In uno stupendo articolo comparso su “la Repubblica” del 18 aprile, Silvia Ronchey ci illustra le fondamentali differenze che intercorrono tra la concezione pagana della morte e quella cristiana, ponendo in evidenza come “nel mondo pagano non ci si attendeva nulla dopo la morte. E questo senso della finitezza incrementava il valore dell’esistenza“. Lo aveva ben compreso il grande poeta irlandese William Butler Yeats, quando, nel poema Calvary, Lazzaro rimproverava a Cristo di averlo tratto da “…quell’angolo / dove avevo creduto di poter giacere al sicuro per sempre“.
       E la Ronchey conclude il suo articolo con un passo meraviglioso: “Mezzo secolo prima del Lazzaro di Yeats, un poeta vittoriano, Algernon Swinburne, scrisse un inno a Proserpina, la regina degli inferi, che immaginò pronunciato dall’imperatore Giuliano poco dopo la definitiva vittoria della religione cristiana: ‘Vicisti, Galilaee’, ‘Hai vinto, Galileo’, si leggeva in exergo.
       A Cristo si rimproverava di avere sottratto agli umani la morte, e con la morte la vita: quel senso pagano del vivere che la promessa di resurrezione cancellava, quella sensualità della caducità, così intrinseca alla letteratura antica: ‘Vuoi prenderti tutto, Galileo? Ma questo non potrai prenderlo: /il lauro, le palme e il peana, / la danza delle Ore come un’unica lira / le corde crepitanti come scintille di fuoco. / Poco viviamo. Perché non più pienamente possibile?“.
       E la Ronchey conclude: “Una pienezza inscindibile dalla finitezza, quasi un’invocazione di mortalità: liberaci dalla vita eterna, amen“.
       Così, in queste stucchevoli mattinate pasquali, mi ritrovo in una visione del mondo totalmente affine alla mia, che fin dai 5-6 anni era ostile al cristianesimo “di pelle” (non potevo avere, stante l’età, altri supporti…). E ora, oltre sessant’anni dopo, mi chiedo se la mia non fosse anche una virulenta ostilità a una forma di “assistenzialismo filosofico/religioso” che rifiuto esattamente come quella dell’assistenzialismo politico/sociale: non voglio NESSUNO che mi stia a fianco – per sfruttarmi… – dalla culla alla tomba. Voglio stare da solo, assolutamente da solo, affrancato dalla presenza di chiunque osi affermare che “sta lavorando per me”. Vorrei anch’io essere liberato dalla vita eterna, grazie, visto che gli unici momenti di autentica felicità me li sono procurati nella vita terrena, con le mie sole forze e i miei soli affetti, quelli veri. Tutto il resto ho saputo, so e saprò affrontarlo DA SOLO, E IN PIEDI.

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