Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

All’opinione pubblica, in una affollata conferenza stampa convocata al Palais d’Orsay il 19 maggio 1958, de Gaulle aveva dichiarato di non avere alcuna intenzione di intraprendere all’età di sessantasette anni la carriera del dittatore, evocando la sua indomita battaglia per l’affermazione dei principi liberali e democratici calpestati dal regime di Vichy.

Anche in assenza di una aperta condanna da parte del generale delle tentazioni sediziose che serpeggiavano nell’esercito, le forze politiche, ad eccezione dei comunisti e di alcune personalità dell’area socialista e centrista, avevano finito per vincere le loro resistenze, preferendo le credenziali democratiche dell’uomo del 18 giugno a quelle dei paracadutisti di Massu e di Salan, che ormai anche la stampa giudicava, non senza motivo, sul punto di irrompere nelle sedi istituzionali della capitale.

Prima le dimissioni del governo Pflimlin, poi il conferimento a de Gaulle, a larga maggioranza parlamentare, dei pieni poteri per affrontare la questione algerina e dare una nuova costituzione alla repubblica avevano definitivamente annullato l’operazione “Resurrezione”, ma non avevano fugato tutti i timori dei pieds-noirs e degli ufficiali golpisti. Accanto a de Gaulle avevano trovato posto al governo uomini del vecchio regime come il socialista Guy Mollet e lo stesso Pflimlin, mentre erano stati esclusi alcuni ferventi sostenitori dell’Algeria francese come Bidault. Come primo atto da capo del governo de Gaulle era voltato quindi ad Algeri, per non alienarsi il sostegno di chi più di ogni altro gli aveva spianato la strada verso il potere e la possibilità di riscrivere la costituzione, incidendo la piaga del parlamentarismo. L’accoglienza era stata trionfale, militari, pieds-noirs e persino numerosi musulmani lo avevano acclamato come un salvatore. Al cospetto di una folla immensa che pendeva dalle sue labbra, il generale aveva rinunciato alla franchezza per adottare una formula cinicamente ambivalente: “Io vi ho capito!”. Senza rivelare, come aveva fatto con l’alleato americano, i suoi disegni sul futuro dell’Algeria, aveva lasciato intatti i sogni di ciascuno, in ossequio alla massima secondo cui non si esce dall’ambiguità che a proprio danno. Non aveva voluto deludere neppure il sogno dell’integrazione franco-algerina affermando: “Qui non ci sono che dei francesi a parte intera… . Per questi dieci milioni di francesi, i loro voti conteranno come quelli di tutti gli altri”. A Mostaganem, contagiato dall’entusiasmo della folla o forse tradito dalla stanchezza, si era persino lasciato sfuggire un “Viva l’Algeria francese!”.

Nell’immediato l’eloquenza ed il carisma del generale si erano rivelati efficacissimi nel suscitare consensi. Chiamati alle urne, pieds-noirs e musulmani avevano approvato a larga maggioranza, nel settembre del 1958, la costituzione della quinta repubblica che delineava una inedita forma di governo semipresidenziale, attribuendo al capo dello stato la condivisione del potere esecutivo con il primo ministro, la facoltà di sciogliere le camere, di sospendere il normale funzionamento del sistema costituzionale in caso di grave minaccia all’integrità ed all’indipendenza della nazione, di sottoporre direttamente all’approvazione popolare disegni di legge concernenti l’organizzazione dello stato. L’annuncio, in occasione di un discorso pronunciato a Costantina all’inizio di ottobre del 1958, di un piano di consistenti investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture algerine e per la scolarizzazione dei giovani musulmani era stato interpretato come una prova della volontà del generale di non separare i destini dei francesi che vivevano sulle sponde opposte del Mediterraneo.

Le illusioni dei pieds-noirs erano però ben presto svanite, lasciando il posto alla rabbia ed al rancore, non appena de Gaulle aveva incominciato a mostrare tutto il suo pragmatismo. Alla fine delle stesso mese di ottobre del 1958, nel corso di una conferenza stampa, aveva offerto ai ribelli dell’F.L.N. la “pace dei coraggiosi”, ponendo come unica condizione per l’avvio delle trattative la deposizione delle armi.

Salan ed i suoi ufficiali, con il pieno sostegno degli attivisti pieds-noirs, non avevano contemplato nessuna soluzione alla crisi algerina diversa dall’annientamento della rivolta guidata dall’F.L.N.. Pertanto, la parola pace, pronunciata dall’uomo che credevano avrebbe combattuto sino alla vittoria finale, e quindi al ristabilimento dello status quo, seppur con qualche apertura all’integrazione tra francesi e musulmani, li aveva colti di sorpresa ed indignati. Avevano tuttavia ritenuto più prudente non insorgere contro il de Gaulle, dal momento che la stessa situazione politica gli impediva di attuare il suo disegno. L’F.L.N. infatti aveva rifiutato sdegnosamente l’offerta di pace ed aveva intensificato la sua attività militare e terroristica. Benché il generale Salan avesse espresso con molta circospezione la sua ostilità, il governo aveva comunque provveduto a neutralizzare la sua influenza sediziosa sulle truppe schierate in Algeria, assegnandogli il prestigioso incarico di comandante della regione militare di Parigi.

Nel corso del 1959, i rapporti tra de Gaulle i militari di Algeri ed i pieds-noirs avevano continuato a deteriorarsi, senza tuttavia giungere ad una rottura definitiva. In pubblico, il generale, eletto nel dicembre del 1958 presidente della repubblica da un collegio di grandi elettori, era sfuggente a proposito dell’Algeria, rifiutava gli slogan, lasciava intendere di ritenere impraticabili soluzioni che guardassero al passato, ma non si impegnava a chiarire sino in fondo il suo pensiero. Nell’aprile del 1959, al deputato Pierre Laffont, direttore di un quotidiano di Orano, aveva dichiarato: “L’Algeria di papà è morta. Se non lo capiamo, moriremo con lei.”. Invitava a guardare al futuro, ma non aveva ancora messo una pietra tombale sul sogno dell’Algeria francese. A rendere ancor più indecifrabili le sue allusioni avevano contribuito le dichiarazioni del primo ministro, Michel Debré, che enfatizzavano l’indissolubilità del legame tra Francia ed Algeria.

Soltanto nel settembre del 1959, de Gaulle aveva finalmente dissipato ogni dubbio rivolgendosi direttamente ai francesi dagli schermi televisivi. Dopo aver illustrato gli incoraggianti segnali di ripresa economica registrati nei diciotto mesi dal suo ritorno al potere, aveva affrontato la questione algerina rompendo il tabù dell’autodeterminazione: “In nome della Francia e della repubblica, in virtù del potere che la Costituzione mi attribuisce di consultare i cittadini, con la protezione di Dio e con l’obbedienza della nazione, mi impegno a domandare da un lato agli algerini, nei loro … dipartimenti, cosa vogliono finalmente diventare, dall’altro a tutti i francesi di ratificare questa scelta qualunque essa sia.”. Pur ribadendo che anche in caso di secessione dei dipartimenti d’oltremare la Francia avrebbe protetto, a beneficio di tutto l’occidente, i suoi interessi petroliferi nel Sahara, de Gaulle aveva declassato l’Algeria francese da principio irrinunciabile a quesito referendario. Per non indebolire troppo la sua posizione difronte all’F.L.N. non aveva fissato una data per la consultazione popolare, ma aveva innescato un processo il cui esito, data la proporzione di uno a dieci tra pieds-noirs e musulmani, appariva scontato.

Moltissimi francesi, stanchi di temere per la vita dei propri figli chiamati a combattere una insensata ed anacronistica guerra coloniale contro l’F.L.N., avevano accolto le parole del generale come l’annuncio della fine di un incubo. Pur tra distinguo, cautele e crisi di coscienza, i leader di tutto l’arco costituzionale avevano finito per approvare la svolta nel senso dell’autodeterminazione algerina. Incurante dell’isolamento politico, Bidault si era invece affrettato a raccogliere attorno a sé una pattuglia parlamentare per la difesa dell’Algeria francese e del principio dell’integrazione della comunità musulmana. I pieds-noirs avevano gridato al tradimento, trovando nell’esercito un’ampia, anche se inizialmente discreta, solidarietà. Le voci di un nuovo pronunciamento militare erano giunte sino a Parigi. Nel gennaio del 1960, il generale Massu, nel corso di una intervista rilasciata ad un giornale tedesco, aveva apertamente confermato lo smarrimento dell’esercito difronte alla nuova politica algerina, gettando ombre sulla fedeltà di ufficiali e soldati. Difronte ad una presa di posizione così provocatoria ed eversiva, de Gaulle aveva immediatamente reagito rimuovendo Massu dal comando del corpo d’armata di Algeri.

L’allontanamento dell’ufficiale che rappresentava l’ultimo baluardo dell’Algeria francese contro la politica gollista dell’abbandono aveva suscitato la violenta protesta dei pieds-noirs che, sobillati da leader come Lagaillarde, Susini ed Ortiz, avevano invaso le vie del centro di Algeri ed innalzato barricate. Mentre l’esercito, agli ordini del generale Challe, si era limitato cautamente ad avviare trattative con i capi della rivolta, la gendarmeria invece aveva tentato di liberare le strade, ma era stata respinta dopo intensi scontri a fuoco che avevano causato venti morti, quattordici agenti e sei pieds-noirs, e circa centocinquanta feriti. Nonostante il sangue versato, alcuni reggimenti di paracadutisti dispiegati per dare l’assalto alle barricate avevano finito per fraternizzare con i pieds-noirs, ponendo il governo centrale in una posizione delicatissima. Dopo alcuni giorni di incertezza, in cui il rischio di un colpo di stato militare appariva imminente, de Gaulle era riuscito a risolvere la crisi a proprio favore, facendo ancora una volta affidamento al suo carisma. Indossata l’uniforme, si era rivolto dagli schermi televisivi ai francesi per condannare la rivolta e richiamare tutti i soldati al loro dovere di obbedienza alla legittima autorità. Il suo appello non era caduto nel vuoto. Ufficiali e truppa avevano proceduto in buon ordine allo sgombero delle barricate. Lagaillarde e Susini erano stati arrestati, Ortiz invece si era messo in salvo fuggendo in Spagna.

La settimana delle barricate di Algeri anziché indebolire de Gaulle l’aveva rafforzato, offrendogli il pretesto da un lato per allontanare dai centri di potere i politici, i funzionari e gli ufficiali sospettati di simpatie verso la causa dei pieds-noirs, dall’altro per ottenere dall’assemblea nazionale, ai sensi dell’articolo 38 della costituzione, la facoltà di legiferare tramite decreto sulle questioni relative alla difesa dell’ordine pubblico ed alla salvaguardia dello stato. Anche la popolarità del generale aveva raggiunto lo zenit. Secondo i sondaggi, circa il 75% dei francesi aveva approvato il suo operato.

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