Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

Il ramo azioni, sotto la guida del medico Jean-Claude Pérez, fondatore di uno dei primi gruppi di auto difesa dei pieds-noirs contro le azioni terroristiche dell’F.L.N., e di Roger Degueldre, un ufficiale disertore della legione straniera destinato a conquistarsi la fama di “genio del terrorismo urbano”, si era distinto per il suo dinamismo, dando macabra concretezza allo slogan: “L’O.A.S. colpisce chi vuole, dove vuole, quando vuole!”. Ogni esplosione che dilaniava un nemico dell’Algeria francese, ogni colpo di pugnale che abbatteva un presunto traditore della patria aveva contribuito a risollevare il morale dei pieds-noirs, riaccendendo le loro speranze di riuscire a preservare terra, averi, identità e memorie. Il responsabile del ramo propaganda, Susini, aveva saputo sfruttare i successi ottenuti sul campo dagli spietati commando di Degueldre per fare proseliti tra i pieds-noirs ed alimentare il mito dell’invincibilità dell’O.A.S.. Talvolta l’audacia, più ancora della violenza o del fragore delle esplosioni, si era rivelata efficace per conquistare la mente ed i cuori dei pieds-noirs. Nell’agosto del 1961, l’O.A.S. aveva offerto una dimostrazione clamorosa della sua onnipotenza inserendosi sulle frequenze della radio di stato per diffondere un invito alla ribellione contro la dittatura gollista.

L’O.A.S. si era rapidamente ramificata anche a Parigi e nel resto della Francia, grazie alla fanatica abnegazione di un altro ex ufficiale della legione straniera, Pierre Sergent. Benché potesse contare su di un organico molto più ridotto rispetto a quello algerino, su modeste capacità di fare proselitismo e soprattutto su di un sostegno molto limitato nell’opinione pubblica, la rete metropolitana dell’O.A.S. già nell’estate del 1961 si era resa responsabile di decine di attentati esplosivi ogni mese, mostrando capacità offensive tanto sviluppate da poter minacciare il nemico numero uno dell’Algeria francese.

All’inizio di settembre del 1961, una dichiarazione rilasciata dal generale de Gaulle riguardo al riconoscimento, fino ad allora ostinatamente negato, del carattere algerino del Sahara aveva sbloccato il negoziato con l’F.L.N., giunto ad una fase di stallo. La replica dell’O.A.S. a quest’ultimo cedimento, che prefigurava la nascita di uno stato algerino pienamente sovrano, svincolato da qualsiasi tutela francese rispetto allo sfruttamento delle immense risorse del Sahara, non si era fatta attendere.

La sera dell’8 settembre 1961, in prossimità di Pont sur Seine, il corteo presidenziale diretto dall’Eliseo alla Boisserie era stato investito dalla violenta esplosione di un ordigno nascosto in un mucchio di sabbia, posto al margine della strada in previsione delle gelate invernali. In seguito all’onda d’urto, l’auto sui cui viaggiava il generale in compagnia della moglie aveva sbandato, poi aveva attraversato indenne una barriera di fiamme alte fino al cielo che ingombrava la carreggiata. La destrezza al volante del maresciallo Marroux aveva contribuito a salvare la vita della coppia presidenziale non meno dell’imperizia degli attentatori. Infatti la carica di circa quaranta chili di esplosivo, stipata in una bombola di gas, nascosta per una settimana sotto il mucchio di sabbia, era stata in gran parte neutralizzata dall’umidità. La violenza dell’esplosione pur ridotta del 90% del suo potenziale distruttivo era comunque riuscita ad innescare un bidone di liquido infiammabile, collocato dagli attentatori a poca distanza dell’ordigno per amplificarne gli effetti.

Ad azionare il comando a distanza di quella bomba difettosa era stato Martial de Villamandy, un ex speaker di radio Saigon che aveva abbracciato con entusiasmo la causa dell’Algeria francese. La polizia era giunta al suo arresto nell’arco di poche ore. Allontanandosi dal luogo dell’esplosione, Villamandy aveva perso il controllo della sua auto, impantanandosi in un fosso. Un contadino, Daniel Pillet, che percorreva quel viottolo di campagna in sella ad un ciclomotore gli aveva prestato aiuto. Per sdebitarsi Villamandy si era sentito in dovere di invitare il suo soccorritore a bere un bicchiere al caffè del Centro di Pont sur Seine, dove tutti gli avventori erano intenti a commentare il misterioso boato udito pochi minuti prima. Villamandy aveva bevuto in fretta il suo bicchiere e si era accomiatato con mille ringraziamenti. Pillet aveva sorseggiato più lentamente, poi spinto dalla curiosità si era diretto in compagnia di un amico verso il luogo dell’esplosione. Lungo la strada avevano incontrato un posto di blocco. Non potendo proseguire si erano messi a conversare con gli agenti della gendarmeria ed avevano finito per raccontare di quel forestiero liberato dal fango a poca distanza dalla strada nazionale mentre si aggirava al buio, senza meta tra campi e boschi. Quel racconti non aveva lasciato indifferenti i gendarmi.

Nel frattempo Villamandy, dopo aver constatato che tutte le strade in uscita da Pont sur Seine erano bloccate, aveva ritenuto più prudente ritornare al caffè e mescolarsi agli avventori, particolarmente numerosi in quella sera dedicata al santo patrono. La gendarmeria allertata da Pillet non aveva impiegato molto tempo prima di passare a dare un’occhiata al caffè del Centro. Una rapida ispezione all’auto di Villamandy era stata sufficiente per scoprire una prova schiacciante. Nel bosco che fiancheggiava la strada nazionale, accanto al detonatore era stata rinvenuta una custodia che corrispondeva perfettamente al binocolo in bella mostra sul cruscotto dell’auto di Villamandy. Difronte all’evidenza, l’ex speaker di radio Saigon non si era fatto pregare troppo per denunciare i suoi complici: Henry Manoury, Bernard Barance, Jean-Marc Rouvière, Dominique Cabane de la Prade ed Armand Belvisi. Della mente operativa dell’attentato non aveva potuto svelare altro che il nome di battaglia: “Germain”.

Tra tutti i membri del commando, soltanto Belvisi era riconducibile alla rete metropolitana dell’O.A.S., diretta dal capitano Sergent. Sull’ipotesi di assassinare il capo dello stato il gruppo dirigente dell’O.A.S. si era spaccato. Pérez, Susini, Sergent e Godard si erano dichiarati favorevoli, ritenendo che la morte di de Gaulle avrebbe fatto vacillare la quinta repubblica, al contrario Salan, probabilmente cedendo ad un sussulto di senso dell’onore militare, si era opposto con decisione. I dirigenti favorevoli all’assassinio di de Gaulle non si erano docilmente rassegnati al veto di Salan, al tempo stesso non avevano voluto sfidare apertamente la sua autorità. Pertanto avevano incoraggiato un piccolo gruppo clandestino ultraconservatore, composto da intellettuali, politici e militari insospettabili, ad elaborare in autonomia un piano per l’eliminazione di de Gaulle, limitandosi ad inserire nel commando un soggetto come Belvisi, coinvolto marginalmente nella rete metropolitana dell’O.A.S.. Con questo espediente erano convinti in caso di successo di poter acquisire forza nella lotta di potere con Salan ed in caso di fallimento di poter negare ogni accusa di insubordinazione.

Il gruppo incaricato di uccidere la “Grande Zohra”, destinato più tardi ad assumere la denominazione di Consiglio Nazionale della Resistenza Interna (C.N.R.I.), aveva affidato al suo uomo più qualificato, un tenente colonnello dell’aeronautica esperto in missilistica e balistica, il compito di progettare le modalità operative dell’attentato, arruolando invece gli altri membri del commando negli ambienti dell’estremismo pieds-noirs e dei reduci dall’Indocina.

Protetto dal nome di battaglia “Germain”, l’uomo del C.N.R.I. era sfuggito all’arresto. Allo stesso modo Belvisi, potendo contare sull’assistenza della rete metropolitana dell’O.A.S., aveva fatto perdere le sue tracce per diversi mesi. In mano agli inquirenti non era rimasta altro che la bassa manovalanza, da cui Salan in una lettera aperta indirizzata ai giornali aveva potuto prendere le distanze, condannando l’attentato. A confondere ulteriormente le acque sarebbe poi intervenuto l’avvocato difensore degli attentatori, Tixier-Vignancour, che avrebbe dipinto i suoi assistiti come dei “cani sciolti, inconsapevolmente manovrati addirittura dal ministero degli Interni. Nella sua fantasiosa ricostruzione, a Pont sur Seine non era scoppiata una bomba, ma un grosso ed innocuo petardo, con l’obiettivo non di uccidere de Gaulle, ma di convincerlo ad adottare misure più incisive contro l’O.A.S.. La tesi dell’attentato fasullo, benché destinata a crollare in tribunale, avrebbe nell’immediato sviato l’attenzione degli inquirenti e dell’opinione pubblica, coprendo i veri mandanti politici, che dopo il loro primo fallimento non si erano certo scoraggiati.

Bomba o petardo che fosse, l’ordigno esploso a Pont sur Seine aveva accresciuto la popolarità di de Gaulle, conferendogli la base di consenso necessaria per reagire con fermezza tanto alle intimidazioni dell’O.A.S. quanto alle pressioni dell’F.L.N.. A partire dall’autunno del 1961, pur senza riuscire ad arrestare il proliferare degli attentati al plastico, la polizia aveva proceduto a numerosi arresti, indebolendo la rete metropolitana dell’O.A.S.; al tempo stesso aveva stroncato con selvaggia violenza il tentativo dell’F.L.N. di mettere sotto pressione il governo mobilitando gli algerini residenti a Parigi. Il 17 ottobre la manifestazione non autorizzata di oltre trentamila musulmani per le vie di Parigi si era conclusa con un orribile massacro: circa duecento morti e migliaia di feriti.

Dopo aver dimostrato di non essere disposto a lasciarsi manovrare né dall’O.A.S. né dall’F.L.N., de Gaulle aveva rinnovato i suoi sforzi per dare nuovo slancio al processo di autodeterminazione algerino. Sfidando la ferocia terroristica dell’O.A.S., all’inizio di febbraio del 1962 aveva annunciato l’imminente soluzione della tormentata questione algerina. Un mese più tardi i lavori della conferenza di Evian erano ripresi per concludersi il 18 marzo con la firma del cessate il fuoco tra l’esercito francese e l’F.L.N. . Ad Algeri, i pieds-noirs, inquadrati dall’O.A.S. erano insorti con le armi in pugno, prendendo il controllo del quartiere di Bab el Oued. L’esercito, questa volta senza esitazioni, era intervenuto aprendo il fuoco e provocando quarantasei morti e duecento feriti. Lo spargimento del sangue dei pieds-noirs nelle vie di Algeri non aveva scalfito la determinazione della maggioranza dei francesi a recidere ogni legame con l’Algeria. In occasione del referendum dell’8 aprile oltre il 90% dei votanti aveva espresso il proprio consenso alla politica di de Gaulle. Dopo il voto era iniziato l’esodo disperato di un milione di pieds-noirs verso l’altra sponda del mediterraneo, lasciandosi alle spalle case, terreni, attività economiche e radici culturali ramificatesi nel corso di centotrent’anni. Per arrestare l’emorragia della propria base di massa, l’O.A.S. aveva compiuto ogni sforzo, arrivando persino a presidiare le agenzie di viaggi e le aree di imbarco dei porti. Né la propaganda, né le intimidazioni avevano potuto ridare speranza ad un popolo affranto. A partire dalla fine di maggio ogni giorno migliaia di pieds-noirs avevano scelto la via dell’esilio.

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