Gli anni della belle époque che precedettero la prima guerra mondiale furono intensissimi. Lo sviluppo tecnologico trasformò radicalmente le strutture economiche, inaugurando la fase più matura del capitalismo industriale. La conflittualità sociale prima latente divenne aspra, manifesta e consapevole. Le masse inurbate si organizzarono per reagire allo sfruttamento, rivendicando diritti e tutele. Attraverso la progressiva estensione del diritto di voto, le classi dirigenti europee, per non essere travolte, ampliarono, non senza resistenze, le basi sociali dello stato liberale. La fede nel progresso, confermata dai ritrovati della scienza e della tecnologia capaci di migliorare la vita quotidiana e di creare nuove opportunità di sviluppo, nutrì in tutte le classi i sogni di un avvenire ancora più prospero, appena turbato dalla prospettiva di un nuovo conflitto europeo che i più immaginavano di portata limitata e di breve periodo come lo erano stati i conflitti europei dalla Restaurazione in poi.

La corsa agli armamenti che pure caratterizzò la belle époque, soprattutto nel primo decennio del ‘900, fu intesa dalle classi dominanti come uno stimolo allo sviluppo industriale e non come una minaccia agli assetti politico-sociali della vecchia Europa. Le critiche e le proteste animate dall’internazionalismo pacifista dei partiti socialisti furono soffocate in ogni paese dal nazionalismo nelle sua varie sfumature ed intensità e rimasero marginali ed ininfluenti.

Nonostante i moniti dei socialisti, peraltro non del tutto immuni dai richiami patriottici, la rivalità navale tra Inghilterra e Germania, il revanchismo francese, i sogni imperiali del Kaiser, gli sforzi della duplice monarchia danubiana di costituire attorno all’esercito il nucleo unificante di un impero multinazionale, le aspirazioni italiane a conquistarsi un posto tra le grandi potenze e portare a compimento il Risorgimento dirottarono in ciascun paese la maggior parte delle risorse pubbliche disponibili verso le spese militari.

In Italia, ad esempio, si spese moltissimo, anche se male. Dall’Unità sino alla vigilia della prima guerra mondiale le spese militari assorbirono una somma superiore al complesso di tutte le spese per l’amministrazione, la diplomazia, la giustizia, l’istruzione pubblica, le opere pubbliche e gli interventi statali nell’economia del paese. L’entità degli stanziamenti militari dell’Italia liberale non si discostò da quella delle principali potenze europee come la Francia e l’Austria-Ungheria, su cui oltre tutto pesava un debito pubblico più leggero. I tragici esordi dell’imperialismo italiano, culminati nella catastrofe di Adua del marzo 1896, comportarono per circa un decennio una contrazione dell’impegno finanziario per le forze armate, ma non distolsero la classe dirigente liberale dall’obiettivo di dotarsi di un esercito capace di interpretare una politica di grande potenza e di tenere testa agli altri eserciti europei.

L’ingente quantità di risorse finanziarie che tutti i governi europei destinarono alla preparazione di una guerra, che assunse dimensioni inaspettate ed inimmaginabili, fu ripartita tra numerose voci di spesa: il rinnovamento della flotta, delle artiglierie pesanti e leggere, l’edificazione di nuove fortificazioni ed il restauro di quelle vecchie, la predisposizioni di caserme, strutture logistiche ed apparati burocratici per la gestione di eserciti di massa, la sostituzione degli armamenti individuali. Le uniformi e gli equipaggiamenti individuali della truppa ottennero invece una attenzione tardiva e superficiale da parte degli stati maggiori e dei ministeri della guerra. Soltanto a ridosso del 1914 alcuni paesi operarono un ammodernamento delle uniformi da combattimento nell’ottica della praticità e del mimetismo. Altri paesi invece, come Francia, Germania e Belgio, affrontarono il primo anno di guerra con truppe dotate di uniformi di foggia ancora ottocentesca, seppur private di alcuni degli orpelli più appariscenti dell’età napoleonica.

L’intervento tardivo e parziale sugli equipaggiamenti individuali è significativo della difficoltà dei generali europei non solo di prevedere le nuove condizioni di guerra, l’imporsi della guerra di trincea sulla battaglia campale manovrata napoleonica, ma anche di trarre tutte le conseguenze della dotazione, completata in tutti i paesi nei primi anni del ‘900, di armi individuali a ripetizione, precise e letali anche a lunga distanza, capaci di sparare un proiettile con una velocità iniziale di circa 900 metri al secondo.

L’esercito francese nel 1886 fu il primo al mondo a sperimentare per il proprio fucile d’ordinanza una polvere da sparo che non emetteva fumo, messa a punto dal chimico Vieille e dal capitano Desaleux. Per secoli le armi da fuoco avevano tuonato sui campi di battaglia lanciando, oltre a proiettili più o meno micidiali, dense volute di fumo grigiastro, generato dall’unico propellente conosciuto: la polvere nera. Anche la più riparata posizione di tiro era presto svelata agli occhi del nemico dal fumo che accompagnava ogni sparo.

Con l’invenzione della polvere senza fumo, denominata poudre B, in onore del generale Boulanger, bellicoso ministro della Guerra, destinato a dominare per breve tempo la scena politica francese di fine secolo, iniziò un nuovo capitolo dell’arte militare non solo sotto il profilo tecnico, ma anche sotto quello tattico.

L’adozione della poudre B e del fucile Lebel, dal nome del generale che presiedette la commissione incaricata nel 1884 di rinnovare l’armamento della truppa, non si accompagnò tuttavia ad un ammodernamento dell’uniforme, che rimase sino al 1915 caratterizzata da vistosi calzoni rossi, cari alla tradizione militare, ma letali per i fanti che li indossavano sui campi di battaglia. Nel 1914 l’uniforme dei fanti francesi era identica a quella indossata dai loro nonni durante la guerra franco-prussiana del 1870. Oltre 40 anni di un progresso tecnologico senza precedenti e di colossali investimenti nelle spese militari avevano lasciato pressoché invariata la visibilità della truppa.

L’uniforme francese si componeva di un chepì semirigido con visiera in cuoio, blu, filettato in giallo per i cacciatori a piedi, rosso e blu per la fanteria di linea. In caso di pioggia era prevista l’applicazione di un apposito telino blu sul chepì rosso. La giacca, detta Vareuse, era blu ad un petto e con il collo alto, i calzoni potevano essere rosso acceso per la fanteria di linea o blu, filettati in giallo, per i cacciatori. Il cappotto, blu, era a doppio petto, a collo alto, con due file di luccicanti bottoni in ottone. Durante la marcia le falde del cappotto venivano rialzate e fissate a due apposite asole poste sui fianchi, permettendo così una maggiore comodità di movimenti, ma mettendo in mostra i larghi calzoni rossi che attiravano l’attenzione dei tiratori tedeschi. Infatti, non appena i fanti francesi ebbero il loro battesimo del fuoco abbandonarono i calzoni rossi per indossarne di blu, prima ancora che le autorità militari ideassero una nuova uniforme. Soltanto nell’aprile del 1915, dopo otto mesi di conflitto, iniziò ad essere distribuita l’uniforme in tessuto azzurrino smorto, bleu horizon, che migliorò nettamente le caratteristiche mimetiche della tenuta da combattimento.

Lo zaino era forse ancora più antiquato dell’uniforme del 1914, sia per forma e dimensioni, sia per il contenuto minuziosamente previsto dal regolamento. Lo zaino modello 1893, in tela nera, resa impermeabile dall’applicazione di uno specifico prodotto, aveva un sistema di attacchi e di regolazioni così complicato da richiedere spesso l’aiuto di un commilitone per poter essere indossato correttamente. Da regolamento, all’interno vi trovavano posto viveri, munizioni di riserva, effetti personali e biancheria, un paio di scarpe di ricambio, attrezzi da scavo ed altri utensili, una gavetta, un paio di recipienti, di cui uno da due litri, sacchetti di sale, zucchero e caffè. In ogni plotone era previsto che un soldato si accollasse anche il peso di un grosso macina caffè collettivo. A quanto pare lo stato maggiore si era sentito in dovere di imporre alla truppa il piacere di gustare un buon caffè appena macinato.

Anche per i più fortunati a cui non capitava in dote il macinino di plotone il peso dello zaino superava i trenta chili, a cui si dovevano aggiungere il fucile, circa quattro chili, la baionetta, il cinturone, le giberne, colme di munizioni e la borraccia.

La scelta francese, peraltro imitata, seppur con soluzioni più funzionali, anche da altri eserciti, di gravare il fante con oltre trenta chili di zaino al fine di renderlo autonomo è rivelatrice dell’incapacità degli stati maggiori di sviluppare un efficace servizio di sussistenza e persino di comprenderne l’importanza decisiva nel teatro di operazioni.

Complessa e laboriosa fu anche la sostituzione del chepì di panno che non offriva alcuna protezione al capo. La constatazione che erano sufficienti le più piccole schegge di granata o di pietrisco per mietere vittime tra le truppe allarmò lo stato maggiore francese che cercò frettolosamente di correre ai ripari.

Prima di giungere alla progettazione di un elmetto che coniugasse caratteristiche protettive e portabilità, la Direzione dell’Intendenza mise in produzione e distribuì alle truppe, a partire dalla primavera del 1915, una calotta metallica senza né imbottitura né aerazione, la cosiddetta “cervelliera”, da inserire nella fodera interna del chepì. Furono predisposte tre taglie approssimative: piccola, media e grande che si rivelarono subito piuttosto scomode ed inefficaci.

In una nota del Quartier generale francese del 6 aprile 1915 è contenuto un primo bilancio, tutt’altro che incoraggiante, sull’impiego delle “cervelliere”: “La calotta metallica è da troppo poco tempo in servizio per constatarne l’efficacia. E’ stato comunque dimostrato che presenta i seguenti inconvenienti: si applica con difficoltà al chepì, non copre sufficientemente il capo e richiede il continuo uso del soggolo del chepì. Delle leggere ferite per attrito si producono frequentemente sul cranio e sulle tempie; la calotta metallica dà inoltre una sudorazione costante”.

Mentre i fanti in trincea mal sopportavano la tortura imposta dalla “cervelliera”, l’Intendenza passò all’esame di alcuni progetti di elmo protettivo: uno proponeva la messa in produzione di un elmo simile a quello tradizionalmente indossato dai dragoni, realizzato però in acciaio, anziché in cuoio, con un peso superiore agli 850 grammi; un altro ipotizzava una forma molto meno appariscente, caratterizzata da un crestino appena accennato e da una visiera molto ampia, e l’impiego di una speciale lega di nichel ed alluminio, detta Inoxus, al fine di contenere il peso del copricapo entro i 600 grammi. Questi progetti furono giudicati meno convincenti di quello presentato dall’intendente generale colonnello Adrian, destinato a legare il suo nome ad uno degli elmetti più famosi della storia.

Nel maggio del 1915 il ministero della Guerra approvò la produzione dei primi esemplari ed affidò l’appalto a cinque fabbriche, incaricate di fornire nell’arco di pochi mesi una valida protezione al capo di oltre due milioni di francesi in uniforme. La fabbricazione dell’elmo partiva da un forglio di acciaio, di 33 cm di diametro ed i 0,77 mm di spessore, da cui si ricavava, con una lavorazione a freddo, la calotta, successivamente veniva fissato il caratteristico crestino, infine venivano montate la visiera ed il paranuca. L’elmo, del peso di circa 700 grammi, era rifinito con la verniciatura in “bleu horizon”, l’applicazione del fregio dell’arma, dell’imbottitura in pelle e del soggolo.

A partire dal secondo semestre del 1915, l’elmetto Adrian fu distribuito alle truppe, dimostrandosi una valida protezione almeno contro le schegge più piccole di shrapnel. Verso la fine del conflitto vennero prodotti anche altri modelli, rinforzati con piastre d’acciaio, si trattò però di modelli sperimentali che ebbero un impiego limitato.

Pur con i suoi limiti protettivi, l’elmo Adrian ottenne una grande successo e fu adottato, con la sola eccezione dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, da tutti gli eserciti dell’Intesa, tra cui anche quello italiano.

Nel maggio del 1915 le truppe italiane varcarono il Piave indossando moderne uniformi grigioverdi a collo alto, adottate sin dal 1909 in sostituzione della tradizionale giacca blu con pataloni azzurri e bande laterali con i colori del reggimento. Il grigioverde offriva indubbi vantaggi mimetici, ma il berretto, molto simile al chepì francese, lasciava il capo privo di ogni protezione. Alcuni reparti di cavalleria avevano in dotazione il tradizionale casco di cuoio, concepito per proteggere dai fendenti delle sciabole, e non certo dalle schegge.

Tra l’ottobre ed il novembre 1915, la Francia venne in aiuto dell’alleato italiano che poté iniziare a distribuire alle truppe i primi elmetti Adrian prodotti oltralpe nel caratteristico colore “bleu horizon”. In seguito, per uniformare la tinta dell’elmo al grigioverde della divisa furono ordinati ai produttori francesi esemplari di colore verde. Nel 1916 venne realizzata una variante tutta italiana dell’elmo Adrian, realizzata in due pezzi, anziché in quattro, dotata di speciali attacchi per l’applicazione dei piumetti da bersagliere e della nappina con la penna da alpino. Inoltre, a differenza dell’originale francese, il fregio italiano non era metallico, ma dipinto in nero.

Oltre all’elmetto Adrian, che con uno spessore di appena 0,77 mm non ofrriva alcuna vlaida protezione contro le pallottole, l’esercito italiano adottò, fin dal 1915, anche gli elmi e le corazze ideate dall’ingegner Farina per i guastatori incaricati di aprire varchi nei reticolati sotto il fuoco nemico. Gli elmetti del peso di oltre due chili erano di forma tonda con una cupola di acciaio leggero e una piastra verticale di varie dimensioni, costituita da quattro fogli di acciaio saldato, con uno spessore complessivo di 6 mm, a prova di proiettile. Tale piastra verticale poteva coprire sia la fronte che la nuca, a seconda di come l’elmo veniva indossato. All’interno non vi erano imbottiture, ma solo blocchetti di feltro o di cauciù, i guastatori erano costretti ad indossare camagli o cappucci di lana per sopportare meglio il peso dell’elmo. Verso la fine del 1915 furono prodotte varianti dell’elmo Farina che presentavano dei fori di aerazione nel punto di incontro tra la cupola e la piastra, senza tuttavia migliorare sensibilmente le caratteristiche di portabilità del copricapo. Le corazze e gli elmi Farina si rivelarono piuttosto ingombranti e non del tutto efficaci nel preservare la vita dei guastatori quando il fuoco nemico si concentrava su di loro. A partire dal 1916, si ritenne più opportuno privilegiare la celerità dei movimenti rispetto alla protezione e l’impiego di elmi e corazze antiproiettile divenne sporadico.

Emilio Lussu ci offre una vivida testimonianza sulle irragionevoli speranze che lo stato maggiore italiano ripose nelle corazze Farina e sulle tragiche delusioni che ne derivarono: “Una corvée portò in trincea diciotto corazze “Farina”. Io le vedevo per la prima volta. Queste differivano dalla corazza del mio maggiore, la quale, a scaglie di pesce, leggera, copriva solo il torso e l’addome. Le corazze “Farina” erano armature spesse, in due o tre pezzi, che cingevano il collo, gli omeri, e coprivano il corpo quasi fino alle ginocchia. Non dovevano pesare meno di cinquanta chili. Ad ogni corazza corrispondeva un elmo, anche’esso a grande spessore. Il generale era ritto, di fronte alle corazze. Dopo la fuggevole soddisfazione che gli avevano dato i primi colpi di cannone, s’era ricomposto immobile.

Ora parlava scientifico: – Queste sono le famose corazze “Farina” – ci spiegava il generale – che solo pocho conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono, in pieno giorno, azioni di una audacia estrema. Peccato che siano così poche! E sono nostre! Nostre! (…)

  • Io ho conosciuto le corazze “Farina” – spiegò il colonnello – e non ne ho conservato un buon ricordo. Ma forse queste sono migliori.

  • Certo, certo queste sono migliori – riprese il generale. – Con queste si passa dovunque. Gli austriaci ….

Il generale abassò la voce, sospettoso, e dette un’occhiata alle trincee nemiche, per accertarsi che non fosse sentito.

  • Gli austriaci hanno fatto spese enormi per carpirci il segreto. Ma non ci sono riusciti. Il capitano del Genio che è stato fucilato a Bologna, pare fosse venduto al nemico per queste corazze. Ma è stato fucilato a tempo. Signor colonnello, vuole avere la compiacenza di disporre che esca il reparto dei guastatori?

Il reparto dei guastatori era stato preparato il giorno prima ed attendeva d’essere impiegato. Erano volontari del reparto zappatori, comandati da un sergente, anch’egli volontario. In pochi minuti, furono in trincea, ciascuno con un paio di pinze. Essi indossarono le corazze in nostra presenza. Lo stesso generale si avvicinò a loro ed aiutò ad allacciare qualche fibbia.

  • Sembrano guerrieri medievali – osservò il generale.

Noi rimanemmo silenziosi. I volontari non sorridevano. Essi facevano in fretta e parevano decisi. Gli altri soldati in trincea li guardavano con diffidenza.

Io seguivo con ansia quanto avveniva. E pensavo alla corazza del maggiore a Monte Fior. Certamente, queste erano molto più solide e potevano offrire una più forte protezione. Ma che avrebbero infine concluso questi guastatori, anche se avessero potuto superare i reticolati ed arrivare alle trincee?

Accanto al cannone, praticammo un’altra breccia, nella trincea. Il sergente volontario salutò il generale. Questi rispose solenne, dritto sull’attenti, la mano rigidamente tesa all’elmetto. Il sergente uscì per primo; seguirono gli altri, lenti per il carico d’acciaio, sicuri di sé, ma curvi fino a terra, perché l’elmetto copriva la testa, le tempie e la nuca, ma non la faccia. Il generale rimase sull’attenti finché non uscì l’ultimo volontario, e disse al colonnello, grave: – I romani vinsero con le corazze.

Una mitragliatrice austriaca, da destra, tirò d’infilata. Immediatamente, un’altra, a sinistra, aprì il fuoco. Io guardai i soldati in trincea. I loro volti si deformarono in una contrazione di dolore. Essi capivano di che si trattava. Gli austriaci attendevano al varco. I guastatori erano sotto il tiro incorciato di due mitragliatrici.

  • Avanti! – gridò il sergente dei guastatori.

Uno dopo l’altro, i guastatori corazzati caddero tutti. Nessuno arrivò ai reticolati nemici.”

Neppure l’efficientissimo esercito tedesco scese in guerra avendo preso in seria considerazione la protezione del capo dei suoi soldati. Nel 1910 aveva risolto il problema dell’alta visibilità delle uniformi multicolori ottocentesche distribuendo alle truppe una tenuta da combattimento di colore grigio chiaro con tonalità di verde, denominato feldgrau, ma non aveva voluto rinunciare al tradizionale pickelhaube, l’elmo chiodato, considerato ancora oggi, a dispetto della sua probabile origine danese, un simbolo del militarismo prussiano.

Il pickelhaube, in uso alle truppe prussiane sin dalla metà dell’800, era un elmetto di dimensioni piuttosto contenute, realizzato in cuoio bollito, rinforzato da una leggera armatura e verniciato di nero. Sulla parte frontale era poi applicata un’aquila imperiale metallica, color oro oppure argento, ai lati spiccavano le coccarde con i colori dello stato e del reggimento di appartenenza. Il chiodo non era solo un ornamento volto ad intimorire l’avversario, ma svolgeva anche una funzione pratica: era lo sfiatatoio del sistema di ventilazione interna del copricapo. In quanto a protezione l’elmo chiodato era pressoché inutile e per giunta ingombrante, poiché il chiodo, alto una ventina di centimetri, sporgeva dai rifugi e dalle trincee, indirizzando il tiro nemico.

Già prima del 1914 lo stato maggiore tedesco aveva tentato di risolvere il problema della visibilità dell’elmo nero lucido, predisponendo una copertura di tela feldgrau sul quale era stampato in rosso il numero del reggimento. Dopo alcuni mesi di guerra sperimentò anche lo smontaggio del chiodo, ottenendo vantaggi sul piano mimetico, senza tuttavia risolvere il problema cruciale della scarsa capacità protettiva del pickelhaube.

Il primo tentativo tedesco di adottare un elemo di acciaio si ebbe nel 1915, quando furono realizzati artigianalmente sul fronte dei Vosgi degli elmetti che presero il nome dall’unità comandata dal maggiore Gaede che li ideò e li impiegò. L’elmo Gaede, in tutto simile alla “cervelliera” francese, ma dotato in aggiunta di un paranaso, che gli conferiva un aspetto medievale, non fu mai approvato dal ministero della Guerra. Ne vennero prodotti circa 1.500 esemplari nella fabbrica di artiglieria di Muhlhausen, dove il maggiore Gaede ed i suoi uomini erano distaccati.

Nell’estate del 1915, il chirurgo August Bier, generale della Sanità del XVIII Corpo d’armata fu incaricato di studiare un elmo metallico da distribuire alle truppe. Con l’aiuto determinante del professor Friedrich Schwerd, capitano di artiglieria, egli giunse alla definizione di un progetto che ottenne l’approvazione del ministero della Guerra nel settembre dello stesso anno. Non appena i primi 40 esemplari, realizzati dal maestro artigiano Franz Marx, ebbero superato, nel novembre 1915, le prove balisitche al poligono di Kummersdorf, fu avviata la produzione industriale dell’elmetto denominato modello 1916, che ottenne il suo battesimo del fuoco nella battaglia di Verdun.

Lo stahlhelm modello 1916, costruito in acciaio trattato al nichel-cromo, era provvisto di due supporti laterali all’altezza delle tempie con la duplice funzione di favorire l’aerazione e di permettere l’applicazione di una placca frontale d’acciaio di 5 mm di spessore, a prova di proiettile, da impiegare nei turni di vedetta e di guardia. Completo della corazzetta frontale supplementare l’elmo superava il peso di tre chilogrammi. L’imbottitura a tre cuscinetti, era montata su di una striscia di cuoio o di metallo assicurata all’elmo mediante tre bulloni. Il soggolo, con ganci ad incastro scorrevole, era simile a quello del pickelhaube.

Lo stahlhelm forniva una eccellente protezione, ma non era immune da difetti. I cornetti ventilatori facevano entrare l’aria fredda durante l’inverno, costringendo i soldati ad ostruirli con fango o stoffa. Le ampie falde svasate disturbavano l’udito, distorcendo i suoni e creando un’eco alla voce.

Nel corso dell’ultimo anno di guerra furono distribuite alle truppe alcune varianti del modello originario: una dotata di un nuovo soggolo, fissato all’imbottitura e non più all’elmo, un’altra caratterizzata da una visiera molto ampia, un’altra ancora con falde laterali spioventi quasi a perpendicolo nel punto in cui si attaccavano alla visiera. Per la cavalleria fu realizzato un modello particolare che aveva le falde laterali tagliate a semicerchio all’altezza delle orecchie.

Anche l’alleato austroungarico, che pure aveva avviato autonomamente già nel 1915 un progetto per la realizzazione di un elmetto, optò per lo stahlhelm tedesco, apportando come unica modifica la colorazione: dal feldgrau al marrone. Solo poche migliaia di esemplari dell’elmo Berndorfer di costruzione austriaca furono distribuite alle truppe.

Se il feldgrau tedesco rivelò qualità mimetiche piuttosto modeste, il color kaki delle uniformi britanniche si adattò invece perfettamente al fango delle trincee. Grazie alla lunga esperienza coloniale, l’esercito si Sua Maestà adottò fin dall’esordio del conflitto una tenuta da combattimento pratica, razionale e mimetica, eliminando ogni vistosa distinzione tra ufficiali e soldati. I calzoni non recavano né bande, né filettature, erano dello stesso color kaki delle mollettiere e della giacca ad un petto con abbottonatura centrale. I soldati di tutti i gradi inodssavano inoltre lo stesso berretto rigido con visiera di cuoio marrone. L’unico elemento distintivo tra ufficiali e truppa era costituito dall’equipaggiamento individuale, mentre i soldati erano dotati del Webbing Equipment, o Web, realizzato in robusta canapa ritorta, che comprendeva dieci giberne, zaino, porta-baionetta e porta-utensili, tascapane e porta-borraccia, gli ufficiali indossavano il cinturone di cuoio, destinato a sorreggere, insieme ad una giberna per le munizioni, la pesante rivoltella Webley d’ordinanza.

L’equipaggiamento individuale inglese, sebbene più pratico e razionale di quello francese, risentì comunque degli errori di valutazione dei vertici militari. Basti pensare che nel primo anno di guerra le truppe britanniche patirono una penuria di binocoli così grave da indurre il governo ad acquistarne in Germania, attraverso compiacenti intermediari svizzeri, diverse migliaia di esemplari.

Ostinatamente refrattarie alla praticità furono le truppe scozzesi che non rinunciarono né al kilt, né ai copricapo tradizionali come il Glengarry, una sorta di basco kaki, il Tam o’ Shanter, simile al Glengarry, ma con un pompon rosso sulla sommità, il Kilmarnock, un basco blu rifinito alla base da una fascia a quadrettini bianchi e rossi, il Balmoral, una bustina portata all’indietro con due codine di nastro nero ed un nastro a quadretti bianchi e rossi alla base.

Solo la giacca kaki accomunava gli scozzesi agli altri sudditi di Sua Maestà britannica in armi. I kilt di ogni reparto, completi di sporran, la tasca di pelliccia sospesa anteriormente, sfoggiavano i colori del clan di appartenenza. Dopo i primi mesi di guerra, il computo delle perdite, più che il buon senso, impose agli orgogliosi scozzesi di celare il coloratissimo kilt e lo sporran sotto un grembiule di tela kaki e di sostituire i tradizionali calzettoni a scacchi bianchi e rossi con calzettoni o mollettiere kaki.

Caratteristiche nettamente diverse dall’elmetto Adrian francese e dallo stahlhelm tedesco ebbe la “padella” britannica, denominata ufficialmente MK-1, realizzata prima in acciaio dolce, poi in acciaio al manganese, con un peso di circa un chilogrammo. Progettato da Leopold Brodie nel 1915, l’MK-1 aveva una calotta piatta con una falda pronunciata che doveva proteggere il capo, il collo e parte delle spalle del combattente dalle schegge che provenivano dall’alto. La protezione era invece nettamente inferiore a quella offerta dall’Adrian e soprattutto dallo stahlhelm quando l’offesa proveniva lateralmente e posteriormente. Nonostante i suoi vistosi limiti, l’MK-1, prodotto durante la guerra in oltre sette milioni di esemplari, fu adottato nel 1917 anche dall’esercito americano e giunse con poche modifiche, tutt’altro che sostanziali, al secondo conflitto mondiale.


BIBLIOGRAFIA

PAOLO MARZETTI, Elmetti 1915-73, Parma, Ermanno Albertelli Editore, 1973.

LILIANE FUNCKEN, FRED FUNCKEN, L’uniforme et les armes des soldats de la guerre 1914-18, Bruxelles, Casterman, 1970.

FRANCO PUDDU (a cura di), Divise e armi leggere 1900-18, Milano, Curcio Periodici, 1975.

G. ROCHAT, L’esercito italiano nell’estate del 1914, “Nuova rivista storica”, n° 2, 1961

A. CIMARELLI (a cura di), Storia delle armi delle due guerre mondiali, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1973.

ROBERT H. RANKIN, Helmets and Headdress of the Imperial German Army, 1870-1918, Flayderman & Co., 1965

J.A. BOWMAN, The Pickelhaube, Imperial Publications, 1989

MARTIN GILBERT, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1998

E. LUSSU, Un anno sull’altipiano, Torino, Einaudi, 1995.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.