Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

Intorno alle 18, anche Bastien-Thiry aveva raggiunto Meudon al volante di una Simca 1000, poi si era accomodato in un caffè ed aveva atteso sino alle 19,45, quando la vedetta posta in prossimità dell’Eliseo gli aveva telefonato che il corteo presidenziale aveva imboccato ancora una volta il percorso numero due. Si era quindi spostato all’appartamento di Monique Bertin, che si trovava a pochi passi dal caffè, ed aprendo sotto le sue finestre un giornale due volte aveva segnalato agli uomini di precipitarsi alle auto e di dirigersi in avenue de la Libération. Era infine salito a bordo della sua Simca, che fungeva da vettura di comando, per prendere posizione all’incrocio tra avenue de la Libération e la strada del Pavé-Blanc. Al passaggio del corteo presidenziale era stato stabilito che agitasse un giornale per impartire all’equipaggio del furgone Estaffette giallo, composto da Varga, Bernier, Buisines, Sari e Marton, l’ordine di aprire il fuoco. Buisines, ex tiratore scelto della legione, avrebbe dovuto mirare agli pneumatici, Sari e gli altri all’abitacolo. Quella tempesta di pallottole avrebbe dovuto arrestare la corsa dell’auto presidenziale e quanto meno ferire la “Grande Zohra”. A quel punto, la Citroën DS blu, appostata all’angolo tra rue du Bois ed avenue de la Libération, con a bordo Bougrenet, alla guida, Watin e Prévost, avrebbe dovuto intervenire per dare il colpo di grazia al generale de Gaulle. A supporto e protezione degli uomini della DS blu, Bastien-Thiry aveva previsto un secondo furgone Peugeot, guidato da Magade, con due tiratori a bordo, Bertin e de Condé. Al giovane Naudin, alla guida della Citroën 2 CV della sorella di Bertin, era stato assegnato un compito di pattugliamento e di ulteriore protezione.

Un piano così ben congegnato in tutti i dettagli si era tuttavia rivelato del tutto inefficace.

Poco dopo le venti, il corteo presidenziale era giunto all’altezza dell’incrocio tra avenue de la Libération e la strada del Pavé-Blanc. La distanza tra Bastien-Thiry ed il furgone Estafette giallo era di appena un centinaio di metri, eppure, nella luce incerta del crepuscolo, Bernier aveva scorto con lieve ritardo il segnale di aprire il fuoco. Sari era stato il primo a sparare, sfruttando l’angolo di tiro migliore, ma la velocità sostenuta del convoglio lo aveva comunque colto di sorpresa. In un attimo tutti i tiratori del furgone giallo si erano visti sfilare via il loro bersaglio. Nonostante l’esplosione di due pneumatici, la Citroën DS presidenziale non si era fermata, costringendo l’equipaggio di Bougrenet a gettarsi all’inseguimento. Watin, seduto accanto al posto di guida, era riuscito a sparare un paio di raffiche imprecise contro l’auto di de Gaulle e contro quella della sua scorta, l’arma di Prévost si era inceppata, impedendogli di fare fuoco. Il disperato inseguimento era proseguito sino alla rotonda del Petit-Clamart, poi Bougrenet aveva svoltato in direzione di Parigi. Il furgone Peugeot guidato da Magade, essendo troppo lento, era rimasto tagliato fuori dall’azione.

La confessione resa da Bastien-Thiry al commissario Bouvier, pur contenendo alcuni punti oscuri a proposito della composizione del gruppo di studio, della provenienza della armi, delle modalità di finanziamento e dell’identità delle vedette, fu giudicata sufficientemente completa e circostanziata da autorizzare la chiusura delle indagini. Del resto, de Gaulle aveva fretta di giungere ad una condanna esemplare, che segnasse la definitiva sconfitta dei piani eversivi del C.N.R.. La severità nei confronti dei terroristi era parte integrante di un più ampio disegno, volto a rafforzare il ruolo politico e costituzionale del presidente della repubblica. Il fallito attentato del Petit-Clamart, accrescendo la popolarità del generale, gli fornì l’occasione, da tempo attesa, di introdurre nell’ordinamento costituzionale l’elezione diretta del capo dello stato. L’obiettivo di tale riforma era ridurre l’influenza dei partiti nel sistema politico, portando a compimento il presidenzialismo della quinta repubblica. Nonostante le perplessità del primo ministro Pompidou, de Gaulle nell’ottobre del 1962 annunciò alla nazione la decisione di indire entro breve termine un referendum costituzionale, suscitando la violenta reazione dei partiti di centro-destra e di sinistra. La contestazione riguardava il metodo referendario, in palese violazione delle prerogative attribuite al parlamento dalla costituzione, ed il merito, sospettato di aprire la strada ad una pericolosa deriva autoritaria. Il presidente del Senato, Gaston Monnerville, fu tra i primi ad insorgere per denunciare l’arroganza di de Gaulle. La sua presa di posizione ispirò uno scatto d’orgoglio dei partiti che misero in minoranza il governo Pompidou, costringendo de Gaulle a sciogliere le camere ed indire nuove elezioni. I toni della campagna elettorale e referendaria furono infuocati, da più parti de Gaulle venne dipinto come una minaccia per la repubblica. Per un attimo Bidault sperò che si aprissero nuovi spazi di manovra politica per il C.N.R.. Il risultato del referendum del 28 ottobre 1962 spazzò via ogni tardiva illusione degli irriducibili dell’Algeria francese, il 62% dei votanti si espresse a favore dell’elezione diretta del presidente della repubblica. Un mese più tardi, le elezioni politiche diedero un’ulteriore conferma della popolarità di de Gaulle. Ad eccezione dei comunisti e dei socialisti, tutte le altre forze politiche ostili a de Gaulle uscirono penalizzate dalle urne.

In questo contesto politico, il 28 gennaio 1963, si tenne la prima udienza del processo a Bastien-Thiry ed ai suoi complici. I congiurati comparirono davanti alla corte militare di giustizia, presieduta dal generale Gardet. Tale giurisdizione eccezionale era stata creata nel giugno del 1962 per volontà di de Gaulle, indignato dalla mitezza della pena inflitta dall’alto tribunale militare al generale Salan. Il capo dell’O.A.S., responsabile di centinaia di vittime in Algeria ed in Francia, era stato condannato all’ergastolo anziché alla pena capitale, imponendo di fatto a de Gaulle di concedere la grazia al generale Jouhaud. Sarebbe stato infatti assurdo e lesivo per l’immagine delle istituzioni eseguire la condanna a morte inflitta poche settimane prima dallo stesso tribunale al numero due dell’O.A.S. e risparmiare la vita di Salan. La corte istituita da de Gaulle era stata giudicata nell’ottobre del 1962 illegale, poiché, in violazione dei principi generali del diritto penale, non erano ammessi ricorsi contro le sue sentenze. L’assemblea nazionale era intervenuta nel gennaio successivo istituendo una nuova corte di sicurezza, dotata della competenza su tutti i crimini contro l’autorità dello stato. Il suo insediamento era fissato per il 25 febbraio, spostando di appena un mese la data di avvio del processo, avrebbe potuto giudicare i responsabili dell’attentato del Petit-Clamart, ma de Gaulle si impose, sfidando il parere contrario del consiglio di stato, affinché il corso della giustizia non subisse ritardi.

La forzatura dell’esecutivo di affidare il giudizio alla vecchia giurisdizione, dichiarata incostituzionale, anziché alla nuova, spinse gli avvocati della difesa ad ingaggiare una lotta contro il tempo, ricorrendo ad ogni espediente dilatorio per impedire che la sentenza fosse pronunciata prima del 25 febbraio. Oltre quella data, la corte presieduta da Gardet sarebbe stata sciolta ed il processo avrebbe dovuto ricominciare da capo presso il tribunale di sicurezza dello stato, con maggiori garanzie per gli imputati.

Tra gli avvocati della difesa, per esperienza, acume giuridico, eloquenza e fiuto politico, primeggiavano Jacques Isorni, che aveva costruito la sua carriera sulla notorietà acquisita assumendo nel 1945 la difesa del maresciallo Pétain dall’accusa di alto tradimento, e Jean-Louis Tixier-Vignancour, che aveva già dimostrato la propria abilità prima salvando il generale Salan dal plotone di esecuzione, poi trasformando l’ordigno di Pont sur Seine in un innocuo petardo piazzato dai servizi segreti con l’inconsapevole complicità di un gruppo di volenterosi sprovveduti. Isorni, difensore di Magade e Prévost, Tixier-Vignancour, difensore di Bastien-Thiry e Bougrenet, e gli avvocati degli altri imputati lavorarono come una squadra ben affiatata, riuscirono a ritardare l’esame dei fatti sino alla quarta udienza, appigliandosi ad ogni cavillo utile a sollevare dubbi sulla legittimità della corte. Isorni in più occasioni si spinse sino alla provocazione ora lanciando attacchi contro la condotta di de Gaulle durante l’occupazione nazista, ora mettendo in dubbio l’imparzialità dei giudici. Un affondo particolarmente violento contro il giudice Raboul gli costò una accusa per diffamazione e l’esclusione dal processo. Tixier-Vignancour ed Isorni andarono ben oltre le schermaglie procedurali, trovando l’occasione di mettere in grave imbarazzo il governo. Prendendo spunto da un articolo pubblicato all’inizio di gennaio da un periodico belga, insinuarono che la “talpa” dell’O.A.S. all’Eliseo fosse il ministro delle Finanze in carica, Valéry Giscard d’Estaing. Nell’udienza dell’11 febbraio, Bastien-Thiry confermò l’appartenenza del ministro, con il codice 12-b, alla rete di informatori dell’O.A.S.. Pronta e vibrata fu la smentita dell’interessato. La difesa segnò un punto a suo favore, gettando discredito sul governo e soprattutto guadagnando altro tempo prezioso, ma fallì il suo obiettivo più importante: l’azzeramento del processo. Il 20 febbraio, il parlamento in cui il governo godeva di una solida maggioranza dopo le elezioni del novembre 1962, approvò una legge di proroga della corte militare di giustizia sino alla conclusione del processo in corso.

Gli espedienti dilatori non furono l’unica arma della difesa. Benché la piena confessione degli imputati rendesse ristretti i margini di manovra, Tixier-Vignancour ed i suoi colleghi riuscirono comunque ad imbastire una linea difensiva, offrendo una lettura piuttosto fantasiosa dei fatti. Convinsero i loro assistiti a ritrattare le loro precedenti deposizioni su di un punto fondamentale: il fine ultimo dell’operazione “Charlotte Corday” non era l’uccisione del presidente, ma il suo rapimento. L’eventualità della morte di de Gaulle, e di sua moglie, era un rischio che gli uomini del commando avevano accettato, in quanto inevitabile, e non un obiettivo prioritario. Bastien-Thiry fece notare che i tiratori appostati attorno al furgone giallo avevano ricevuto l’ordine di mirare alle gomme e non all’abitacolo dell’auto presidenziale e che l’equipaggio della Citroën DS sbucata da rue du Bois era composto soltanto da tre uomini per poter caricare a bordo il presidente, dopo aver neutralizzato la sua scorta. Affermò inoltre che era stato allestito un luogo di detenzione in una villa tra Parigi e Versailles, ad una ventina di minuti dalla rotonda del Petit-Clamart. Lo schizzo della cittadina di Chaville, rinvenuto tra le carte del tenente colonello durante la perquisizione del 15 settembre, sembrava avvalorare questa affermazione. Una volta catturato, de Gaulle avrebbe dovuto essere processato, con l’assistenza di un legale, e, se ritenuto colpevole, giustiziato. Della celebrazione del processo si sarebbero incaricati i vertici del C.N.R., che già avevano raccolto a tal fine una imponente massa di documenti.

Gli altri imputati, seppur con accenti diversi, sostennero la stessa linea. Incalzato dal generale Gardet a proposito della sua ritrattazione, Bougrenet dovette riconoscere il suo scetticismo circa la reale possibilità di risparmiare la vita del presidente. Troppe erano le incognite: la velocità del convoglio, l’imprevedibilità delle reazioni dei conducenti, l’incertezza sulla precisione dei tiratori del furgone giallo. L’ungherese Varga, conducente del furgone Estafette, disse di non sapere se lo scopo dell’operazione fosse uccidere o rapire il generale de Gaulle, si affrettò però a precisare che il compito assegnato al suo gruppo si limitava all’arresto dell’auto presidenziale.

La testimonianza in aula del commissario Bouvier, secondo cui il presidente e sua moglie erano scampati alla morte grazie ad una fortunata serie di circostanze straordinarie, indebolì la tesi del rapimento. Fu invece lo stesso Bastien-Thiry a toglierle ogni credibilità, dilungandosi sulla giustificazione politica e morale dell’operazione “Charlotte Corday”, un nome che già di per sé evocava un assassinio e non un rapimento. De Gaulle era un traditore ed uno spergiuro, aveva promesso che la bandiera dell’F.L.N. non avrebbe mai sventolato ad Algeri, mentre in segreto trattava con dei terroristi sanguinari per consegnare loro un lembo di Francia. Aveva usato metodi degni della Gestapo per reprimere la resistenza e piegare la volontà dei francesi d’Algeria. I suoi discorsi radiotelevisivi erano paragonabili alle farneticanti arringhe hitleriane. Attraverso il tradimento e la fellonia, il “più illustre dei francesi” si era trasformato in un tiranno che esercitava un potere di fatto, privo ormai di ogni legittimità morale e costituzionale. Un potere tirannico contro cui, secondo l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, era lecito insorgere con la forza, ricorrendo anche all’assassinio. Dando libero sfogo alle sue più profonde convinzioni, Bastien-Thiry dichiarò: “E’ il tiranno ad essere sedizioso. Sono degni di lodi coloro che liberano il popolo da un potere tirannico. Noi crediamo dunque che gli ecclesiastici eminenti che sono stati consultati e che non hanno disapprovato la nostra azione, non abbiano fatto altro che ricordare i comandamenti di Dio, il principio ed il diritto di legittima difesa e la morale tradizionale insegnata dalla Chiesa nella persona dei suoi più grandi filosofi.”.

Non chiarì chi fossero gli “ecclesiastici eminenti”, preferì fingere di ignorare che all’indomani degli accordi di Evian un’assemblea di vescovi e cardinali francesi aveva assunto una posizione di netta condanna contro ogni ricorso alla violenza, anche per l’affermazione di una buona causa.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.