Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

Dopo aver consolidato, presso l’opinione pubblica ed all’interno delle istituzioni, la sua posizione, de Gaulle si era preoccupato di rinsaldare i legami di fedeltà dell’esercito, recandosi, nel marzo del 1960, a visitare le truppe di stanza in Algeria. Difronte ad ufficiali e soldati, aveva spiegato l’importanza di ottenere una netta vittoria sull’F.L.N. per costringerlo ad accettare il principio di autodeterminazione dell’Algeria, il solo che potesse preservare una qualche forma di legame tra le due sponde del Mediterraneo: “La bandiera francese sventolerà ancora a lungo, siatene certi, ad Algeri. L’indipendenza sarebbe nello stesso tempo una catastrofe, una sciocchezza, una mostruosità. Sono gli algerini che decideranno. Io credo che diranno: ‘una Algeria algerina legata alla Francia’.”. Le sue esortazioni, benché si prestassero ad interpretazioni opposte, non erano state inefficaci. L’esercito aveva rinnovato il suo slancio, procedendo rapidamente alla pacificazione pressoché completa delle regioni di Algeri e di Orano.

Forte dei successi militari conseguiti, de Gaulle nel giugno del 1960 aveva aperto a Melun, un piccolo comune nella regione parigina, le trattative con i rappresentanti dell’F.L.N. I negoziati, falliti sul nascere, avevano offerto agli attivisti dell’Algeria francese, in carcere o latitanti, nuovi argomenti per accusare de Gaulle di tradimento, infiammando l’odio dei pieds-noirs. Bidault aveva definito l’apertura di un dialogo con il nemico una “cupa follia”. All’indomani del suo pensionamento, il generale Salan, divenuto presidente dell’associazione dei combattenti dell’Unione francese, aveva incominciato a muovere critiche così dure alla politica gollista da indurre il governo a vietargli di stabilirsi ad Algeri. Alla fine di ottobre del 1960, dopo una infiammata conferenza stampa in compagnia di Bidault e del generale Zeller, Salan si era trasferito in Spagna, dove era entrato in contatto con la dirigenza del movimento estremista dei pieds-noirs.

Nonostante l’epurazione seguita alla settimana delle barricate dei più accesi simpatizzanti dell’Algeria francese, l’esercito non era rimasto indifferente alla radicalizzazione dell’opposizione di Salan, a cui molti ufficiali attribuivano un nobile significato patriottico.

Come sua abitudine, de Gaulle non si era lasciato intimidire né dagli anatemi degli estremisti, né dalle avvisaglie del crescente disagio dei militari, tuttavia non aveva ignorato la crescente pressione dell’opinione pubblica, soprattutto di sinistra, a favore di una rapida conclusione della guerra. Nel novembre del 1960, in occasione di uno dei suoi frequenti discorsi televisivi alla nazione, aveva annunciato la convocazione di un referendum sul principio di autodeterminazione, evocando per la prima volta la futura costituzione di una repubblica algerina indipendente. L’improvvisa accelerazione impressa al processo di autodeterminazione aveva suscitato una nuova e più impetuosa ondata di risentimento nelle file dei sostenitori dell’Algeria francese e negli ambienti militari. Il maresciallo Alphonse Juin, l’eroe della campagna d’Italia profondamente legato alle sue origini algerine, aveva pubblicamente rotto la sua cinquantennale amicizia con de Gaulle ed aveva espresso la sua piena solidarietà a Salan e Jouhaud, entrati ormai in semi clandestinità.

In vista della consultazione popolare il generale si era recato in Algeria dove era stato accolto da violentissime contestazioni da parte dei pieds-noirs in preda all’esasperazione. Il servizio di sicurezza aveva sventato ad Orléansville un attentato contro la sua persona. Un altro complotto, ideato dal generale Jouhaud per rapire il capo dello stato e giustiziarlo dopo un processo sommario, era fallito prima ancora di essere attuato. Anche la comunità musulmana aveva colto l’occasione della visita presidenziale per scendere nelle piazze a far sentire le proprie invocazioni all’F.L.N. ed all’indipendenza. I cortei dei pieds-noirs e quelli dei musulmani si erano affrontati nelle strade di Algeri, di Orano e di altri centri minori. Gendarmeria ed esercito non avevano esitato a sparare sulla folla per riportare l’ordine. Il bilancio degli scontri era stato di un centinaio di morti, per lo più musulmani.

Il generale aveva continuato la sua campagna elettorale dagli schermi televisivi, dichiarandosi pronto a dimettersi dal suo incarico in caso di sconfitta. Il voto popolare dell’8 gennaio 1961 aveva confermato la piena fiducia dei francesi nella politica presidenziale. Grazie alla massiccia partecipazione dei musulmani, il “sì” aveva trionfato anche in Algeria. Soltanto nelle grandi città il “no” dei pieds-noirs si era fatto sentire.

L’inequivocabile risultato delle urne da una lato aveva incoraggiato de Gaulle a riprendere i negoziati con l’F.L.N., dall’altro aveva spinto i partigiani dell’Algeria francese verso la lotta armata ed il terrorismo. Poche settimane dopo il referendum, l’avvocato liberale Pierre Popie, colpevole di essersi espresso pubblicamente a favore dell’indipendenza algerina, era stato pugnalato da un paio di sicari arruolati nelle file del Fronte dell’Algeria Francese (F.A.F.), una rete clandestina organizzata dall’industriale André Canal, detto “Le Monocle”, in quanto cieco da un occhio. Mentre ad Algeri il terrorismo mieteva le sue prime vittime, a Madrid venivano definite le strategie per proseguire la lotta per l’Algeria francese. Nel dicembre del 1960, approfittando dei benefici delle libertà provvisoria, i leader dell’estremismo pieds-noirs, Susini e Lagaillarde, in attesa di giudizio per i crimini commessi durante la settimana delle barricate erano fuggiti da Parigi per riparare in Spagna ed offrire a Salan di unire le forze per la causa comune. Da questo accordo, nel febbraio del 1961, era nata l’O.A.S., l’ultima e più fragile delle organizzazioni estremiste, ma non per questo meno sanguinaria. Già in marzo si era conquistata la ribalta uccidendo, con due cariche di esplosivo plastico piazzate presso la sua abitazione, il sindaco di Evian, Camille Blanc. Una punizione esemplare per non essersi rifiutato di ospitare nella sua città i negoziati tra il governo francese e l’F.L.N. .

Nella strategia dell’O.A.S. e degli altri gruppuscoli oltranzisti, il terrorismo era lo strumento per rallentare ed intralciare il processo di autodeterminazione algerino avviato da de Gaulle, mentre la sollevazione dell’esercito era quello per bloccarlo definitivamente. In qualità di ex comandante delle truppe in Algeria, di ufficiale più decorato delle forze armate, di leader riconosciuto degli ex combattenti, Salan si era illuso di poter convincere l’esercito a mettere in atto un colpo di stato per destituire de Gaulle. Dopo un avvio incoraggiante, la saldatura tra estremisti pieds-noirs ed esercito, come già era avvenuto nel gennaio 1960, era sfumata. Il 21 aprile 1961, alcuni reparti di paracadutisti delle legione straniera avevano assunto il controllo dei centri nevralgici di Algeri: la sede del governo, il municipio, l’aeroporto ed i depositi di armi. I generali Challe, Zeller e Jouhaud si erano rivolti alla popolazione annunciando di aver preso il potere per rispettare il giuramento dell’esercito di mantenere francese l’Algeria. Rientrato in tutta fretta ad Algeri dalla Spagna, Salan era stato acclamato dalla folla.

All’Eliseo nel frattempo de Gaulle aveva mantenuto il suo sangue freddo, arrivando persino, durante un consiglio dei ministri, ad ironizzare su quanto stava accadendo nella città bianca: “Il fatto più grave in questa vicenda è che non si tratta di una cosa seria.”. Neppure rivolgendosi ai francesi dagli schermi televisivi aveva rinunciato a ridicolizzare i capi della congiura, descrivendoli come un pugno di generali in pensione accecati dall’ambizione, dal fanatismo e dalla pochezza delle loro capacità. Alla derisione, de Gaulle aveva fatto seguire l’annuncio dell’assunzione dei pieni poteri, ai sensi dell’articolo 16 della costituzione, e l’esortazione a tutti i francesi, a cominciare da quelli in uniforme, a rispettare il loro giuramento di fedeltà alla repubblica. I soldati di leva che costituivano la maggioranza del contingente di stanza in Algeria avevano riconosciuto in quelle parole la voce della legittima autorità ed avevano isolato i generali golpisti a cui non era rimasto che il dilemma tra la resa e la fuga. Challe e Zeller avevano optato per la prima, Salan e Jouhaud per la seconda.

Il fallimento del putsch dei generali aveva privato gli estremisti della loro arma più efficace, costringendoli a concentrare nel terrorismo e nell’insurrezione dei pieds-noirs le loro speranza per salvare il sogno dell’Algeria francese, che con l’avvio dei negoziati di Evian pareva destinato a svanire in breve tempo. La necessità di agire in fretta e la profondità della delusione per la sconfitta subita avevano agito da catalizzatore. I gruppuscoli dell’estremismo prima dispersi erano confluiti nell’O.A.S., che sotto la guida di Salan si era dotata di una struttura efficace e determinata. Il colonnello Yves Godard, esperto di guerra psicologica, ispirandosi al modello di struttura clandestina rivoluzionaria rappresentato dall’F.L.N., aveva plasmato l’O.A.S. su di un organigramma suddiviso in tre rami: organizzazione delle masse, azione diretta e propaganda. Salan, affiancato da uno stato maggiore composto dai capi dei tre rami e da un servizio informazioni gestito da Godard, si era riservato la guida dell’organizzazione. Al generale Jouhaud era sta affidata la responsabilità di dirigere l’O.A.S. nella zona di Orano.

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