GLI ANTICHI GRECI INVENTARONO LA STORIOGRAFIA

LA STORIOGRAFIA

mileto

di Fulvio Marino

“Ed ora che facciamo?”, è probabile che si domandassero i greci scampati al devastante sisma, che aveva colpito tutta l’area greca nel 1200 circa a.C. . Guardavano in su, verso la ben nota rocca, e con sgomento rimiravano lo spettacolo del palazzo crollato, uccidendone gli abitanti, il re e la sua famiglia e tutti i dignitari, scribi compresi e sacerdoti. Gli dèi – era chiaro – avevano tolto il loro millantato favore al signore. “Ed ora che facciamo?”. Per secoli erano stati abituati ad un sistema sociale ed economico chiuso, direi perfetto (nel senso che, per funzionare, non necessitava di correttivi), centralizzato e per così dire comunistico: dalla rocca partivano gli ordini per la produzione; nella rocca si ammassava il prodotto; dalla rocca partiva la distribuzione, a seconda di meriti e disponibilità. Intorno a quell’acropoli i vari villaggi a farle corona, ed a produrre questo o quello, ma poi con la distribuzione, a tutti arrivava di tutto. Ed aveva funzionato, protetto dagli dèi. Ma di colpo era venuto a mancare il motore di tutto ciò, il re, ed i superstiti della catastrofe là, smarriti confusi ed incerti sul da farsi, perché vivevano una condizione del tutto nuova, da cui nasceva la domanda, anch’essa inedita: “Ed ora che facciamo?”. Non se ne rendevano conto, ma stavano fondando la democrazia, con questa semplice ovvia e banale domanda. Per la prima volta nella storia del mondo occidentale (ma forse di tutto il mondo), non si aspettano ordini dall’alto, ma ci si guarda in faccia e ci si interroga, e poi SI DECIDE. Non lo sanno, ma è nata la POLIS, ognuno di loro quindi è un POLITES, e tutto ciò che un polites fa è POLITIKOS, e la sua attività è POLITIKE’ TECHNE, o semplicemente politikè, insomma POLITICA. Non se ne rendono conto, ma avevano gettato un seme destinato a produrre una pianta rigogliosa e robusta, ma bisognosa di molte cure attenzione dedizione e soprattutto CONTRIBUTO DI TUTTI, come stavano facendo loro là, in quella landa desolata dal terremoto rovinoso.

Passarono poi tre/ quattro secoli, dai quali non ci arriva notizia quasi, un periodo oscuro, molto flebilmente rischiarata dagli archeologi e dai ritrovamenti ceramici, perché quasi solo di questo si tratta. Una ceramica povera, inferiore per qualità di impasto e di decorazione a quella precedente, micenea e ancor più cretese. Segno che inizialmente la qualità materiale della vita ha subito un netto abbassamento. Anche la storia italiana ed europea ha subito una fase del genere di decadenza, dopo il crollo dell’impero romano. Mi riferisco al Medio Evo, rappresentato come incivile, barbarico, negativo. Se diciamo “medievale”, a questo aggettivo tendiamo a dare un valore negativo. Come mai? Si è considerata l’epoca classica come quella della civiltà, e quella successiva al suo tramonto come epoca di decadenza. Questo si chiama pregiudizio classicistico. La relativa scarsità di documentazione giunta fino a noi, ci fa parlare di secoli bui. Ma è proprio vero che sono decadenti i secoli da cui vengono fuori i Comuni e le Repubbliche marinare in Italia, ed in Europa le monarchie nazionali? Ed il romanico ed il gotico nelle arti figurative sono proprio barbari? E Giotto, e soprattutto l’immenso inarrivabile Dante? Se tutto ciò ha il marchio della genialità, non è possibile che il sostrato medievale fosse estraneo. Qualche bel lume illumina, dunque, il buio del nostro medio evo, che, però, nel senso comune passa per periodo incivile. Ancor meno ci arriva dal Medio Evo Ellenico (il periodo 1200-900 circa), del quale stiamo parlando. Ma anche qui, è mai possibile che siano venuti dal nulla la POLIS e la DEMOCRAZIA, OMERO, l’adozione e la diffusione dell’ALFABETO LETTERALE, preso dai fenici e chiaramente destinato alle masse, quindi scelto proprio per facilitare la partecipazione democratica? E poi l’uso della moneta, imparato per il contatto con i lidi, diffuso in tutto il mondo, ed arrivato fino a noi per inguaiarci con il dominio della finanza su tutto il resto, fino a mettere nei pasticci qualche ministro della repubblica delle banane?

Il primo periodo del medio evo ellenico dovette essere proprio duro. Ma poi le cose si assestarono, ci fu un incremento demografico, una delle radici dell’emigrazione coloniale (Salvini con la ruspa non c’era ancora). E dopo tanti secoli i greci ripresero il mare. Ed incontrarono altri popoli, e conobbero altre civiltà. Erano finora convinti che nel mito si narrassero fatti veri, che il mito cioè fosse storia. L’esattezza cronologica non li appassionava affatto: ciò che contava era il succo di insegnamento etico che dal campionario di teogonie, cosmogonie, cosmologie ed astrologia si poteva ricavare. Tanto più che agli dèi ed agli eroi del mito facevano risalire l’origine familiare gli aristocratici, allora al potere, per conservarlo. Ma il contatto con altre culture mise in crisi tutto questo apparato di credenze, anche perché oltre alle merci i naviganti greci riportavano in patria i culti misterici, ben più spirituali della religione olimpica. Tali culti tra loro avevano in comune la vicenda del dio di riferimento, morto ma poi resuscitato, ed era possibile una penetrazione mistica tra dio e fedele tramite cerimonie segrete o almeno riservate, da cui derivava la condivisione del destino del dio da parte degli uomini. Insomma affascina la prospettiva di una seconda vita, come per il dio, certamente più felice di quella dura in atto.

Un ulteriore colpo alla credibilità il mito olimpico lo ricevette dall’opera dei viaggiatori, personaggi di cui sappiamo poco (qualche nome, come Ferecide, Acusilao, Ecateo) e frammenti della loro opera modesti, ma da cui noi, loro figli, riusciamo a dedurre una certa quantità di informazioni. Compilarono delle relazioni scritte dei loro viaggi di esplorazione, ad uso e consumo dei mercanti, e mi viene in mente a tal proposito Marco Polo con i suoi viaggi e la sua opera, Il milione.

Quando Ecateo partì dalla sua città, Mileto, era convinto come tutti greci che giusto quindici generazioni prima della sua gli dèi e gli uomini vivevano mescolati. Quindici, insomma circa 900 anni prima. Ma, arrivato in Egitto, nei templi i ministri del culto egizio gli mostrarono 345 statue di grandi sacerdoti e faraoni, di sicuro umani, tanto che erano morti: altro che 15 generazioni! Pertanto, tornato in Grecia, scrisse che i greci credevano a cose ridicole (è uno dei frammenti che abbiamo di lui). E’ l’indizio robusto di una svolta in atto nella cultura greca, nella direzione della ricerca RAZIONALE. Se il mito racconta balle – e pare proprio così -, come si spiega allora l’esistente? E la nuova strada si chiama FILOSOFIA. Ma lo spirito di ricerca della verità è adottato anche in altri ambiti, come matematica (Pitagora), geometria (Talete), fino alla nascita della storiografia. Ed il padre indiscusso della storiografia è Erodoto, che ne ha dato le direttrici fondamentali, e dopo di lui nessuno ha saputo modificarle. Ma lui è figlio dello spirito nuovo, a cui mi riferivo prima, dei logografi (Ecateo & C.), e del razionalismo, che sta divenendo il criterio fondamentale di giudizio, anche se non l’unico. Egli dice che lo storico è un ricercatore, che mira a due obiettivi: 1. Ricercare le notizie relative ai fatti notevoli compiuti dagli uomini; 2. Ricercare le cause di quei fatti. E noi moderni con tutti nostri prodigiosi strumenti (compreso quello che ora abbiamo in mano) siamo ancora là, e dedico un pensiero a chi si ostina a considerare gli antichi come ormai non più attuali, degni, al massimo, di una benevola curiosità. Una vera cretinata!

Erodoto, dunque, padre della storiografia. Ma questo non vuol dire che sia sempre attendibile, anche se è straordinaria e fondamentale la gran massa di notizie che ci dà dei popoli del medio oriente. Gli piace raccontare, suggerire delle conclusioni filosofiche ed etiche sulla storia delle vicende umane, e si lascia prendere la mano dalla gioia del raccontare. Il primo, autentico, storiografo scientifico è Tucidide di Atene, di una generazione dopo quella di Erodoto.

Lo storiografo della Guerra del Peloponneso (431-404 a.C., tra Sparta ed Atene) parte da un presupposto: l’uomo fa parte della natura, e, come il resto della natura, è governato da leggi, di tipo particolare, ma pur sempre leggi. Compito specifico dello storiografo è individuare tali leggi, così da essere utile al lettore esperto. Sapendo che a certe premesse, seguono prevedibili conseguenze, ecco allora che lo studio della Storia è utile riferimento per chi deve agire. Allora è inevitabile che lo storiografo narri fatti documentati, verificati, anche intervistando chi c’era, o ricostruendoli sulla scorta della logica. Un popolo – dice Tucidide – ne attacca un altro, per impossessarsi dei beni di quello; poi tra i vincitori inizia un confronto per l’accaparramento dei beni conquistati, e così via, con la tendenza alla vittoria di uno solo o di un gruppo ristretto.

Lo storiografia fu un’attività molto praticata a Roma. I romani definivano l’attività storica come “opus oratorium maxime”, attività oratoria al livello più alto. E l’oratoria a Roma è tenuta in altissima considerazione, essendo lo strumento principe per la partecipazione alla vita della Res publica. Fra i tanti eccellenti scrittori di storia romani scelgo qui un passo di Sallustio (I secolo a,C., età di Cesare). In una delle sue opere (La congiura di Catilina) dice nel proemio (introduzione):

“ Agire nell’interesse dello Stato è cosa ben fatta, ma anche pronunciare e scrivere parole giuste ed utili, è cosa non priva di valore; in pace ed in guerra si può divenire famosi, però sono lodati non solo quelli che hanno operato, ma anche quelli che hanno scritto dell’operato altrui.”. Per i romani la storiografia è “memoria temporis acti”, memoria relativa ai tempi andati, ma è anche “Magistra vitae: le esperienze altrui degne di nota hanno in sé un insegnamento, che è bene non trascurare. Perché quel popolo che dimentica la propria storia, prima o poi è destinato a ripetere errori già commessi. La situazione difficile, ad esempio, dopo la prima guerra mondiale ha indotto gli italiani ad accettare l’uomo d’ordine, l’Uomo della Provvidenza secondo un eminente personaggio della gerarchia cattolica, e sappiamo come è andata a finire. Sono passati gli anni, i decenni, l’Italia è di nuovo in grave affanno, ma molti, troppi, vagheggiano il deus ex machina, colui che – chissà perché? – si carichi il Paese sulle spalle e ci porti tutti alle isole dei beati. Sarà meglio toglierselo dalla testa, perché non c’è mai stato sulla faccia della terra uno così, e solo la partecipazione ed il contributo di tutti servirà a trovare la strada per riveder le stelle. Chi lo dice? LA STORIA!!!!!

 

di Fulvio Marino

Fulvio Marino

“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” 

Fulvio Marino

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Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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1 Comment

  1. E un gran bel lavoro. Purtroppo la storia e’ sempre scritta dal vincitore, mai dal perdente. Quel che e’ peggio e’ che a scuola si insegna la storia del vincitore, piena di menzogne. Inoltre, la guerra e’ sempre stata basata sull’economia di rapina, come abbiamo riportato su altro articolo di aneddoticamagazine. Apprezziamo moltissimo il tuo saggio, perche’ rispecchia in pieno la mission di aneddotica: “Trovare le leggi che regolano il comportamento di natura, e riportarle come fonte di verita'”.
    Gli antichi Romani hanno fatto carne da macello con la verita’ storica; loro hanno infatizzato la retorica del vincitore; loro hanno inventato il “pizzo” che facevano pagare ai loro protetti (vedasi il caso del pizzo pagato dai Chiusini per farsi proteggere da Brenno); loro hanno enfatizzato l’economia di rapina (vedasi la conquista della Grecia, che permise di non raccogliere tasse per molto tempo), loro hanno sempre distorto la storia ai fini del vincitore. Queste infamita’ vengono purtroppo insegnate nelle scuole di ogni livello, ed i nostri figli le prendono come giuste.

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