Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz

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Scrissi questa recensione nel lontano 1982.
La riprendo oggi – con qualche aggiornamento – a gentile richiesta
L’Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Lignitz (Adelphi, Milano, 1989) è un libro affascinante e di grande intelligenza, nel quale – in meno di 100 pagine – l’apologetico ripercorrere i punti salienti dell’esistenza di un immaginario generale prussiano consente all’Autore di fornirci uno splendido quanto lucidissimo quadro del mutare della natura del conflitto nel periodo che va dallo scoppio della Rivoluzione francese alla conclusione dell’avventura napoleonica.
L’Autore – Jean-Jacques Langendorf, un attento studioso del pensiero clausewitziano, che di recente ha dato alle stampe un saggio magistrale sul pensiero militare prussiano (La pensée militaire prussienne. Etudes de Frédéric le Grand à Schlieffen, Economica, Paris, 2012) – ha scelto la forma romanzata per dare incisività alla sua opera ed è pienamente riuscito nel suo intento, tanta è la facilità con cui si legge il suo libro e – soprattutto – tanto è chiaro il quadro che ne viene fuori. Ma procediamo con ordine.
       August-Wilhelm von Lignitz, di nobile famiglia, crebbe all’ombra dell’assolutismo prussiano. Entrato, come tanti suoi coetanei, in una scuola di cadetti, provò subito – a differenza dei suoi compagni – uno spiccato disgusto per “i misteri dell’ordine lineare, le durezze della Dressur, la puerilità delle esercitazioni tattiche…” (p. 16) e si convinse che “il valore di un esercito scaturi[va] non tanto dalla sua disciplina, intesa in senso meccanico, quanto piuttosto dall’intimo consenso dei soldati che lo compon[evano]” (p. 16).
       Ostile alla meccanicità dell’addestramento militare prussiano, von Lignitz – spirito attento – non perdeva occasione per valutare la validità degli insegnamenti tattici che gli venivano impartiti in conformità alla grande tradizione federiciana. In particolare, quando si fece ricorso ai cadetti della sua scuola militare per porre fine alle malefatte di una banda di briganti che infestavano la zona, egli – incaricato di comandare un distaccamento di 50 colleghi – partecipò all’elaborazione del piano d’azione, perfetto nella sua classicità di manovra. Il giorno successivo, quando si giunse a contatto con il nemico,“l’automatismo della Dressur scattò. Von Lignitz urlò gli ordini imposti dal regolamento. Abbandonando i cavalli, i cadetti misero piede a terra, si raggrupparono secondo il complicato accademismo dell’ordine lineare e marciarono – fedeli ai termini del regolamento stesso – ‘diritti al fuoco’. Disgraziatamente, il fuoco era dappertutto…” (p. 24). In questa osservazione, tanto breve quanto penetrante, stava la chiave dell’esito disastroso dell’azione.
       “Von Lignitz non poté astenersi dal riflettere sull’accaduto ‘in profondità’. Dunque, ottocento uomini, di cui almeno quattrocento istruiti secondo il miglior metodo d’Europa… non avevano saputo venir a capo di trenta miserabili briganti! Costoro, non contenti di svignarsela, avevano inflitto pesanti perdite agli inseguitori. Von Lignitz avrebbe potuto fermarsi qui, limitandosi a scoprire nell’organizzazione tattica del tentativo… un qualunque banale vizio di forma che ne avrebbe giustificato e chiarito l’insuccesso” (p. 25). Ma il giovane cadetto non era tipo da accontentarsi di così poco. Studiato a fondo l’evento, giunse a conclusioni esplosive: “Anzitutto gli parve evidente che la rigidità dell’ordine lineare non potesse far fronte alla flessibilità e all’ordine sparso, e che la concentrazione di fuoco di quello era surclassata dalla possibilità di sorpresa e di dispersione di questi. In secondo luogo, egli discernette chiaramente – e tutto il valore dell’insegnamento tradizionale si sbriciolò di colpo – che il piano prestabilito nel quadro d’un ordine lineare o d’un ordine obliquo nulla poteva contro il fattore sorpresa imposto dall’avversario. In altri termini… egli scoperse che se uno degli avversari rifiuta di ammettere l’a priori dell’altro e lo costringe a manovrare secondo il suo proprio piano (ovvero sul suo terreno), fatalmente gli toccherà la vittoria. Da tale scoperta conseguiva l’assioma ‘che in guerra si è sempre in due’, essenziale rivelazione…” (p. 25) che la tradizione prussiana sembrava voler ignorare.
       Da quel momento, von Lignitz si pose in un atteggiamento di contestazione nei confronti della dottrina militare del suo tempo. In particolare, si dimostrò molto critico verso quella “razionalità guerresca” che i teorici del suo tempo invocavano ad ogni piè sospinto. Sulla base della Critica della ragion pura di Kant, von Lignitz comprese che “la ragione ha i suoi limiti proprio come la razionalità guerresca. Se la prima è impotente a cogliere l’in-sé della realtà – il “noùmeno”, per riprendere l’espressione del filosofo – la seconda è incapace di comprendere la realtà guerresca; il fatto di guerra non si lascia circoscrivere in alcun modo. Così, il segreto della vittoria non dipenderà mai dal ‘piano’, dal ‘metodo’, dal ‘sistema’ (come avevano creduto tutti i post-fridericiani), poiché l’avversario sfugge per definizione a ogni tentativo di delimitazione, non altrimenti da come il noumeno sfugge ad ogni tentativo di conoscenza. E’ vano tentare di capire la guerra com’è: tutt’al più, essa si lascia ridurre a un apparire talmente fluttuante che l’assunzione di un sistema non può avere alcuna presa su di esso” (p. 27 sg.). E la vicenda della vana caccia ai briganti si inquadrava perfettamente in questo contesto.
       Lo scoppio della rivoluzione in Francia fece vivere a von Lignitz la sua prima esperienza bellica. Da tempo egli “si chiedeva se una nuova dottrina, un entusiasmo nascente non fossero per imporre sul terreno la propria legge all’armata fredericiana” (p. 31) e, a Valmy, ebbe una chiara conferma dei suoi dubbi: “Nel momento in cui von Lignitz tentava di riportare la calma tra i suoi uomini” (p. 33 sg.), scossi dal fuoco francese, “il grido formidabile di ‘Viva la Nazione!’ , ripercuotendosi lungo tutto il fronte nemico, lo colpì in pieno petto. Dunque era lui ad aver ragione! La nuova dottrina trionfava , la guerra e la chiave della vittoria non erano più riducibili a un qualunque sistema. L’entusiasmo aveva la meglio su tutte le sapienti combinazioni dell’ordine lineare. L’entusiasmo! Von Lignitz l’aveva in pugno finalmente, il concetto tanto cercato! Ai soldati-macchine dello Stato Assoluto, la nazione rivoluzionaria opponeva degli straccioni, ma straccioni che lottavano per una causa e che possedevano la grande arma a venire di tutte le battaglie vittoriose, l’arma dell’Ordine e del Mondo nuovi: il sentimento di combattere per qualche cosa!” (p. 34).
       L’esperienza della battaglia di Valmy (1792) fu decisiva per von Lignitz. Da quel giorno, infatti, egli si rese conto del radicale mutamento sopravvenuto nella natura del conflitto e si preoccupò di farlo comprendere ai suoi compatrioti. Invano. La sua idea di un esercito non più emanazione del sovrano ma emanazione della nazione e – in futuro – esso stesso esercito-nazione, era troppo per una Prussia che si ostinava a considerare Valmy come una parentesi negativa e niente più.
       Costretto dal suo stesso isolamento a trasferirsi all’estero, von Lignitz approfittò della forzata inattività per gettare le basi di una sua personale teoria della guerra, esigenza che ormai da tempo sentiva come insopprimibile. In essa, egli sviluppò tre idee centrali: “In primo luogo una scienza della guerra non è possibile, e coloro che hanno voluto scorgere nelle vittorie fridericiane il frutto d’una conoscenza razionale hanno scambiato la loro ansia di teorizzare per la realtà.
       La guerra è il luogo stesso dell’instabile, dell’irrazionale, un ‘colpo di dadi’, un ‘giuoco’… Secondariamente: perché un esercito abbia qualche probabilità di conseguire la vittoria, occorrerebbe che all’automatismo della Dressur subentrasse l’entusiasmo, un entusiasmo alimentato dall’amor di patria, dalla volontà di grandi sacrifici, dalla terra germanica. Da ciò scaturiva che l’esercito dell’avvenire, poggiando sulle forze morali, non sarebbe potuto essere che nazionale e popolare. Infine il terzo punto, le future guerre avrebbero visto la fine degli scambi anodini, dei ‘duelli di principi’, miranti a costringere alla capitolazione alcune piazzeforti al fine d’ottenere una pace vantaggiosa. Esse sarebbero state brutali, impietose, avrebbero trascinato grandi masse umane, in una violenza totale che avrebbe mobilitato tutte le forze del paese e suggellato, in un comunione quasi mistica, l’unione del sangue e del suolo” (p. 50 sg.). In quanto al grande assioma della guerra moderna, esso avrebbe dovuto essere enunciato così: “semplicità, brutalità, rapidità” (p. 44).
       La tragica sconfitta di Jena (1806) parve a von Lignitz la migliore dimostrazione della validità delle sue teorie e ciò non fece che spronarlo ad un ulteriore approfondimento dei suoi studi: “La guerra si oppone ai sistemi. La guerra è il luogo geometrico dell’irrazionale e dello scatenarsi di forze brutali e violente. Chi fosse riuscito a captare quelle forze si sarebbe imposto come il signore della guerra. Le battaglie dell’avvenire avrebbero reclamato la totalità degli sforzi della nazione; si sarebbero visti eserciti giganteschi affrontare altri giganteschi eserciti. Allora, non si sarebbe più trattato di espugnare qualche piazzaforte, di prendere in garanzia dei territori, di mettere a sacco qualche provincia di frontiera. Si sarebbe trattato di colpire l’avversario politico proprio là dove risiede la sua forza fisica e morale: nell’esercito; l’annientamento di questo comportando la disgregazione di quello. (…).
       Ma questa guerra nuova, rigeneratrice e cosmica – giacché le fondamenta stesse dell’universo ne sarebbero state scosse – avrebbe trascinato nella sua scia sanguinosa centinaia di migliaia, forse milioni, di uomini. Bisognava dunque si alimentasse delle forze vive della nazione. L’esercito nuovo doveva essere l’esercito del popolo, l’esercito d’un popolo galvanizzato e rigenerato dall’entusiasmo patriottico, il quale, a sua volta avrebbe alimentato l’entusiasmo guerriero” (p. 65 sg.)
Né la sua applicazione teorica si limitò allo studio della guerra regolare, poiché, sulla spinta degli avvenimenti che stavano avendo luogo in quegli anni (1808-1812) in Spagna, egli rivolse la sua attenzione anche alla disamina di quella che chiamava la “guerra occulta” e che in realtà altro non era che la guerriglia. Al riguardo, egli scrisse parole di un’importanza estrema: “la nazione di domani avrà due eserciti. Il primo, organizzato, uniformato, diretto a regola d’arte, avrà come missione di difendere l’integrità del territorio nazionale. Ma, dopo Jena, noi sappiamo quali sventure minacciano spiegamenti di tale potenza e – per il fatto stesso di viverle quotidianamente – non ignoriamo nulla delle tragiche conseguenze che ne derivano. In previsione delle ore buie, ci converrà allestire un secondo esercito, l’esercito occulto, che attingerà la forza dal midollo vivo della nazione, tra i nostri contadini, tra quelli che, giorno dopo giorno, vedranno calpestati i loro campi e insozzate le loro fattorie. Questo esercito – e perché non dovremmo chiamarlo l’esercito del popolo? – immolerà il paese agli dei della guerra, al fine di trasformarlo in un braciere che consumerà il nemico” (p. 72).
(Il terribile spettacolo offerto dalla battaglia di Borodino (7 settembre 1812) – alla quale von Lignitz assisté personalmente – gli fece comprendere che “l’essenza della nuova guerra sarebbe consistita nel suo carattere di scontro totale, d’una incredibile brutalità. Non si tratterebbe più, come per il passato, di ‘scaramucciare’, ma di uccidersi l’un l’altro; non sarebbe più questione di occupare del terreno… ma di annientare la parte avversa. Tale massiccia distruzione non farebbe più al caso di un esercito di mercenari. Essa sarebbe espressione dell’intera nazione, e per ciò stesso la sua disfatta significherebbe la disfatta dell’intera nazione. In fondo, la nuova guerra si pone sotto il segno dell’unità. Stato, nazione ed esercito fanno tutt’uno: capi, soldati, popolazione sono legati dallo stesso ideale. I sentimenti e l’entusiasmo che li animano hanno definitivamente scalzato dal trono la ragione calcolatrice tanto cara ai fridericiani, ed ora li incitano alla più sbrigliata violenza. Eccole dunque le parole-chiave della nuova guerra: unità, violenza, entusiasmo. Mettiamoci anche la rapidità di manovra, l’impossibilità di qualsiasi valutazione sicura, l’azzardo e ciò che bisogna proprio risolversi a chiamare (con buona pace dei miei predecessori) lo ‘scatenarsi dell’irrazionale’, e avrete un quadro fedele di quello che ci attende” (p. 83).
Il libro si conclude con la morte di von Lignitz e con il tentativo di valutarne il ruolo nell’ambito della lotta della Prussia per la riconquista della sua indipendenza nazionale.
Che dire di questo piccolo quanto grandioso saggio di Langendorf? Le citazioni sulle quali ci siamo a lungo soffermati dovrebbero risultare più eloquenti – questa almeno la nostra speranza – di qualsiasi discorso, ma è evidente che, nella simbolica storia di von Lignitz e della sua opera, l’Autore ha inteso seguire il processo di evoluzione del fenomeno bellico da fatto rituale – in cui persino le tattiche erano ormai sottoposte a stanche ritualizzazioni – ad evento totale, che coinvolge tutto e tutti, e che su tutto e tutti ha influsso.
Lucida è in von Lignitz la comprensione della nuova natura della guerra, del suo ascendere verso forme assolute, della necessità di impegnarvi tutte le forze della nazione al fine di conseguire la vittoria, del suo mutare e articolarsi su differenti livelli che non possono essere trascurati, pena gravissime conseguenze. Non meno sentita, poi, è l’esigenza di ripensare il conflitto alla luce delle nuove, terribili forme che va assumendo: “La guerre de la liberté doit etre faite avec colère“, così diceva – il 17 giugno 1794 – Saint-Just al generale Jourdan e in questa frase, posta molto significativamente all’inizio del libro, sta una delle chiavi per comprendere il significato del libro stesso, la sua volontà di ripercorrere un itinerario – nella fattispecie uno assai simile a quello del grande teorico militare prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831) – che tanta parte ha avuto nella definizione della natura del fenomeno bellico.
Tuttavia, non c’è soltanto un’acuta riflessione sulle ragioni del passaggio dalla guerra rituale a quella totale e sulle implicazioni che tale sconvolgente salto di qualità ha comportato, poiché – come molto giustamente è scritto nelle brevi note di presentazione – “questo testo è anche un apologo corrosivo rivolto al presente, in quanto lo riconduce alla più delicata delle suture, che non si è mai chiusa, che forse non potrà mai chiudersi: quella fra gli squillanti proclami di Ordine, Ragione e Trasparenza lanciati dall’illuminismo e la replica di Caos, Oscurità e Azzardo che la storia cominciò a manifestare negli anni di Napoleone e del Romanticismo tedesco. Una replica che non si è mai più interrotta“.
Se ancora ce ne fosse bisogno, ecco una ragione di più per leggere questo affascinante libretto – al di là del timore o della diffidenza che un testo solo apparentemente militare potrebbe comunque suscitare (a torto) in taluni – in chiave puramente ed esclusivamente politica. Ma per sanare infine, come il testo stesso propone, una frattura oggi non più giustificabile, a nessun livello.

PIERO VISANI

http://derteufel50.blogspot.de/


 

Piero Visani
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Aosta, 25/07/1950 - Torino 12/04/2020 Articoli

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