Festa rivoluzione cinese che non c’è piu’

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In Cina è in atto una rivoluzione. Un cambiamento non violento, ma radicale. Sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale e politico.

Lo conferma anche la decisione delle autorità di non celebrare con i consueti sfarzi la ricorrenza del 16 Maggio. Proprio questo giorno, cinquant’anni fa, nel 1966, ebbe inizio la Rivoluzione culturale cinese. “Il decennio perduto”, come è chiamato in Cina. Un periodo che segnò per sempre la vita di centinaia di milioni di persone.

Un evento così importante nella storia dell’ultimo secolo della Cina che, il fatto stesso di aver dato il via ai “festeggiamenti” con una blanda quanto anonima circolare, è già di per se significativo.

A mezzo secolo dalla Rivoluzione comunista di Mao, in molti sembrano ricordare più gli effetti negativi che quelli positivi di quel periodo. Oggi tutti concordano con il fatto che Mao impose la pace con la violenza. La legge era il “Libretto rosso” coi pensieri di Mao, il “Grande Timoniere”. Un testo che non mancava mai nelle tasche delle “Guardie rosse”, quelle che vennero mandate in scuole e università ad aggredire i “quattro vecchiumi”: la vecchie idee, i vecchi costumi, le vecchie abitudini e la vecchia cultura. Scuole, chiese, templi e molti centri di cultura vennero chiusi. E in quegli anni, aggressioni e violenze non furono molto diverse da quelle che si erano avute durante il fascismo o il nazismo o le tante dittature che hanno lasciato un segno negativo nella storia.

A presentarlo in modo diverso agli occhi dell’Occidente furono, probabilmente, le fasce intellettuali di sinistra che non mancarono di elogiare le decisioni del Grande Timoniere. Era la dimostrazione che quel modo di gestire la cosa comune così diverso da quanto stava accadendo in Europa era possibile e in molti paesi fiorirono gruppi maoisti. Già pochi anni dopo, però, nel 1969, fu chiaro a tutti che la Rivoluzione culturale si era trasformata in un “terrore rosso” ed era ormai fuori controllo. A rendersene conto fu lo stesso Mao che capì come l’Esercito di liberazione popolare aveva accentrato il potere in modo autoritario di stampo militare.

Alla morte di Mao, il partito decise che bisognava conservare agli occhi di tutti (interni ed esterni) l’immagine di perfezione che per decenni è stata simbolo del comunismo cinese. Per questo scaricò le colpe dei cambiamenti in atto sulla “Banda dei quattro” (la vedova di Mao Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen): un tentativo di salvare la reputazione del Grande Timoniere, utile per continuare ad esercitare pressioni e ad avere il consenso di una gran parte del popolo.

La rivoluzione era fallita, ma nessuno doveva rendersene conto. Nessuno doveva saperlo. Lo dimostra il fatto che,in poco tempo, tornarono al potere le stesse persone che erano state epurate da Mao. Primo fra tutti Deng Xiaoping: fu lui che avviò le riforme di stampo capitalistico ma “col volto cinese” che hanno portato la Cina ad essere quella che è oggi. Negli anni Ottanta, Deng Xiaoping fece di tutto per nascondere gli errori (e le stragi) di Mao dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese.

Solo nel 1981, il Comitato Centrale ammise che, su “certe questioni della storia del Partito”, la Rivoluzione culturale era stata ”un fallimento”.

Nei giorni scorsi, per celebrare la ricorrenza si è tenuto uno show (in verità alquanto blando) nel quale sono stati cantati inni rossi nella Grande Sala del Popolo. A questi eventi però hanno fatto contorno, sulla stampa ufficiale, alcuni articoli dai contenuti chiari: “La Rivoluzione Culturale non tornerà”.

La Cina “sta affrontando un momento difficile perché Xi Jinping sta riportando in vita molte norme dell’era di Mao, come il culto della personalità e la concentrazione di potere nelle mani di una sola persona”. Le differenze, tra allora e oggi, sono molte, ma i rischi del sistema permangono. Non sorprende dato che Xi Jinping è erede dei contrasti che caratterizzarono quel decennio: suo padre fu tra gli epurati e lui, allora studente, venne mandato in campagna per “rieducarsi”. “Xi sta alimentando la fiamma del nazionalismo per mantenere al potere il partito e se stesso”. I cambiamenti economici e sociali hanno avuto un peso non indifferente anche sulla politica.

Sono in molti a ritenere che, a cinquanta anni dall’inizio del movimento e a quaranta dalla morte di Mao Zedong, “non c’è lo spazio economico e politico per la Rivoluzione Culturale” e che quel periodo è ormai solo un ricordo del passato. Le condizioni geopolitiche di mezzo secolo fa erano completamente diverse da quelle di oggi: “Nel 1966, la Cina era isolata dal resto del mondo – ha confermato Willy Wo-lap Lam, politologo della Chinese University di Hong Kong – Oggi, deve aumentare il commercio con l’Occidente per riuscire a mantenere almeno un 6% di crescita”.

Oggi la Cina non è più, come durante la Rivoluzione, un paese isolato che aspira ad essere autosufficiente in tutto. Si è passati ad un’economia basata sui rapporti commerciali e sugli scambi con il resto del pianeta: la Cina non può vivere senza vendere i propri prodotti all’estero e, per farlo, ha bisogno delle materie prime e del know how fornito da molti altri paesi.

L’unica cosa che è rimasta è il modo di presentarsi al popolo: per raggiungere il maggior consenso popolare possibile, il linguaggio adottato dal presidente è ancora quello che usava Mao.

La Cina non è più un paese comunista: è un’economia globale come altre, legata, anzi schiavizzata, dalla finanza e dai numeri. Numeri che sono importanti quanto lo erano ai tempi di Mao: allora erano i numeri delle persone, dei cinesi. Ora sono altri: quelli delle vendite di prodotti che hanno reso il paese uno dei maggiori mercati globali.

C.Alessandro Mauceri


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In Cina è in atto una rivoluzione. Un cambiamento non violento, ma radicale. Sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale e politico.

Lo conferma anche la decisione delle autorità di non celebrare con i consueti sfarzi la ricorrenza del 16 Maggio. Proprio questo giorno, cinquant’anni fa, nel 1966, ebbe inizio la Rivoluzione culturale cinese. “Il decennio perduto”, come è chiamato in Cina. Un periodo che segnò per sempre la vita di centinaia di milioni di persone.

Un evento così importante nella storia dell’ultimo secolo della Cina che, il fatto stesso di aver dato il via ai “festeggiamenti” con una blanda quanto anonima circolare, è già di per se significativo.

A mezzo secolo dalla Rivoluzione comunista di Mao, in molti sembrano ricordare più gli effetti negativi che quelli positivi di quel periodo. Oggi tutti concordano con il fatto che Mao impose la pace con la violenza. La legge era il “Libretto rosso” coi pensieri di Mao, il “Grande Timoniere”. Un testo che non mancava mai nelle tasche delle “Guardie rosse”, quelle che vennero mandate in scuole e università ad aggredire i “quattro vecchiumi”: la vecchie idee, i vecchi costumi, le vecchie abitudini e la vecchia cultura. Scuole, chiese, templi e molti centri di cultura vennero chiusi. E in quegli anni, aggressioni e violenze non furono molto diverse da quelle che si erano avute durante il fascismo o il nazismo o le tante dittature che hanno lasciato un segno negativo nella storia.

A presentarlo in modo diverso agli occhi dell’Occidente furono, probabilmente, le fasce intellettuali di sinistra che non mancarono di elogiare le decisioni del Grande Timoniere. Era la dimostrazione che quel modo di gestire la cosa comune così diverso da quanto stava accadendo in Europa era possibile e in molti paesi fiorirono gruppi maoisti. Già pochi anni dopo, però, nel 1969, fu chiaro a tutti che la Rivoluzione culturale si era trasformata in un “terrore rosso” ed era ormai fuori controllo. A rendersene conto fu lo stesso Mao che capì come l’Esercito di liberazione popolare aveva accentrato il potere in modo autoritario di stampo militare.

Alla morte di Mao, il partito decise che bisognava conservare agli occhi di tutti (interni ed esterni) l’immagine di perfezione che per decenni è stata simbolo del comunismo cinese. Per questo scaricò le colpe dei cambiamenti in atto sulla “Banda dei quattro” (la vedova di Mao Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen): un tentativo di salvare la reputazione del Grande Timoniere, utile per continuare ad esercitare pressioni e ad avere il consenso di una gran parte del popolo.

La rivoluzione era fallita, ma nessuno doveva rendersene conto. Nessuno doveva saperlo. Lo dimostra il fatto che,in poco tempo, tornarono al potere le stesse persone che erano state epurate da Mao. Primo fra tutti Deng Xiaoping: fu lui che avviò le riforme di stampo capitalistico ma “col volto cinese” che hanno portato la Cina ad essere quella che è oggi. Negli anni Ottanta, Deng Xiaoping fece di tutto per nascondere gli errori (e le stragi) di Mao dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese.

Solo nel 1981, il Comitato Centrale ammise che, su “certe questioni della storia del Partito”, la Rivoluzione culturale era stata ”un fallimento”.

Nei giorni scorsi, per celebrare la ricorrenza si è tenuto uno show (in verità alquanto blando) nel quale sono stati cantati inni rossi nella Grande Sala del Popolo. A questi eventi però hanno fatto contorno, sulla stampa ufficiale, alcuni articoli dai contenuti chiari: “La Rivoluzione Culturale non tornerà”.

La Cina “sta affrontando un momento difficile perché Xi Jinping sta riportando in vita molte norme dell’era di Mao, come il culto della personalità e la concentrazione di potere nelle mani di una sola persona”. Le differenze, tra allora e oggi, sono molte, ma i rischi del sistema permangono. Non sorprende dato che Xi Jinping è erede dei contrasti che caratterizzarono quel decennio: suo padre fu tra gli epurati e lui, allora studente, venne mandato in campagna per “rieducarsi”. “Xi sta alimentando la fiamma del nazionalismo per mantenere al potere il partito e se stesso”. I cambiamenti economici e sociali hanno avuto un peso non indifferente anche sulla politica.

Sono in molti a ritenere che, a cinquanta anni dall’inizio del movimento e a quaranta dalla morte di Mao Zedong, “non c’è lo spazio economico e politico per la Rivoluzione Culturale” e che quel periodo è ormai solo un ricordo del passato. Le condizioni geopolitiche di mezzo secolo fa erano completamente diverse da quelle di oggi: “Nel 1966, la Cina era isolata dal resto del mondo – ha confermato Willy Wo-lap Lam, politologo della Chinese University di Hong Kong – Oggi, deve aumentare il commercio con l’Occidente per riuscire a mantenere almeno un 6% di crescita”.

Oggi la Cina non è più, come durante la Rivoluzione, un paese isolato che aspira ad essere autosufficiente in tutto. Si è passati ad un’economia basata sui rapporti commerciali e sugli scambi con il resto del pianeta: la Cina non può vivere senza vendere i propri prodotti all’estero e, per farlo, ha bisogno delle materie prime e del know how fornito da molti altri paesi.

L’unica cosa che è rimasta è il modo di presentarsi al popolo: per raggiungere il maggior consenso popolare possibile, il linguaggio adottato dal presidente è ancora quello che usava Mao.

La Cina non è più un paese comunista: è un’economia globale come altre, legata, anzi schiavizzata, dalla finanza e dai numeri. Numeri che sono importanti quanto lo erano ai tempi di Mao: allora erano i numeri delle persone, dei cinesi. Ora sono altri: quelli delle vendite di prodotti che hanno reso il paese uno dei maggiori mercati globali.

C.Alessandro Mauceri


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