Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

Indebolita dall’esodo dei pieds-noirs, privata di ogni prospettiva politica, l’O.A.S. si era abbandonata ad una furia cieca che mirava a trasformare la terra per cui si era tanto accanitamente battuta in una landa desolata. I commando di Degueldre, denominati Delta, avevano scatenato un inferno di esplosioni contro ogni genere di obiettivo: banche, impianti industriali, infrastrutture, ospedali, scuole e biblioteche. Ad Algeri erano andati in fumo oltre sessantamila volumi. Auto imbottite di esplosivo parcheggiate in prossimità di luoghi frequentati da musulmani avevano falciato decine e decine di vittime.

Mentre l’Algeria sprofondava nel sangue e nell’orrore sommando tragedia a tragedia, la polizia aveva arrestato prima il generale Jouhaud e poi anche il generale Salan. L’O.A.S., decapitata e del tutto incapace di fronteggiare la nuova congiuntura politica, aveva continuato a colpire, distruggere e seminare terrore tanto in Algeria quanto in Francia. Il 1° luglio 1962 de Gaulle aveva nuovamente chiamato i francesi alle urne per esprimersi sull’indipendenza algerina. La vittoria schiacciante dei “Sì” aveva definitivamente infranto il sogno dell’Algeria francese.

Le raffiche sparate contro l’auto presidenziale il 22 agosto 1962 non furono altro che un atto di rabbiosa vendetta.

II

La caccia agli autori del duplice agguato del Petit-Clamart fu breve ed assistita dalla fortuna. Il 24 agosto un volantino di rivendicazione inviato ai giornali confermò i forti sospetti che gli inquirenti avevano già maturato: “Il 22 agosto, dei patrioti hanno compiuto un atto di resistenza per liberare la Francia da un dittatore spergiuro che conduce il paese alla rovina dopo averlo condotto al disonore. Il Consiglio Nazionale della Resistenza approva totalmente questa azione. Oggi o domani, a dispetto di tutti, de Gaulle sarà abbattuto come un cane rabbioso.”.

Alla fine di marzo del 1962, qualche settimana prima di finire in manette ed essere deferito alla corte marziale, Salan aveva designato Georges Bidault come capo del Consiglio Nazionale della Resistenza (C.N.R.). Prevedendo una imminente sconfitta sul campo dell’O.A.S., il generale, che fin dall’inizio della sua latitanza aveva assunto il nome di battaglia di “Soleil”, si era posto il problema della sua successione ed aveva gettato le basi per la creazione di una nuova struttura che continuasse in Francia la battaglia contro il regime gollista. La scelta della denominazione della nuova organizzazione non era stata casuale, volendo evocare la coraggiosa lotta che il Consiglio Nazionale della Resistenza, fondato da Jean Moulin nel 1943, aveva combattuto contro l’occupazione nazista. Altrettanto meditata era stata la scelta dell’uomo a cui affidarne la guida. Bidault, successore di Moulin alla presidenza del C.N.R. durante la guerra, insignito dell’onorificenza di Compagnon de la Libération, ex primo ministro, strenuo difensore della bandiera dell’Algeria francese in seno all’assemblea nazionale, gli era parsa la figura più autorevole a cui assegnare il compito di riannodare i fili dell’O.A.S., ormai in fase di disgregazione.

Il legame tra Salan e Bidault era ben noto alla polizia da quando, nel settembre del 1961, in seguito all’arresto all’aeroporto di Orly di un corriere dell’O.A.S., era entrata in possesso di documenti compromettenti. Nel novembre dello stesso anno, Bidault aveva sfidato apertamente de Gaulle partecipando a Parigi ad un affollato comizio, organizzato dal comitato di Vincennes, in cui erano risuonate invocazioni all’O.A.S. ed al generale Salan. Nonostante l’immunità parlamentare, la polizia aveva intensificato la sorveglianza nei suoi confronti, tanto da indurlo a rifugiarsi in Svizzera nel marzo del 1962. Un mese più tardi, Bidault aveva firmato sotto la sigla C.N.R. una vibrata dichiarazione di condanna del referendum sull’autodeterminazione algerina indetto da de Gaulle. L’arresto ad Algeri, il 20 aprile 1962, del generale Salan gli aveva offerto l’occasione di far valere il suo diritto di successione alla guida della lotta per l’Algeria francese. La volontà espressa da “Soleil” era stata rispettata. Nel maggio del 1962 erano convenuti in gran segreto a Roma Jacques Soustelle, accademico di Francia, con un passato di fervente gollista, fondatore del comitato di Vincennes, un’organizzazione trasversale che, prima di essere sciolta da de Gaulle nel novembre del 1961, aveva tentato di riunire intellettuali e politici intenzionati a battersi per la difesa dell’integrità territoriale francese, il colonnello Antoine Argoud, ex capo di stato maggiore del generale Massu ed animatore della rete spagnola dell’O.A.S., e Pierre Sergent, responsabile della rete metropolitana dell’O.A.S., per assegnare a Bidault la presidenza del comitato esecutivo del C.N.R.. Anche il piccolo gruppo conservatore che aveva gestito l’attentato di Pont sur Seine, pur senza rinunciare alla propria identità ed alla propria sigla, C.N.R.I., aveva guardato con favore a Bidault e gli aveva offerto, attraverso il proprio agente di collegamento, il capitano di corvetta Jacques Roy, la competenza di “Germain”, ribattezzato “Didier”, per portare a termine l’operazione a lungo avversata da Salan: uccidere la “Grande Zohra”.

Non disponendo di informazioni precise sul C.N.R., gli inquirenti posero in cima alla lista dei ricercati, oltre a Bidault, sui cui gravava da qualche settimana un mandato di arresto internazionale, il dirigente dell’O.A.S. più pericoloso rimasto in circolazione: il capitano Sergent. La cattura nel maggio precedente dell’industriale André Canal, fondatore di un gruppo autonomo dell’O.A.S., denominato “Mission III”, autore dell’ondata di attentati al plastico che aveva terrorizzato Parigi, era stato l’ultimo clamoroso successo ottenuto dalla polizia. Da quel momento le esplosioni si erano diradate, rendendo ancora più inafferrabili i militanti ed i dirigenti a piede libero. In mancanza di indizi, gli inquirenti procedettero perciò alla cieca, dispiegando, con la piena collaborazione del ministero degli Interni, una imponente rete di posti di blocco su tutto il territorio francese, nella speranza che qualche gregario vi finisse impigliato e rivelasse elementi utili ad imprimere una svolta positiva alle indagini. E così avvenne.

Il 3 settembre in un posto di blocco in prossimità di Valence, sull’arteria principale tra Parigi e Marsiglia, gli agenti della gendarmeria fermarono un’auto immatricolata ad Algeri con quattro uomini a bordo. Uno di essi, sprovvisto di documenti, dichiarò candidamente di chiamarsi Pierre Magade e di essere ricercato per diserzione. Il confronto delle impronte digitali confermò le sue affermazioni. In attesa di essere consegnato alle autorità militari, il giovane ed emotivo Magade fu sottoposto ad un interrogatorio di routine, nel corso del quale confessò spontaneamente di aver partecipato all’agguato del Petit-Clamart. Inizialmente increduli, i gendarmi lo incalzarono, ottenendo risposte precise e circostanziate.

Nelle stesse ore in cui Magade cedeva alla tensione, abbandonandosi alle prime ammissioni, la polizia parigina concludeva un altro importante arresto. Alcuni cittadini residenti in via Victor Hugo a Meudon, un piccolo comune alle porte di Parigi non lontano da Clamart, avevano segnalato un via vai sospetto di uomini ed auto il giorno dell’attentato. La verifica di queste rivelazioni aveva aperto una pista promettente. Nello stabile sito al numero 2 di via Victor Hugo viveva Monique Bertin, sorella di Pascal, un giovane con l’ambizione di entrare all’accademia militare di Saint-Cyr, schedato come attivista pro Algeria francese ed irreperibile dal giorno seguente all’attentato.

Il 4 settembre, seguendo gli spostamenti di Monique, la polizia giunse in poche ore all’arresto di Pascal in un grande magazzino della capitale. L’omertà di Bertin, che si limitò a dichiarare la propria appartenenza all’O.A.S., fu compensata dalla loquacità di Magade, che fornì le generalità di quasi tutti i suoi complici. Sapendo chi cercare, la polizia agì con fulminea rapidità. Etienne Ducasse, un giovane studente di diritto, fu arrestato in Borgogna a casa del patrigno, un generale in pensione dell’aeronautica. A Montmartre finì in manette Jacques Prévost, un ex parà reduce da Diem Bien Phu, mentre si trovava al volante di una vistosa Chevrolet Bel-Air in compagnia di Alain Bougrenet de la Tocnaye, un ex ufficiale discendente da una nobile famiglia bretone, già condannato per il suo coinvolgimento nel putsch dei generali dell’aprile 1961. A bordo dell’auto furono trovate armi che avevano sparato al Petit-Clamart. Bougrenet, che non compariva nella lista di nomi fornita da Magade, esibì prima dei documenti falsi, poi spontaneamente dichiarò la sua identità e si offrì di collaborare, mostrandosi quasi ansioso di convincere gli inquirenti dell’importanza del proprio ruolo nell’attentato. Prévost non si mostrò meno collaborativo, rivelando subito il nome di un altro congiurato: Alphonse Constantin, un ex caporale della legione reduce dall’Indocina, dal Marocco e dalla Tunisia, che a causa di un improvviso attacco di cistite non aveva potuto partecipare all’agguato del Petit-Clamart. Constantin fu arrestato nell’arco di poche ore mentre stava riconsegnando un veicolo preso a noleggio.

Le rivelazioni di Magade trascinarono in carcere anche l’ex legionario Gérard Buisines e Lazlo Varga, un esule ungherese scampato alla repressione sovietica. Altri due ungheresi, Lajos Marton, un fanatico anticomunista, e Gyula Sari, un legionario reduce dall’Indocina, benché braccati, riuscirono a far perdere le proprie tracce.

Nel frattempo le indagini sul furgone Renault Estafette giallo ritrovato poche ore dopo l’agguato proseguirono, portando a nuovi arresti. Il banale controllo della targa condusse gli investigatori ad un individuo che sotto il falso nome di Jean-François Murat aveva noleggiato il veicolo a Joigny, in Borgogna. Lo stesso misterioso Murat risultò aver noleggiato a Compiègne, in Piccardia, una Fiat Neckar, ritrovata a Parigi con il baule colmo di granate, fucili mitragliatori e munizioni di ogni calibro.

Le deposizioni delle impiegate di Joigny e di Compiègne furono concordi nel descrivere Murat come un giovane gentile e di bell’aspetto, ma non fornirono altri elementi utili a svelare la sua vera identità. Perciò le indagini furono estese dalle agenzie di autonoleggio agli alberghi di ogni angolo di Francia. Dai registri dell’Hotel de la Poste di Dinan, in Bretagna, emerse che un uomo rispondente al nome di Murat era stato ospitato per una sola notte tra il 2 ed il 3 luglio. Quel brevissimo soggiorno sarebbe stato insignificante se Murat non avesse commesso la leggerezza di fare dalla sua camera una telefonata a Lauzun, un piccolo villaggio di un migliaio di abitanti in Aquitania. I destinatari di quella chiamata, i coniugi Larrieu, furono immediatamente condotti a Parigi per essere interrogati. Il loro silenzio non durò a lungo, confessarono di aver incominciato a lavorare per la causa dell’Algeria francese nel gennaio del 1962 e di aver dato asilo a diversi attivisti, tra cui Armand Belvisi, arrestato a Parigi nel mese di maggio dopo una lunga latitanza, Bougrenet de la Tocnaye e Geroges Watin, detto “la boiteuse”, la zoppa, entrambi già identificati, grazie a Magade, come membri del commando del Petit-Clamart . I Larrieu fecero anche il nome del maggiore Henri Niaux. Quel nome, benché del tutto sconosciuto, accese l’interesse degli investigatori.

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