Gli Apuani e il culto dei morti

“…Nuje simmo serie…appartenimmo a morte!”.

“Noi siamo seri apparteniamo alla morte”, così si conclude a mio avviso una delle più belle poesie di sempre del panorama italiano: ‘A livella” di Antonio De Curtis per tutti conosciuto semplicemente come Totò. La morte infatti da sempre è considerata una cosa seria da tutti i popoli, da tutte le religioni, da chi crede e da chi non crede e il culto stesso dei morti è l’espressione della pietà che gli esseri umani provano verso i defunti e della speranza di una vita futura. Il culto dei morti si manifesta nei riti funebri diffusi in tutte le società, nella costruzione dei cimiteri, nella elaborazione di credenze relative al destino dell’anima e all’aldilà, e questo già da tempi lontanissimi, addirittura la specie Homo Sapiens ha da sempre sepolto i morti. In molte sepolture preistoriche sono stati ritrovati resti di corpi dipinti con l’ocra e decorati con conchiglie, corna di cervo e altri oggetti ornamentali.Questo fa pensare che già i nostri lontani antenati praticassero riti funebri e avessero elaborato credenze relative al destino dei morti e all’aldilà e così è per quanto riguarda gli antichi abitanti della Garfagnana: gli Apuani.

La natura, oggetto di
adorazione degli Apuani

 

Innanzitutto andiamo ad analizzare qual’era la religione di questi nostri antichi antenati, poichè è la religione stessa che è legata a doppio filo con il culto dei morti. La loro adorazione consisteva nel venerare le forze della natura,la loro era una speciale adorazione per foreste, boschi, vette e fiumi, tutti i luoghi di culto erano segnalati da una pietra o da un simulacro e tutti i nomi di divinità che ci sono pervenuti sono di origine celtica. La divinità guaritrice ad esempio si chiamavaBormanus che i romani interpretarono come Apollo, mentre Poeninus divinità delle montagne fu (sempre dai romani) equiparata a Giove, il Dio Bekkos, da cui prende il nome il Monte Bego era rappresentato nelle incisioni rupestri come un Minotauro, cioè metà uomo e metà toro, sempre dai celti gli Apuani presero anche il culto del Dio Belenos protettore della luce, che era venerato fino alle coste adriatiche italiane, non mancava nemmeno il culto di Ercole, come in tante altre popolazione italiche. Naturalmente a tutta questa adorazione di Dei venivano associati svariati riti, uno dei più singolari era sicuramente l’usanza di gettare nei fiumi o nei torrenti oggetti personali come armi e gioielli, ciò probabilmente veniva fatto per due motivi a seconda dei casi. Il primo motivo consisteva nell’offrire questi preziosi monili alla divinità stessa, il secondo ad impedire ad altri l’uso degli oggetti personali di un defunto e proprio ai defunti era dedicato un rito che forse secondo miei studi e in tal modo era praticato solo dai Liguri. Ma prima facciamo un po’ di cronistoria, tanto per chiarire meglio l’argomento. Già 4000 anni prima di Cristo (così dicono gli scienziati) l’uomo cominciò a stabilirsi in maniera permanente nella nostra valle, si costituirono i primi villaggi, i primi allevamenti e le prime coltivazioni, con la stabilità si cominciarono pure a seppellire i morti e i primi ritrovamenti risalenti al Paleolitico medio vedono i morti seppelliti sui fianchi o seduti e talvolta supini, posti sotto le capanne o in grotte. Verso il 2000 a.C si sviluppa il rito apuano dell’incinerazione. I villaggi stavano diventando sempre più grandi, si costituirono i primi castellari (n.d.r: insediamenti apuani collocati su sommità)e la presenza di questi centri abitati testimonia anche la presenza di vere e proprie necropoli.

Queste tombe, riferiscono gli archeologi, si sono conservate nei secoli piuttosto bene, sia perchè scavate nel sottosuolo, sia perchè oggetto di superstizione.I corredi funebri ammassati accanto ai morti offrono agli studiosi una panoramica di oggetti di uso comune, si trovano gioielli, vasi, ciotole tutti provenienti da questi “campi di urne”, dove gli Apuani erano soliti incendiare i propri morti. Infatti come detto questa è una pratica quasi esclusiva degli antenati garfagnini, un rito nato a quanto pare nell’età del bronzo e portato avanti fino ad epoca romana (circa 5000 mila anni) con la sola variante dei materiali delle tombe: non più lastre, ma tegoloni, non più terracotta locale ma vasi ed accessori in uso al mondo romano. Ma guardiamo come si svolgeva questo rito apuano dell’incinerazione.Il rito di cremazione più noto ai posteri rimane quello descritto da Omero nell’Iliade e con buona probabilità non si discostava molto da quello nostrale.

Oggetti ritrovati in tombe apuane

Dopo che era stata tagliata una quantità di legname dai boschi, veniva innalzata una pira e più grande era questa pira e più grande era l’importanza del defunto. All’alba, alla presenza di tutti gli abitanti del villaggio la catasta di legna veniva incendiata e solo il mattino seguente i fratelli e i parenti più stretti dopo aver spento le ultime braci con il vino raccoglievano i resti in un urna che veniva deposta in una buca scavata nel terreno e protetta da pietre. Le necropoli liguri erano caratterizzate da tombe cosiddette a “cassetta”( n.d.r: la forma ricorda difatti una simil-cassetta) costituite da rozze lastre di pietra locale, quattro di queste pietre formavano le pareti(dove si sarebbe collocata l’urna con le ceneri),le altre due avrebbero fatto, una il fondo ed una il coperchio.

un esempio di tomba acassetta

 

Talvolta tutto intorno potevano avere la protezione di altre pietre messe li a fare da funzione drenante. Le dimensioni di queste tombe a cassetta variavano, andavano da due metri, a quaranta centimetri di lunghezza e da un metro, a venti centimetri di larghezza. Era usanza che nella tombe venissero messi oggetti personali del defunto, come probabilmente a credere in un ulteriore vita nell’aldilà, inoltre con ogni probabilità la tomba veniva posta nello stesso luogo dove era stata innalzata la pira, come testimoniano i resti carbonizzati ritrovati intorno alle fosse che custodivano “la cassetta”. Nella stessa tomba poteva venire sepolto più di un morto, talvolta un uomo ed un bambino. Ma guardiamo come era formato un “cimitero” Ligure Apuano. Le necropoli presentavano dei veri e propri recinti tombali, questi recinti seguivano in genere l’andamento del terreno, erano di solito a pianta quadrata o circolare, si ipotizza che tale differenza fosse derivata dal fatto che le strutture a forma circolare fossero destinate ad individui di sesso maschile che svolgevano ruoli importanti, mentre le cassette a recinto quadrato contenevano i resti di individui appartenenti allo stesso nucleo familiare.

Una tomba a cassetta

 

Le tombe solitamente erano sormontate da cumulo di sassi disposti intenzionalmente a copertura della lastra di chiusura della cassetta.
Ancora riti, usanze e costumi di questa indomita gente che non finirà mai di sorprenderci e che ci rendono sempre più fieri di averli avuti come il primo vero e proprio popolo che abitò la nostra Garfagnana.

Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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