Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

I riferimenti alla liceità del tirannicidio nel pensiero di San Tommaso e gli accostamenti tra de Gaulle ed Hitler non predisposero certo la corte alla clemenza, anzi la convinsero che su tali premesse filosofiche, politiche e morali la tesi del rapimento si configurasse come una fantasiosa invenzione. Perché Bastien-Thiry ed i suoi complici avrebbero dovuto prendersi il disturbo di catturare e processare un uomo che consideravano tanto odioso e malvagio, il cui assassinio era benedetto persino dalla dottrina della Chiesa?

Per tracciare un quadro delle motivazioni che avevano spinto gli attentatori ad agire, gli avvocati della difesa fecero deporre novantasette testimoni, alcuni comprovarono la dirittura morale e l’alto senso del dovere degli imputati, altri raccontarono un frammento dell’immensa tragedia algerina: pieds-noirs appena rimpatriati dopo aver perso tutto, musulmani braccati dall’F.L.N. per la sola colpa di aver servito con lealtà la Francia, testimoni di atti di violenza così atroci da giustificare il rancore più profondo verso le scelte politiche di de Gaulle.

Terminato il lungo corteo di toccanti testimonianze, il procuratore generale Gerthoffer fece la sua requisitoria. Respinse sbrigativamente la tesi del rapimento, smentita dalla dinamica stessa dei fatti. Si fece poi carico di assolvere il presidente della repubblica dall’accusa di tradimento, ricordando che il popolo francese in più occasioni referendarie aveva espresso il proprio consenso alla politica algerina del governo. Passò quindi all’analisi delle responsabilità individuali dei vari membri del commando. Ignorando deliberatamente il precedente del verdetto sull’attentato di Pont sur Seine, in cui gli imputati erano stati condannati a pene che andavano da dieci anni all’ergastolo, richiese grande severità.

Alla fine di febbraio, due fatti imprevisti illusero la difesa di poter ancora dare battaglia: l’arresto del latitante Gyula Sari e quello del colonnello Argoud, uno dei capi del C.N.R., rapito dai servizi segreti francesi, beffando la sovranità della repubblica federale tedesca. Gli avvocati della difesa chiesero che l’ungherese fosse ascoltato, il procuratore, che aveva già pronunciato la sua requisitoria, si oppose, ottenendo che la sua posizione fosse stralciata. Un altro tribunale si sarebbe incaricato di giudicarlo e di condannarlo. Quanto ad Argoud, fu sbrigativamente interrogato da uno dei giudici a proposito del suo eventuale coinvolgimento nell’attentato. Il colonnello dichiarò la propria totale estraneità, precisando, contro ogni verosimiglianza, di non aver mai sentito pronunciare dai vertici del C.N.R. una condanna a morte nei confronti del generale de Gaulle, tanto bastò per convincere la corte a desistere da ogni ulteriore approfondimento.

Le arringhe degli avvocati della difesa non poterono sovvertire un verdetto già scritto, che esigeva condanne esemplari. Anche l’abilità e l’esperienza di Tixier-Vignancour si rivelarono inefficaci. I suoi appelli all’umanità ed alla clemenza, verso uomini che avevano il solo torto di essersi lasciati trasportare dalla compartecipazione al dolore di tante vittime innocenti del dramma algerino, caddero nel vuoto.

Il 4 marzo 1963, la corte accolse quasi tutte le richieste avanzate dal procuratore Gerthoffer. Condannò a morte Bastien-Thiry, Bougrenet de la Tocnaye e Prévost, all’ergastolo Busines, a quindici anni di carcere Magade e Bertin, a dieci Varga, a sette Constantin, a tre Ducasse, che aveva avuto un ruolo puramente logistico.

Non essendo ammessi ricorsi contro le sentenze della corte militare di giustizia, i condannati non poterono fare altro che rivolgere le loro speranze alla grazia presidenziale. Bastien-Thiry non si fece comunque troppe illusioni, la sera della sua condanna confidò al suocero di essere convinto che de Gaulle non gli avrebbe perdonato il suo atto di accusa. Non fu smentito.

De Gaulle concesse infatti la grazia a Bougrenet ed a Prévost, ma non a Bastien-Thiry che all’alba dell’11 marzo 1963, affrontò stringendo il rosario il plotone di esecuzione schierato nel cortile del forte di Ivry. Rifiutò di essere bendato, morì come era vissuto, con la dignità e la compostezza di un ufficiale.

Ai suoi più stretti collaboratori il generale confessò di aver negato la grazia a Bastien-Thiry non per le parole che aveva pronunciato in aula, ma per la minaccia che aveva portato alla vita di sua moglie Yvonne. Aggiunse inoltre: ”I francesi hanno bisogno di martiri. Bisogna che li scelgano bene. Avrei potuto dare loro uno di quei generali cretini che giocano a palla nel cortile della prigione di Tulle. Io ho dato loro Bastien-Thiry. Se vorranno potranno farne un martire. Lo merita.”.

Ai capi del C.N.R. e dell’O.A.S. non spettò l’aureola del martirio. Bidault dopo essere stato espulso prima dall’Italia e poi dalla Germania federale, trovò asilo in Brasile ed in Belgio, da cui rientrò in Francia come libero cittadino, grazie all’amnistia approvata dal parlamento nel 1968. Non rinunciò alla vita pubblica, fondando il movimento per la Giustizia e la Libertà. Si presentò senza successo alle elezioni politiche del 1973. Nel 1981 sostenne la candidatura di Jacques Chirac all’Eliseo. Alla sua morte, nel 1983, la stampa ne celebrò la vita avventurosa ed il patriottismo.

L’amnistia del 1968 restituì la libertà tra gli altri anche al generale Raoul Salan, che nel 1982 fu addirittura reintegrato nei ranghi degli ufficiali della riserva. Ai suoi funerali, nel luglio del 1984, parteciparono, oltre ad una folla di reduci e militanti, picchetti d’onore in rappresentanza dell’esercito, dell’aeronautica e della marina.


Bibliografia

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