Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

Nelle deposizioni rilasciate da Magade, Bougrenet, Ducasse e Prévost abbondavano i riferimenti alla mente organizzativa dell’attentato, un personaggio evanescente chiamato “Didier”, descritto come un ufficiale sulla quarantina in servizio attivo presso qualche ente di grande importanza per la difesa nazionale. Pertanto l’idea che Niaux potesse essere il capo del commando si fece subito strada. L’abitazione del maggiore ad Agen, non lontano da Lauzun, fu sottoposta ad una scrupolosa perquisizione, nel corso della quale furono rinvenuti documenti sospetti relativi al noleggio di auto a Parigi e lettere che sembravano celare un codice. Tali indizi furono sufficienti per strappare a Niaux le prime ammissioni. Dichiarò di essere stato convinto dal colonnello Godard, responsabile del servizio informazioni dell’O.A.S., a dare il suo contributo alla difesa dell’integrità territoriale francese, ospitando latitanti. Al tempo stesso negò ogni coinvolgimento diretto con l’attentato, fornendo per i giorni 21 e 22 agosto un alibi inattaccabile. Non potendo collocare Niaux sul luogo dell’attentato, gli inquirenti si convinsero che la caccia al fantomatico “Didier” era ancora aperta. L’interrogatorio si fece quindi meno pressante ed al maggiore fu concessa qualche ora di riposo. Non appena si trovò solo, Niaux si impiccò alle sbarre della cella con un lembo di stoffa strappato dalla camicia.

Nelle stesse ore in cui il maggiore meditava un gesto estremo, gli investigatori giunsero finalmente ad identificare Murat. Alcuni dei contratti di noleggio sequestrati in casa di Niaux erano intestati ad un certo Lauvernier che convocato dalla polizia affermò di aver ospitato più volte in casa propria Serge Bernier, un vecchio compagno d’armi del battaglione Corea a cui doveva la vita. Anche dopo il 22 agosto, pur sapendo che il suo ex commilitone aveva preso parte all’attentato del Petit-Clamart, Lauvernier aveva voluto onorare il suo debito di riconoscenza offrendogli un nascondiglio per qualche giorno, il tempo necessario a preparare la fuga. Lauvenier disse di non poter fornire elementi utili all’arresto del fuggitivo, ma come prova della propria volontà di collaborazione rivelò l’indirizzo di una amica di Bernier. Una volta rintracciata, la ragazza svelò che Murat e Bernier erano la stessa persona.

Oltre a Bernier, risultarono introvabili altri componenti del commando: Jean Pierre Naudin, uno studente appena ventenne affiliato all’O.A.S., Louis de Condé, un tenente della riserva, e Geroges Watin, un estremista pied-noir, già ricercato per la sua attività terroristica. Gli inquirenti non si preoccuparono troppo di questi gregari, concentrarono invece tutte le loro energie nel tentativo di dare un volto a “Didier”.

Il commissario Bouvier, incaricato delle indagini, ebbe l’intuizione di coinvolgere il servizio segreto militare, a cui inviò la descrizione di “Didier” fornita dai congiurati disposti a collaborare. Nell’arco di qualche giorno ottenne alcune fotografie di ufficiali superiori in servizio, tra cui Magade, Ducasse, Varga, Buisines e Prévost riconobbero il loro misterioso capo: il tenente colonnello dell’aeronautica Jean-Marie Bastien-Thiry, considerato una delle menti più brillanti dell’esercito francese.

Bastien-Thiry era nato, primo di sette fratelli, a Lunéville nel 1927, da una antica famiglia lorenese che aveva dato alla Francia magistrati ed ufficiali. Adolescente aveva acclamato il generale de Gaulle mentre sfilava in trionfo per le strade di Metz appena liberata. L’esempio di suo padre, ufficiale di artiglieria e fervente gollista, lo aveva spinto a maturare la decisione di intraprendere la carriera militare. Dopo aver completato gli studi liceali a Nancy, distinguendosi per la sua spiccata predisposizione per la matematica, era stato ammesso nel 1947 alla prestigiosa École Polytechnique, deputata fin dal 1794 a formare l’élite tecnico-scientifica dell’esercito francese. Dopo tre anni di studi aveva optato per l’arma azzurra, completando la sua formazione presso la non meno prestigiosa scuola superiore aeronautica. Nel 1951 era stato promosso ingegnere militare di seconda classe. L’avanzamento della sua carriera era stato rapido e travolgente, nel 1954, dopo un periodo di perfezionamento presso il centro di volo sperimentale, era stato nominato ingegnere di prima classe ed assegnato al servizio tecnico dell’aeronautica presso il ministero dell’Aria. Al primo traguardo della sua carriera erano seguite le nozze con Geneviève Lamirand, figlia dell’ex segretario di stato alla gioventù nel governo collaborazionista di Vichy. Pur impegnandosi con entusiasmo e trasporto nella ricerca tecnologica al servizio della Francia, le sue profonde convinzioni cattoliche gli avevano impedito di trascurare la famiglia. Dalla felice unione con Geneviève aveva avuto tre figlie: Hélène, Odile ed Agnès. Specializzatosi nel campo dello studio dei sistemi d’arma teleguidati, aveva dato prova di non comuni capacità, fornendo un contributo decisivo alla concezione del missile terra-terra SS-10, adottato prima dall’esercito francese ed in seguito da quelli degli Stati Uniti e di Israele. Una tale affermazione professionale gli aveva procurato la meritata fama di “Von Braun” francese, che aveva accelerato la sua ascesa nella gerarchia dell’aeronautica militare. Nel 1961 era stato insignito della croce di cavaliere della Légion d’honneur e l’anno successivo, all’età di appena trentacinque anni, aveva ottenuto la nomina ad ingegnere capo di seconda classe, equivalente al grado di tenente colonnello.

Nei confronti di un ufficiale così stimato, il commissario Bouvier agì con prudenza, prima lo fece sorvegliare con discrezione per ventiquattro ore, poi, il 15 settembre, si decise ad ordinarne l’arresto e la perquisizione del domicilio. Dopo aver rovistato in ogni angolo della casa, gli agenti fecero una paio di scoperte interessanti: una pagina di una agenda tascabile sui cui era tracciato uno schizzo di Chaville, una località tra Parigi e Versailles, e l’angolo strappato di un giornale su cui erano annotati un nome, Hubert Leroy, l’indirizzo di un hotel parigino, Terminus Vaugirard, ed un numero telefonico. Bouvier riuscì a stabilire che il pezzetto di giornale proveniva da una copia di Paris Presse del 21 agosto, vigilia dell’attentato, giorno in cui un certo Leroy aveva effettivamente preso una camera all’hotel Terminus Vaugirard. Magade e gli altri congiurati pentiti confermarono che Leroy era una delle false identità utilizzate da “Didier”.

Il tenente colonnello Bastien-Thiry si rese certamente conto che gli indizi raccolti contro di lui non costituivano una prova schiacciante, perciò si ostinò per un paio di giorni a recitare la parte della vittima di un malinteso, respingendo con indignazione ogni accusa, poi improvvisamente, lunedì 17 settembre, confessò al commissario Bouvier di essere stato l’istigatore ed il principale responsabile dell’attentato a de Gaulle. Negò ogni affiliazione sia all’O.A.S., sia alla rete “Mission III” di André Canal, rivendicò invece la propria appartenenza al C.N.R., guidato da Georges Bidault. Raccontò, mentendo, di essersi avvicinato all’organizzazione quando gli accordi di Evian avevano dimostrato al di là di ogni dubbio il tradimento da parte del presidente della repubblica del proprio mandato costituzionale. L’abbandono al nemico di una porzione del territorio nazionale gli era parso un atto talmente abominevole da trasformare l’assassinio del capo dello stato in un legittimo tirannicidio. Alla fine di aprile del 1962, era stato inserito in un gruppo di studio, incaricato dalla direzione del C.N.R. di individuare le modalità attraverso cui mettere de Gaulle nelle condizioni di non poter più nuocere alla Francia. Le riunioni volte alla pianificazione dell’operazione, denominata “Charlotte Corday”, in onore della passionaria girondina che nel 1793 aveva assassinato il sanguinario Marat, si erano svolte a Parigi e ad Agen, con la partecipazione del maggiore Niaux in qualità di esperto di trasmissioni. Anche Armand Belvisi era stato tra i primi ad essere coinvolto, tuttavia Bastien-Thiry evitò accuratamente di nominarlo nella sua lunga deposizione al commissario Bouvier. Citarlo lo avrebbe costretto a confessare il ruolo direttivo ricoperto, sotto lo pseudonimo di “Germain”, nell’attentato di Pont sur Seine. Per proteggere i mandanti politici dell’agguato del settembre 1961, cioè il ben occultato gruppo dirigente del C.N.R.I., Bastien-Thiry preferì datare alla primavera del 1962 la sua decisione di aderire al progetto si eliminare de Gaulle. La fretta con cui sia la magistratura sia l’opinione pubblica avevano archiviato la bomba di Pont sur Seine come un maldestro e velleitario gesto di un gruppo di “cani sciolti”, senza né coperture né prospettive politiche, giocò a suo favore, consentendogli di circoscrivere e selezionare le sue rivelazioni. Il sospetto di un legame tra l’attentato del Petit-Clamart e quello di Pont sur Seine non sfiorò il commissario Bouvier neppure per un attimo, benché il nome di Belvisi fosse comparso tra i frequentatori della casa dei coniugi Larrieu a Lauzun.

Il contributo di Belvisi al duplice agguato del Petit-Clamart era stato comunque trascurabile, poiché nel maggio del 1962 la polizia, da tempo sulle sue tracce, lo aveva sorpreso in un appartamento di Parigi, nascosto dalla moglie di un ufficiale incarcerato dopo il putsch dei generali. Belvisi era riuscito a barricarsi nell’appartamento, minacciando di far saltare in aria l’intero palazzo se gli agenti avessero tentato di fare irruzione. Dopo una lunga trattativa si era finalmente arreso ed aveva ammesso con orgoglio le proprie responsabilità nell’attentato di Pont sur Seine, aveva mantenuto invece il più assoluto silenzio sia sui preparativi in corso per l’operazione “Charlotte Corday”, sia sulla vera identità di “Germain”, alias “Didier”. Avrebbe custodito il suo segreto per una decina d’anni, fino alla pubblicazione delle sue memorie, avvenuta dopo la sua scarcerazione, a seguito dell’amnistia del 1968.

Belvisi aveva incontrato per la prima volta “Germain” alla fine di giugno del 1961e ne era rimasto affascinato, lo aveva giudicato la perfetta incarnazione della nobile causa dell’Algeria francese, un esempio purissimo di integrità morale, patriottismo e fierezza. Mentre “Germain” si allontanava a bordo della sua auto, Belvisi, ancora emozionato da quel breve ed intensissimo colloquio, non aveva saputo resistere alla tentazione di annotarsi il numero di targa. Gli era stato poi sufficiente effettuare un rapido controllo presso gli uffici della prefettura per scoprire che “Germain” abitava a Bourg-la-Reine e rispondeva al nome di Jean-Marie Bastien-Thiry.

L’arresto di Belvisi non aveva intralciato i preparativi dell’operazione “Charlotte Corday”. A giugno era stato ammesso nel gruppo di studio il tenente Bougrenet de la Tocnaye che si era ben presto guadagnato la fiducia di “Didier”, diventandone il braccio destro. L’intesa tra i due ufficiali era stata profonda. Condividevano il culto dei valori tradizionali: Dio, patria e famiglia, la convinzione che la decisione di sopprimere de Gaulle fosse moralmente giustificata ed una solida preparazione professionale. Bougrenet, decorato con la croce al valor militare, era un uomo d’azione coraggioso e determinato, benché le sue note di servizio lo descrivessero come poco affidabile, in quanto privo di equilibrio ed irascibile. “Didier”, ignorando le fragilità del suo luogotenente, gli aveva affidato il compito di reperire le armi e di selezionare gli uomini del commando. In particolare gli aveva raccomandato di rispettare scrupolosamente il criterio della rappresentatività.

Bidault aveva concepito il C.N.R. come un soggetto capace di coagulare le diverse anime dell’estremismo antigollista. Nel delirio politico dei congiurati, ormai del tutto indifferenti alla reale volontà popolare, l’eliminazione della “Grande Zohra” per assumere il significato di catarsi e rigenerazione della repubblica doveva apparire come un atto corale, riflesso della variegata composizione del C.N.R..

Nel corso della sua latitanza, dopo l’evasione dalla prigione della Santé, Bougrenet aveva maturato una approfondita conoscenza della rete dell’O.A.S. dai vertici sino ai gregari, perciò non aveva incontrato difficoltà ad eseguire gli ordini ricevuti. Come esponenti della lotta contro il comunismo aveva arruolato gli esuli ungheresi Varga, Marton e Sari. Il malessere degli studenti nostalgici di un impero perduto era stato incarnato da Bertin, Ducasse e Naudin, membri della rete metropolitana dell’O.A.S.. Georges Watin ed il giovane Magade avevano simboleggiato la rabbia e la disperazione dei pieds-noirs. Prévost insieme a Buisines e Constantin avevano dato rappresentanza alla rete algerina dell’O.A.S.. Bougrenet aveva infine riservato per se stesso e per “Didier” il compito di testimoniare la rivolta morale dell’esercito nei confronti di una autorità divenuta illegittima.

Sulla provenienza delle armi Bastien-Thiry osservò il più assoluto silenzio, fu evasivo anche sui fondi ricevuti per l’operazione. Ammise di aver avuto a disposizione dal C.N.R. alcuni milioni di vecchi franchi, a cui aveva aggiunto un contributo personale di circa mezzo milione. Secondo gli inquirenti le risorse del commando del Petit-Clamart provenivano almeno in parte da una serie di rapine ad uffici postali ed istituti di credito effettuate nel mese di luglio nella zona di Parigi dalla banda composta da Prévost, Magade, Constantin e Buisines.

Mentre era in corso la selezione dei membri del commando, Bastien-Thiry aveva messo a punto il piano operativo, adattando alle circostanze un caso classico previsto dai manuali di tattica militare: l’attacco ad un convoglio. Il fallito attentato di Pont sur Seine aveva confermato la vulnerabilità del presidente durante i suoi frequenti spostamenti, al tempo stesso aveva dimostrato quanto gli esplosivi potessero essere inaffidabili. Bastien-Thiry aveva pertanto deciso di bloccare la vettura presidenziale con un intenso fuoco di armi automatiche ed di assegnare ad un secondo commando, appostato poco più avanti, il compito di neutralizzare la scorta e di abbattere il generale de Gaulle, risparmiando, se possibile, la vita di sua moglie Yvonne. Confidando sulla potenza di fuoco del primo gruppo di tiratori, non aveva ritenuto necessario porre un ostacolo sulla strada per arrestare la corsa dell’auto presidenziale. Era stato un errore fatale, probabilmente indotto anche dall’incertezza sino all’ultimo minuto sul percorso che il convoglio presidenziale avrebbe seguito. La distanza tra l’aeroporto militare di Villacoublay ed il palazzo dell’Eliseo poteva essere coperta seguendo due diversi itinerari: il primo attraverso il bosco di Meudon risalendo poi il corso della Senna; il secondo, più breve, passando per la rotonda del Petit-Clamart, la strada nazionale 306, la porta di Châtillon ed attraversando Parigi fino alla spianata dell’Hotel des Invalides ed al ponte Alessandro III. Affinché gli uomini potessero prendere posizione occorreva conoscere per tempo il percorso scelto dal corteo presidenziale. A questo fine Bastien-Thiry aveva predisposto una rete di osservatori.

La sorveglianza dell’aeroporto militare di Saint Dizier nell’alta Marna, non lontano dalla residenza privata di de Gaulle, era stata affidata ad un certo “Pierre”. Per celare la sua attività di spionaggio sotto l’apparenza di una passeggiata romantica, “Pierre” era accompagnato da una giovane amica di Naudin, Bernadette Praloran. Altre vedette, la cui identità ad oggi non è stata ancora accertata, erano poste all’aeroporto di Villacoublay, lungo i due percorsi abituali ed in prossimità dell’Eliseo.

Dal momento della segnalazione delle vedette il dispiegamento degli uomini e la preparazione dell’agguato richiedevano un certo tempo ed una estrema precisione nell’esecuzione dei compiti assegnati a ciascuno. La minima incertezza poteva mandare in fumo l’operazione. Infatti, prima di riuscire a passare veramente all’azione nella serata del 22 agosto, i congiurati avevano effettuato due tentativi, entrambi falliti per mancanza di coordinamento e di tempismo. All’inizio di agosto, Bastien-Thiry aveva interrotto le sue vacanze in Svizzera dopo aver appreso dai giornali la notizia che per mercoledì 8 era stata programmata la visita all’Eliseo dell’ex presidente americano Eisenhower. Allertata la sua squadra, in cui non era stata ancora incorporata la banda guidata da Prévost, Bastien-Thiry era rimasto in attesa del segnale di “Pierre”, che era giunto puntuale. Anche la vedetta di Villacoublay non aveva deluso le aspettative, indicando tempestivamente che il corteo presidenziale aveva imboccato il percorso numero uno lungo il corso della Senna. Tuttavia alcune improvvise deviazioni del corteo avevano impedito al commando sia di prendere le posizioni previste per il duplice agguato, sia di affiancare in corsa l’auto su cui viaggiava de Gaulle per tentare un attacco in movimento. Il secondo fallimento non era stato meno frustrante. Non conoscendo la data precisa di convocazione del consiglio dei ministri, Bastien-Thiry aveva ordinato al commando di tenersi pronto sin dal 21 agosto. Gli uomini avevano atteso il segnale di “Pierre” in un appartamento di proprietà del patrigno di Ducasse, in rue Vaugirard, da cui potevano essere agevolmente raggiunti entrambi i percorsi abituali del corteo presidenziale. Nella stessa via Bastien-Thiry aveva preso una camera all’hotel Terminus a nome Leroy. Alle 21 aveva telefonato a Bougrenet per comunicargli il cessato allarme e predisporre l’azione per l’indomani mattina. Poco prima delle 9 del 22 agosto, “Pierre” aveva avvertito “Didier” della partenza del volo presidenziale dall’aeroporto di Saint Dizier. Come convenuto, tutti i membri del commando avevano raggiunto la stazione Boucicaut della metropolitana, in attesa di conoscere su quale percorso dispiegarsi. Alla segnalazione da Villacoublay sulla scelta del percorso numero due, i mezzi dei congiurati si erano mossi in gran velocità, ma erano giunti nel punto prescelto per l’agguato in ritardo, quando ormai il corteo presidenziale era passato. Era stato sufficiente un guasto temporaneo al telefono della vedetta di Villacoublay per far accumulare agli attentatori un tale ritardo da far fallire l’operazione. Nonostante lo smacco subito, Bastien-Thiry aveva deciso di tenere sotto pressione i suoi uomini e di ritentare la fortuna in serata. Aveva quindi dato ordine al commando di convergere verso l’appartamento della sorella di Bertin in via Victor Hugo a Meudon.

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