RELIGIO INSTRUMENTUM REGNI

Al centro del Peloponneso, verso nord e non lontano dal santuario di Olimpia, c’è una città, il cui nome è Megalopoli. E’ la città in cui nell’anno 202 a.C. nasce Polibio, il futuro storiografo. Per una singolare combinazione costui, che, benché greco, diverrà uno dei più importanti testimoni della grandezza di Roma, ti va a nascere proprio nell’anno in cui Roma risolve a suo favore la seconda, lunghissima (16 anni ininterrotti), sanguinosa e terribile guerra punica, la guerra di Annibale. Presso Zama, infatti, Publio Cornelio Scipione, detto poi per la vittoria l’Africano Maggiore (cioè venuto prima nel tempo), sconfigge nella piana di Naraggara Annibale Barca, l’invincibile. Polibio poi sarà il più importante ed informato storiografo delle guerre puniche. Ma come mai?

Megalopoli, la sua patria, era parte di rilievo in una lega di città greche (allora la Lega non arraffava 49 milioni, pagabili in comode rate di ottanta anni), ed il nome della lega era Lega Achea. Ma non era l’unica lega esistente in Grecia (pensa un pò come stavano messi!): esisteva anche la Lega Etolica, un’aggregazione di città sorta contro i tentativi egemonici sulla Grecia da parte del re di Macedonia, Filippo V, discendente di Alessandro Magno. Questo re, mentre Annibale imperversava in Italia (qualcuno ha calcolato che per lui ci sono stati più morti che nella prima guerra mondiale in Italia), pensò bene di incoraggiarlo, sostenerlo, aizzarlo contro Roma. Come mai? C’è da ipotizzare che Roma gli desse più pensieri che non Cartagine. Se la supposizione è esatta, allora c’è da dire che s’è comportato in maniera insensata: se tu giudichi Roma più pericolosa di Cartagine, a fartela nemica c’è il rischio che ti presenterà il conto, ove mai la spuntasse contro Annibale. Filippo V avrebbe fatto meglio a restare neutrale e ad attendere gli eventi, onde poi regolarsi.

I greci della Lega Etolica, dunque, sono in frizione continua con il macedone, avvengono anche scontri armati, in cui Filippo V è sempre vincitore. Allora gli etolici si rivolgono a Roma, perché li aiuti nella guerra contro i macedoni. Ed a Roma non si aspettava altro, per fare i conti con Filippo V. Anche perché l’aver battuto Cartagine determina in Roma lo sprigionarsi delle energie delle categorie sociali ed economiche votate alla ricchezza mercantile, che nella famiglia Scipione avevano la punta di diamante, Scipione, il vincitore del terrificante Annibale. “Annibale è alle porte!”, era stato il grido di terrore, e tale rimase per secoli a Roma. Ebbene Scipione l’aveva allontanato, una volta e per tutte, aveva vinto un nemico per cui Roma avrebbe potuto morire. Che si seguano, dunque, le idee politiche degli Scipioni. E gli Scipioni guardano all’oriente con luccichio negli occhi. E, sulla strada dell’oriente, la prima regione è la Grecia. Dunque, invitati dagli etolici, non gli sembra vero, e rispondono che sì, Roma li proteggerà contro quel mascalzone di Filippo V, sostenitore di Annibale.

E la Lega Achea, di cui fa parte Megalopoli, patria di Polibio? La Lega Achea non vuole immischiarsi, proclama la propria neutralità. Ma ai romani non basta. Qualche settimana fa ho trattato un passo di Tucidide, in cui si narra la vicenda degli abitanti dell’isola di Milo: gli ateniesi, che erano in guerra contro Sparta, pretendevano che i mili, benché coloni di Sparta, si alleassero con loro. Invano gli isolani garantivano la neutralità ed il loro diritto a praticarla: o con noi, o contro. Fatto sta che gli ateniesi occuparono l’isola, uccisero tutti gli isolani maschi, e fecero schiavi donne e bambini. I romani si trovano di fronte allo stesso atteggiamento da parte della Lega Achea. Ma, diversamente dagli ateniesi, adottano un altro sistema, per garantirsi la neutralità di quelle città, un sistema incomparabilmente più saggio ed intelligente, non per niente parlavano latino, la lingua logica per eccellenza: si fecero consegnare mille ostaggi, ma mica i barboni, bensì i figli delle famiglie più importanti delle singole città, garantendo loro un trattamento con i guanti, se gli achei non si fossero immischiati nella guerra tra Roma e macedoni. E li distribuirono un pò per tutta l’Italia. Polibio finì tra i mille ostaggi, e la famiglia Scipione se lo portò a Roma, e lo fece precettore dei propri figli. Tra questi anche Publio Cornelio Scipione Emiliano, figlio del console Paolo Emilio, caduto in guerra, ed adottivo del figlio dell’Africano. E, come succedeva a Roma, il figlio adottivo prendeva l’intera onomastica del padre adottante, ed il nome di famiglia di origine diveniva un aggettivo, da Emilio ad Emiliano. Vedi anche Augusto, figlio adottivo di Cesare: Caio Giulio Cesare Ottaviano, essendo in origine Ottavio. L’Emiliano poi distruggerà Cartagine (146 a.C.), divenendo l’Africano Minore in quanto venuto dopo l’altro, e Polibio sarà con lui sul posto, e ci racconta che il console romano, mentre i suoi soldati radevano al suolo la gloriosa nemica, si mise a piangere. E Polibio gli chiese ragione di quelle lacrime: “Era una grande e gloriosa città. E guardate la fine che sta facendo. Piango al solo pensiero che a Roma un giorno potrebbe toccare la stessa sorte. Probabilmente non ci sarò, ed allora piango ora per allora.”. E l’Emiliano apriva la sua casa ai migliori ingegni del tempo, sia greci che romani (oltre a Polibio, anche Panezio, Posidonio, i filosofi più in vista nel tempo; ed Ennio, il fondatore della letteratura successiva, e Lucilio, e Terenzio e…..). Era il Circolo filellenico degli Scipioni, portatori di una cultura, quella greca, la più idonea a sostenere il disegno politico mercantile ed espansionistico di diverse famiglie eminenti a Roma: con la cultura modificare il costume, e renderlo omogeneo con un certo tipo di vita, che nella ricchezza mercantile aveva il suo fondamento. Vero, sinistra italiana, che hai dato per scontata una certa cultura in un Paese che dal 1948 in poi per una buona metà, più o meno, vota moderato, se non decisamente a destra?

Polibio ebbe modo di conoscere le più importanti famiglie di Roma, di frequentarne i personaggi più autorevoli, di consultare archivi pubblici e memorie familiari, di interpellare di persona i protagonisti della storia mondiale: si apprestava a scrivere la “Storia dei romani”, ed il suo metodo storiografico prevedeva la narrazione dei FATTI (in greco pràgmata), quindi elaborare un trattato di storia pragmatica. I fatti prima di tutto, poi, secondaria, la forma.

Quindi la Storia già scritta da altri, da verificare e casomai confutare (come nel caso di Timeo, storiografo greco di Sicilia), i documenti, le testimonianze dei protagonisti e dei testimoni, la visita nei luoghi degli eventi. Tutto questo lavorio di ricerca lo porta alla elaborazione di una sua famosa teoria, che potremmo accostare ai corsi e ricorsi del Vico: l’eterno ritorno dei sistemi di governo. Questo lo schema: una comunità, per svariate ragioni, si organizza in un sistema monarchico, la cui bontà dipende dall’agire del re. Buono il re, buono la vita degli uomini. E’ la forma pura del potere monocratico. Ma, se il re diventa cattivo, o gli succede un erede cattivo, ecco che il giocattolo si guasta, e la monarchia si trasforma da forma pura nella sua degenerazione, la tirannide. Ma la violenza del tiranno porta all’inevitabile rivoluzione, capeggiata dai migliori, gli àristoi. E’ la seconda forma pura. Finché c’è l’imperio della legge, va tutto bene, ma poi l’ingordigia e l’arroganza fanno scivolare l’aristocrazia nella forma degenerata della oligarchia. Violenza ed ingiustizia come con il tiranno, quindi la rivoluzione, condotta dal demos, la classe maggioritaria numericamente: è la democrazia, governata dal nomos, la legge, la parte giusta pertinente ad ognuno. Ma il demos, in preda all’orgia del potere, trasforma la democrazia in oclocrazia (noi diremmo anarchia, nell’accezione peggiore), potere della folla scatenata e prepotente, dove ci si convince che uno vale uno anche al di sopra della legge. Il caos che ne discende provoca l’esigenza di ordine, e si cerca l’uomo d’ordine, quello che rimetterà le cose a posto. E questi diventa re, e si ricomincia il circuito. Polibio elabora questa tesi, sulla scorta della storia greca: perché – si domanda – città anche potenti, come Atene Sparta Siracusa Tebe Corinto non hanno mai avuto la capacità di crearsi un solido impero? E la causa la individua in questa irrimediabile precarietà ed instabilità politica.

Roma invece ci riesce. Perché? Perché i romani hanno avuto l’a capacità e l’intelligenza di creare un sistema, capace di contemplare la coesistenza delle tre forme pure: i magistrati hanno un potere assimilabile a quello del monarca, il senato corrisponde al potere aristocratico, ed i comizi (assemblee) plebei incarnano il potere democratico. In questo sistema triangolare si realizza – secondo Polibio – l’equilibrio delle tre forme pure, ed è di fatto impedito lo scadere nelle forme degenerative dei singoli sistemi. Il triangolo a Polibio appare perfetto.

Nel libro VI, capitolo 56, paragrafi 6-11, dice: “A mio giudizio il sistema romano manifesta la propria superiorità rispetto agli altri nel ruolo della religione. E quello che presso altri popoli (=pensa ai greci ed al pensiero laico e razionalista) è sottovalutato, questo, cioè la religione, dà compattezza alla realtà dei romani. Mi sto riferendo alla devozione verso la divinità, che raggiunge livelli che rasentano l’eccesso sia per la vita privata che per quella pubblica .Immagino che questo desti stupore. Invece a me pare che questo modo di fare sia pensato a proposito delle masse per la seguente ragione. Se infatti la vita comune fosse condotta da uomini saggi, allora tutto questo apparato non sarebbe necessario. Poiché invece le masse sono volubili e piene di desideri smodati, di reazioni illogiche, di animosità violenta, l’unica soluzione è trattenerle con paure oscure e con cerimonie teatrali.”. Insomma il rosario brandito come una spada, il crocefisso agitato come da spiritati esorcisti, il presepe assunto come simbolo di identità. Simboli di un credo di fratellanza, usurpati da una religione pagana, impaurita ad arte e pericolosa, quindi contraddittoria in termini.

Anche lo schema di Polibio ha una grave pecca: è perfetto. Non sembri un paradosso, ma cito Churchill: “La democrazia è un sistema imperfetto, ma non ne conosco uno migliore.”. La perfettibilità senza fine è omogenea all’essere umano, destinato a modificarsi di continuo, la perfezione è un non senso. E, ancor vivo Polibio, il sistema romano emise i primi sinistri scricchiolii: Tiberio Gracco, tribuno della plebe, fu ucciso a colpi di sgabello per mano di Scipione Nasica. Tiberio era figlio di Cornelia, a sua volta figlia dell’Africano Maggiore, e moriva per mano di uno del sua clan familiare. Ma la lotta politica a Roma iniziava a prendere la piega sbagliata: cominciava un secolo abbondante di lotte civili, il cui denominatore comune era l’ambizione personale. E tra popolo e classe dirigente iniziò a formarsi il solco fatale.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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