Le autorità portuali dichiararono che il suo peschereccio “italiano”, così come tutti quelli “italiani”  presenti sulle coste californiane potevano essere usati per introdurre nel Paese armi o spie”.
A causa di tutto questo l’industria della pesca californiana subì un tracollo vertiginoso, gli italiani pescavano il 90% del pesce locale.
Sempre il nipote di Mario ci narra che la stessa sorte di suo nonno la subirono anche i vicini di casa del quartiere italiano:
“Rimanevo sempre a bocca aperta ed incredulo quando mi diceva che un suo amico paralizzato fu portato via su una sedia a rotelle, perdipiù era residente legalmente negli U.S.A da oltre cinquant’anni”.

Particolare di Fort Missoula

Come detto i più fortunati che per qualche motivo agli occhi dell’F.B.I apparivano meno“pericolosi” se la cavavano con forti costrizioni alla libertà personale, come il divieto di allontanarsi oltre i dieci chilometri da casa e con l’obbligo di firma alla stazione di polizia più vicina, per gli altri la destinazione era il campo di concentramento. Ma com’era la vita in questi campi di prigionia?
” Mio nonno Mario fu rinchiuso a Fort Missoula, e diceva che malgrado l’inquietante presenza del filo spinato e delle torri di guardia sorvegliate da soldati armati non si stava poi tanto male, il mangiare non mancava mai e fu ancor meglio quando arrivò nel campo l’equipaggio di una nave da crociera, si arrivò a mangiare perfino bene, tant’è che anche le guardie stanche del rancio venivano a cenare nelle cucine del campo”.

Internati Italiani

Insomma niente a che vedere con i lager tedeschi o i gulag russi, capiamoci bene, ma benchè questo, la libertà che è il bene più importante era pur sempre negata.
La caccia all’italiano durò fino alla caduta del regime fascista (25 luglio 1943) e cessò definitivamente con l’armistizio di Cassibile (8 settembre ’43), ma già quando il presidente americano Roosevelt alla fine del 1942 era in odor di nuove elezioni presidenziali, desideroso di accaparrarsi il sostegno degli italo americani, allentò fortemente le restrizioni per i nostri connazionali sospendendo di fatto ogni imprigionamento.
Gli internati fecero così mestamente ritorno alle loro vite e alla propria casa:
Molti – afferma ancora Al- dei nostri amici e conoscenti dopo questa brutta esperienza fecero ritorno in Italia e anche in Garfagnana.Un amica della mamma (nata nel paese di San Romano) e tutta la sua famiglia, compresi i tre figli nati negli Stati Uniti furono tutti arrestati ed imprigionati, ottenuta la libertà lavorò giorno e notte per racimolare soldi per tornare con la sua famiglia in Garfagnana. Il suo terrore era che prima o poi sarebbero tornati per catturarli nuovamente. Quando la signora salutò mia mamma per fare ritorno nella Valle del Serchio si congedò con queste parole: -Meglio poveri, ma liberi a casa propria-“
Oggi parlamentari americani di origine italiana lottano perchè vengano perlomeno riconosciute agli emigranti italiani delle scuse ufficiali che mai ci sono state, un bel documentario intitolato “Bella Vista” (n.d.r: l’ironico nome che i prigionieri avevano dato a Fort Missoula)e un libro della studiosa Carol Van Valkenburg (“Alien Place”) hanno riportato a galla l’attenzione dell’opinione pubblica.

Mappa dei campi di detenzione americani

Medesima sorte (anzi molto peggiore) toccò ai giapponesi in terra americana, il presidente Clinton però, anni orsono riconobbe la colpa e oltre che chiedere fortemente perdono il governo statunitense pagò un rimborso di oltre ventimila dollari a ogni nippo- americano internato. Agli oltre seicentomila italiani fino ad oggi l’unico tributo è stato il silenzio… e niente più.

Fonte:

 

  • Un ringraziamento particolare a Francis Poli giornalista freelance americano ma di chiare origini lucchesi, per avermi segnalato e messo in contatto con le famiglie sopracitate. L’articolo rivisto e integrato verrà pubblicato negli Stati Uniti sul periodico “Voce Italiana”, giornale per italo americani di Washington D.C
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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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