Home STORIA Ellis Island: l’isola delle lacrime

Ellis Island: l’isola delle lacrime

Eravamo una tra le tante famiglie sgomente che ogni nave in arrivo a New York scaricava in un luogo tetro, chiuso da sbarre di ferro… Ellis Island era una bolgia spaventosa di uomini, donne, bambini che si agitavano come un gregge senza pastore. Mi sentii gelare il cuore. Quella scena creò in me un senso di paura e d’angoscia che doveva perseguitarmi per molto tempo. Fummo trattenuti li dentro per tre eterne giornate“.

 Questa era la bolgia degli sgomenti di Ellis Island nel 1907, vista dagli occhi di un bambino di 11 anni. Erano gli occhi di Edoardo Corsi, emigrato dal lontano Abruzzo con tutta la famiglia. Ventiquattro anni dopo questo sbarco, destino volle che il presidente degli Stati Uniti d’America Herbert Clark Hoover, nominasse quell’uomo Commissario dell’emigrazione di Ellis Island. Durante il tempo in cui diresse il centro logistico dell’emigrazione, Corsi annotò un vasto campionario di casi umani: famiglie divise da un’assurdo ingranaggio legislativo, schiere di immigrati rispediti come vuoti a perdere nel loro paese d’origine per un difetto fisico o una malattia. Alla fine della sua carriera trascrisse in un libro (“All’ombra della libertà”), la disperazione di quanti venivano truffati, derubati e maltrattati e fra questi disperati narra di alcuni garfagnini. D’altronde lui queste persone di montagna le conosceva bene, suo padre, Filippo Corsi, era stato eletto deputato nel collegio di Massa Carrara (provincia di cui al tempo faceva parte la Garfagnana), perdipiù questa gente era simile a quella del suo luogo d’origine: Capestrano, un borgo di poche anime in provincia de L’Aquila, abitato da gente umile e dedito alla pastorizia, proprio com’era la nostra valle agli inizi del secolo scorso.

Prima però di leggere quello che subirono i garfagnini su quest’isola è bene capire cos’era questo triste luogo situato al largo della baia di New York. E’ stimato che da li, quasi la metà degli americani può rintracciare nella propria storia familiare almeno una persona passata per Ellis Island. Prima che Samuel Ellis, intorno al 1770 diventasse proprietario di quest’isolotto, il sito era un’avamposto militare per difendere la città dagli attacchi dei pirati. Fort Gibson, così si chiamava il forte che presidiava l’isola, aveva un porto fortificato pieno di munizioni e depositi d’armi. Con il tempo i pirati cessarono di essere una minaccia per New York e l’isola così passò di mano in mano cambiando più volte proprietario e nome (Kioshk, Oyster, Dyre, Anderson’s Island), tutto ciò fino al 1892 quando l’isola si trasformò in una stazione d’ispezione per l’immigrazione per milioni di migranti che venivano negli Stati Uniti.

L’arrivo ad Ellis Island

Del resto di li transitarono 22 milioni di persone che attraverso le loro testimonianze fecero ben presto diffondere la fama dell’isola in tutto il mondo, facendo diventare questo luogo una vera icona dell’immigrazione. L’arrivo degli emigrati italiani non era facile, dopo la lunga fatica del viaggio altre difficoltà incombevano: l’ammissione negli Stati Uniti. I passeggeri di prima e seconda classe venivano esaminati dai funzionari direttamente sulla nave, erano infatti considerati abbastanza ricchi per non essere di peso allo Stato, quelli di terza invece venivano condotti proprio ad Ellis Island dove ricevevano la visita medica, chi fra questi doveva subire ulteriori accertamenti veniva marchiato con un segno sulla schiena fatto con il gesso: PG per le donne incinta, K per l’ernia,  X per problemi mentali e così via, la legge americana a riguardo purtroppo parlava chiaro:

“…i vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose,aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano”

… per loro il reimbarco sarebbe stato immediato.  Quelli che invece superavano il controllo accedevano alla sala registrazione per espletare la parte burocratica: nome, luogo di nascita, stato civile, destinazione, disponibilità di denaro ed eventuali carichi penali. I malati venivano messi in quarantena nell’ospedale locale in attesa di ricevere il nulla osta per entrare in America. L’accesso non era poi consentito alle donne e ai minorenni soli: le prime dovevano sposarsi ad Ellis Island, mentre i secondi, dovevano trovare un garante o essere adottati se orfani. Dopodichè, dopo aver affrontato per giorni interi la dura legge di Ellis Island, i fortunati ricevevano il permesso per sbarcare e venivano accompagnati al traghetto per Manhattan, per vivere il loro American Dream.
Ma per molti il sogno americano non sarebbe mai cominciato e fra questi alcuni garfagnini:

(1902-1913) Immigrants seated on long benches, Main Hall, U.S. Immigration Station

“…le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane, particolarmente quando si riferiscono a uomini e donne dal comportamento onesto il cui unico crimine consiste nel fatto che hanno osato entrare nella Terra Promessa senza conformarsi alla legge. Ho visto centinaia di persone del genere costrette a ritornare nel paese di provenienza, senza soldi e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate che non si erano mai riunite, madri separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo”.

(Original Caption) 8/13/1925-New York, NY: Above is a striking photo showing a little immigrant family on the dock at Ellis Island, N.Y., just having passed the rigid examination for entry into the “land of promise” looking hopefully at New York’s skyline while awaiting the government ferry to carry them on to the land of the free.

Sono sempre le parole di Edoardo Corsi che ricorda anche di certi accadimenti riferiti ai toscani della Garfagnana . Un caso emblematico fa riferimento ad una donna garfagnina che anni dopo gli rilasciò la sua impressione  per la stesura del suo libro:

“Grazie a Dio eravamo di nuovo liberi e lontani dall’inferno di Ellis Island. La notte mi svegliavo sempre dalla paura. Questo trauma rimarrà in me tutta la vita. I miei figli che erano con me soffrivano, come soffrivano gli altri bambini. Non c’erano bagni, ne aria fresca e per i piccoli nemmeno un posto dove dormire se non fra le mie braccia. Il fetore e il caldo erano insopportabili e ogni giorno che passava le forze mi venivano meno, se fossimo rimasti un giorno di più non so cosa sarebbe successo. Quando  dopo alcuni giorni ci dissero che non potevamo sbarcare fu un sollievo, non m’importava più niente, volevo tornare sulle mie montagne, non m’interessava se avessi dovuto cominciare nuovamente a tribolare, meglio tribolare che rimanere ad Ellis Island fra orrori e crudeltà” 

A qualcuno andò peggio, la disperazione, lo sconforto e la delusione presero una piega tragica per “un massese della montagna apuana” (n.d.r: la persona potrebbe essere massese o anche garfagnino, la Garfagnana  era in provincia di Massa): 

“il pover’uomo ricevette l’ordine di rimpatrio. Le guardie di Ellis Island lo condussero sul transatlantico francese “Lorraine” la notte del 7 luglio. La mattina dell’otto luglio, alcuni attimi prima che il vascello salpasse, disse ai compagni che avrebbe voluto morire piuttosto che ritornare in Italia dopo le promesse che avrebbe avuto successo in America. Dopo aver detto così premette il grilletto e pose fine alla sua vita”.

Un’altra testimonianza la riportò Monsignor Scalabrini. A pochi giorni dal suo arrivo a New York, dove era stato accolto calorosamente da italiani ed americani, si era recato al porto di Ellis Island per assistere allo sbarco 650 boscaioli italiani provenienti dalla Garfagnana, dalla montagna pistoiese e dalla Maremma, lì presenziò ad un fatto a dir poco spiacevole. Racconta infatti di una guardia che aveva invitato uno di questi emigranti ad uscire in fretta dallo stabile. L’italiano impossibilitato a correre dalla folla presente e dalle due valigie che portava aveva ricevuto una tremenda bastonata nelle gambe, il boscaiolo prontamente reagì dando due schiaffi al bastonatore…

Comunque sia andata per oltre sessant’anni questo anonimo isolotto fu la porta d’accesso al “nuovo mondo” e riflettendoci bene oggi è quasi impossibile non volgere un pensiero ai nostri avi che intrapresero questo viaggio della speranza. Per chi vuole trovare tracce di questi avi garfagnini(e non) emigrati nelle “lontane americhe”, esiste un modo.The statue of liberty foundation“, da’ libero accesso al proprio archivio per cercare coloro che passarono da “l’isola delle lacrime”…

 

 


Bibliografia:

  • In the Shadow Liberty, 1935 Edoardo Corsi (ed. it. All’Ombra della libertà – Ed Il Grappolo, Mercato San Severino, 2004)

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Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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