§ 1: i pirati della Cilicia
I pirati della Cilicia (Turchia asiatica) lo catturarono. E lo tennero prigioniero, finché non arrivò il riscatto. Cesare intanto domandò loro quanto avessero richiesto. Quando gli dissero la cifra, si imbronciò e si dichiarò offeso. “Così poco valgo per voi?!”. Se la ridevano i pirati, ammirati e divertiti dalla faccia tosta di quel giovane romano. “Ridete, ridete! Quando sarò libero, armo un po’ di navi , vi vengo a cercare, e vi impiccherò uno ad uno!”. E quelli a ridere ancora di più. Arrivò il riscatto e lo liberarono. Ma non risero più, quando lui li rintracciò e li impiccò uno ad uno.

§ 2: un villaggio sulle Alpi
Si dice che una volta, passando in un valico alpino, abbia esclamato: “Preferirei essere il primo in uno di questi villaggi montani, che il secondo a Roma”.

§ 3: nel canale d’Otranto in tempesta: lo sai chi stai portando?
Quando ruppe gli indugi e si preparò allo scontro finale con Pompeo, attraversò il canale d’Otranto con metà delle sue truppe, ed aspettava che arrivasse l’altra metà. Quando capì che il mare divenuto grosso spaventava le truppe restate in Italia, ordinò ad un marinaio di mettere la navicella in mare e di portarlo indietro: voleva rimediare alla pericolosa situazione dell’esercito spaccato in due. Il marinaio aveva forti remore a partire con quel mare. Allora Cesare gli intimò di salpare: “Tu stai portando il grande Cesare (mica Giuseppe Conte o Giggino, aggiungo io)! Gli dèi mi sono propizi e non hai nulla da temere.”. E quello andò: a Cesare non era il caso di dire di no due volte. Arrivò in Italia, ed ordinò la partenza all’altro mezzo esercito. E poi vinse a Farsalo.

§ 4: un canto apotropaico (cioè anti iella)
“Fate largo al marito di tutte le mogli ed alla moglie di molti mariti!”, gridavano i suoi soldati durante il trionfo. Chiaro il riferimento alla sua bisessualità. E lui non se ne adontava, perché era la verità, perché si sentiva superiore, e poi perché era costume che, nel corso del corteo trionfale, i soldati si facessero beffe del generale in apoteosi. Un trionfo, infatti, era quanto di più grande un uomo potesse augurarsi nella vita, una gioia che lo innalzava agli dèi, e questi se ne potevano avere a male, gelosi della loro superiorità sugli uomini, e, adirandosi, punire chi osava tanto. Quindi le battute pesanti non venivano prese per offesa, ma come un modo per temperare la gioia umana e stornare dalla sua testa l’ira delle divinità, che così si astenevano dal punire.

§ 5 La vita
Ho citato questi quattro aneddoti, per dare un’idea del Nostro. Era nato il 100 (o104) a.C., rampollo di una casa di antica nobiltà romana, la gens Julia. Quando morì sua zia Giulia, moglie di Caio Mario, console di estrazione plebea, Cesare ne pronunciò l’elogio funebre, e con l’occasione proclamò la sua discendenza da Enea, nientemeno! Disse che il figlio di Enea, Ascanio, era chiamato anche Julo, e da lui discendeva la gens Julia. Enea era figlio di Venere, e Romolo e Remo, figli di Rea Silvia, discendente diretta di Julo, avevano per padre Marte, quindi nelle vene di Cesare c’erano il sangue di Venere e quello di Marte! La dea dell’amore ed il dio della guerra, i due principi base della condizione umana: erano là, personificati in un unico individuo, CAIO GIULIO CESARE.

§ 6: La carriera politica
Nel 60 a.C. , e con lui c’erano anche Licinio Crasso e Pompeo, con una decisione fuori della legge, si decide di cariche pubbliche ed assetto dello Stato romano per i tempi a venire. Era il convegno di Lucca. Crasso era spudoratamente ricco, e su di lui Cesare fece leva, per affermarsi politicamente. Cesare era di antichissima nobiltà, ma non aveva sostanze adeguate, quindi Crasso era l’appoggio giusto. Il terzo polo, Pompeo, era legato agli ambienti tradizionalisti, e presto ne sarebbe divenuto il campione. In base all’accordo Cesare ottenne il governatorato della Gallia Cisalpina, quella cioè al di qua delle Alpi. Quella al di là era ancora indipendente. A Pompeo toccò l’Iberia, mentre Crasso si occupò dell’oriente. Nel 53 a.C. morì a Carre, in Mesopotamia, in uno scontro con i parti (persiani). Cesare si occupò della Gallia, avendo nella mente un preciso disegno.

§ 7: Il progetto di Cesare
Cesare aveva in mente un piano: partire dalla Gallia padana ed allargare il dominio romano all’intera Gallia. Obiettivi: dotarsi di un esercito addestrato e fedele; mandare a Roma un fiume di ricchezze, così da divenire l’uomo più popolare della Città; acquisire egli stesso denaro e mezzi per l’ulteriore passo, quello che lo avrebbe portato al dominio su Roma, e quindi sul mondo. E gli obiettivi furono centrati tutt’e tre: il suo acume tattico, l’intervento personale e determinante in alcune situazioni militari difficili (era alto 1.80 – cosa rara per Roma ed in quei tempi, forte fisicamente, ed abile nelle armi – con il suo arrivo rovesciava le sorti di un combattimento: entusiasmo nei suoi e terrore nei nemici!); abilissimo nella diplomazia, determinato nelle decisioni fino alla ferocia, era l’idolo dei suoi soldati, che l’avrebbero seguito in capo al mondo; e divenne l’idolo anche della plebs romana, con il fiume di ricchezze che fece arrivare a Roma; e ricco ormai di suo senza più problemi. La Gallia fu profondamente romanizzata, e Cesare si preoccupò anche della sicurezza della nuova provincia: fece una parata navale ammonitrice nell’isola britannica e attraversò il Reno, dopo aver costruito un ponte in quattro e quattr’otto, massacrando diverse migliaia di germani, perché si convincessero a non passare più il fiume, a fare razzie in un territorio divenuto ormai Roma. Roma politicamente si spaccò in due: i populares con Cesare, gli optimates (conservatori) con Pompeo. Ormai si andava allo scontro armato diretto e decisivo.

§ 8: Farsalo
E scontro fu, a Farsalo, nella Grecia centrale: vinse Cesare e non era previsto. Pompeo scappò in Egitto, presso Tolomeo XIII, faraone ragazzino, con cui aveva rapporti di ospitalità. Mal consigliato, il faraone fece uccidere Pompeo, e, quando Cesare arrivò, gli fece trovare in dono la testa dell’avversario su un piatto d’argento. La cosa scandalizzò ed irritò il divo Giulio (non era ancora Andreotti): come ti sei permesso di uccidere e mutilare un romano, così valoroso poi? Cesare detronizzò Tolomeo, e sul trono pose la di lui sorella Cleopatra: era già in atto la tresca da cui nacque Cesarione. Mentre era in Egitto, Cesare fece una capatina nel Ponto (Mar Nero), e sconfisse il re Farnace II, mandando a Roma un messaggino: “Veni vidi vici” (sono venuto, ho visto e vinto. Stop!) Era il 47 a.C. e Cesare tornò a Roma, assumendo il titolo di dittatore, ma rifiutando più volte la corona della monarchia, inconciliabilmente invisa ai romani. Alle idi di marzo (15 marzo) del 44 una congiura di giovani idealisti gli diede la morte con 23 pugnalate.

§ 9: un genio
A mio insindacabile – si fa per scherzare! – giudizio, Cesare è stato il personaggio di maggiore spessore di Roma, come dire del mondo antico, ma io direi della Storia. Eccellente in tutto ciò che ha fatto: a) generale invincibile ed invitto; b) uomo politico lungimirante come nessun altro mai; c) ha revisionato il calendario, che è tuttora in uso in zone a religione ortodossa, ed è alla base del nostro, con l’introduzione dell’anno bisestile; d) incaricò quattro saggi greci per un atlante geografico aggiornato. Insomma un uomo di molteplici interessi e capacità, al massimo livello in ogni ambito. Mai che io sappia c’è stato un uomo capace di tanto. Al punto che Dante di lui nel Paradiso dice: “E saltò il Rubicon, e fu di tal volo,/ che nol seguiteria lingua né penna.”. E’ impossibile seguirne le decisioni e descriverle sia oralmente che per iscritto.

§ 10: Latino classico
Eccelle anche nell’uso della lingua: quando si parla di latino classico, il riferimento immediato è a Cicerone o a Cesare. Faccio un esempio: “Compiute queste faccende, lasciato Labieno sul continente con tre legioni e duemila cavalieri, affinché sorvegliasse i porti e provvedesse al rifornimento granario, e venisse a conoscere quello che accadeva in Gallia, e prendesse decisioni secondo il momento e le necessità, Cesare con cinque legioni ed un pari numero di cavalieri, che aveva lasciato sul continente, verso il tramonto SALPO’”. (De bello gallico, V, 8. L’esempio l’ho preso dal delizioso ed interessante volume di Nicola Gardini “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile. Pag. 63-64, edito da la Repubblica). A rileggere il passo con attenzione, si coglie la struttura geometrica, piramidale del modo di esprimersi in latino classico: un concetto su tutti (SALPO’), e poi una concatenazione di frasi subordinate, quindi secondarie, ma che danno conto minuziosamente di tutti gli elementi accessori, importanti e quindi da conoscere, ma l’obiettivo del racconto è quel SALPO’. Una lingua matematica, che spiega il perché di ROMA. Il grande matematico del secolo passato, Lucio Lombardo Radice, sosteneva che tra tutte le lingue, passate ed attuali, quella che più si accosta alla ferrea logica dell’informatica è il LATINO. Come dire che i romani si muovevano con il computer in un mondo con il pallottoliere. Una lingua che è lo specchio di una logica ferrea, che affrancava i romani dalla scienza teorica: osservazione e ragionamento, manifestati con una lingua che è un personal computer. Volete alzare una costruzione che duri secoli? Lasciate da parte anche il miglior cemento (dopo cento anni si degrada, se va bene), ed usate la malta romana (calce viva e pozzolana con rinforzo di breccia e scaglie di marmo): erigerete un edificio indistruttibile dal tempo, come gli acquedotti, il Pantheon, il Colosseo, la Curia nel foro.

Nelle sue opere non utilizza mai la prima persona, ma dice “Cesare fece, Cesare decise etc…”. Ci sono diverse spiegazioni, ma a me piace questa: aveva un chiaro sentimento della propria superiorità, corroborata dalla consuetudine con la filosofia epicurea, che lo portava ad un sereno distacco dalla meschinità del resto dell’umanità, e quasi si osserva dall’esterno, mentre domina avversari e mondo.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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