Dossier: L’attentato del Petit-Clamart

Tra tutti i bersagli dei fanatici difensori dell’Algeria francese il più ambito era “La Grande Zohra”, come i pieds-noirs, i francesi d’Algeria, soprannominavano con disprezzo il generale de Gaulle. In tutto il nord Africa i cammellieri si rivolgevano affettuosamente ai loro animali chiamandoli Zohra, un nome femminile piuttosto comune, anche nei postriboli algerini. Il dileggio lasciava intravvedere un odio viscerale. Rappresentando de Gaulle come uno stupido cammello condotto da un arabo, oppure come una allampanata ed ammiccante odalisca, con tanto di kepì, baffi e naso pronunciato, pronta a prostituirsi, i pieds-noirs intendevano scacciare dal suo piedistallo l’eroe che il 18 giungo 1940 aveva salvato l’onore della Francia. Ai loro occhi, il “più illustre dei francesi” non era altro che uno spregevole traditore dei suoi doveri costituzionali, oltreché delle promesse politiche con cui aveva inaugurato il suo mandato, ed in quanto tale meritava una condanna a morte.

L’Algeria non era una colonia, uno dei tanti possedimenti di un impero un tempo immenso, ma parte integrante del territorio nazionale. Nei dipartimenti algerini, assegnati alla competenza del ministero degli Interni fin dal 1896, viveva oltre un milione di francesi, insieme a circa dieci milioni di musulmani. Alle due comunità non erano riconosciuti pari diritti, tuttavia entrambe risiedevano sul suolo della repubblica francese. La costituzione del 1946 aveva sancito che l’Algeria era la Francia: Algeri, Orano e Costantina erano città francesi esattamente come Parigi, Marsiglia o Lione. Anche soltanto ventilare l’ipotesi di cedere parte del territorio nazionale costituiva una palese violazione dell’articolo 85, che definiva la repubblica francese “una ed indivisibile”, pur riconoscendo la sussistenza delle collettività territoriali: comuni, dipartimenti e territori d’oltremare.

Nel tentativo di dare una parvenza legale ai loro propositi omicidi, gli attivisti pieds-noirs non si stancavano di ripetere che anche la nuova costituzione, voluta nel 1958 dal generale de Gaulle, riaffermava il principio dell’unità della repubblica ed assegnava al suo presidente il compito di garantirne l’indipendenza e l’integrità. Al di là della violazione dei principi costituzionali, ciò che i pieds-noirs non potevano perdonare alla “Grande Zohra” era di aver ingannato la loro fiducia, di aver subdolamente sfruttato il loro entusiastico appoggio per poi consegnare la loro terra, un lembo della repubblica francese, al Fronte di Liberazione Nazionale algerino (F.L.N).

Nel maggio del 1958, il pronunciamento dei vertici militari in Algeria era stato determinante per porre fine all’agonia della quarta repubblica e riportare de Gaulle al potere. Dopo la caduta, alla metà di aprile, del governo guidato da Felix Gaillard, i partiti si erano mostrati incapaci di esprimere una maggioranza in parlamento ed un premier. Sia Georges Bidault, sia René Pleven avevano finito per rifiutare l’incarico di formare un nuovo esecutivo. In questo vuoto di potere, che mostrava tutta la fragilità della quarta repubblica, i vertici militari ad Algeri avevano scorto la possibilità di imporre una politica di difesa ad oltranza dei dipartimenti d’oltremare. Molti nei ranghi dell’esercito temevano che l’inettitudine della classe politica rischiasse di creare le condizioni per una nuova Diem Bien Phu, questa volta in territorio francese. Il timore che una sconfitta sul campo, generata dall’incapacità dei politici di assumere decisioni nette, di rinunciare alle schermaglie parlamentari per servire gli interessi superiori della patria, vanificasse tutto il sangue versato per mantenere l’Algeria in seno al territorio nazionale si intrecciava per un verso con gli imperativi posti dalla guerra fredda e per un altro con la necessità di difendere la vita ed il patrimonio della popolazione pieds–noirs. Nella valutazione dello stato maggiore ad Algeri, se il movimento indipendentista algerino fosse riuscito a prevalere, sfruttando a suo favore l’impasse del sistema politico, la flotta sovietica non avrebbe impiegato molto tempo a sostituirsi a quella francese a Mers-el-Kébir ed oltre un milione di pieds-noirs si sarebbero trovati a dover scegliere tra la valigia e la bara. A condizione di essere sostenuto con coerenza e determinazione dalla classe politica, l’esercito era convinto di poter vincere la guerra scatenata a partire dal novembre del 1954 dall’F.L.N.; in caso contrario però, la sconfitta sarebbe stata inevitabile e durissima per i francesi d’Algeria.

La notizia dell’imminente conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al centrista Pierre Pflimlin, ben noto per la sua posizione favorevole ad una soluzione negoziata della questione algerina, aveva convinto lo stato maggiore ad Algeri a rompere gli indugi, facendo leva sugli attivisti pieds-noirs. Il 13 maggio 1958, una imponente manifestazione indetta ad Algeri dalle associazioni degli ex combattenti e dai comitati di difesa dell’Algeria francese per commemorare tre militari giustiziati dall’F.L.N., mentre a Parigi sembrava affermarsi la linea favorevole al negoziato, anticamera dell’abbandono, si era trasformata, sotto l’occhio benevolo dell’esercito, in un assalto alla sede del governo, a cui era seguito l’insediamento di un comitato di salute pubblica che aveva assunto i pieni poteri civili e militari. Benché il comandante in capo delle truppe in Algeria, Raoul Salan, pluridecorato reduce dall’Indocina e fervente anticomunista, incarnasse meglio di chiunque altro tutti gli spettri che agitavano lo stato maggiore e l’esercito, la nascita di uno stato filosovietico nel mediterraneo e la diaspora di un milione di pieds-noirs, la presidenza dell’improvvisato comitato insurrezionale era stata assegnata al generale Jacques Massu, in considerazione della sua immensa popolarità.

Nell’arco di pochi mesi, a partire dal gennaio del 1957, Massu, al comando della decima divisione paracadutisti, aveva stroncato ad Algeri l’attività terroristica dell’F.L.N., restituendo ai pieds-noirs la speranza che la “rivolta” algerina potesse essere domata. Per vincere la battaglia di Algeri non aveva esitato ad avallare esecuzioni sommarie ed a fare un ricorso sistematico alla tortura dei prigionieri. In Francia la sua feroce determinazione aveva suscitato sdegno in larghi settori dell’opinione pubblica, oltremare invece molti l’avevano considerata pienamente giustificata dai risultati ottenuti.

Né la formazione del gracile governo Pflimlin, né l’appello alla lealtà verso le istituzioni democratiche rivolto all’esercito dal presidente della repubblica Coty avevano potuto arrestare la proliferazione dei comitati di salute pubblica sul territorio algerino. La spirale del caos politico aveva continuato a crescere, creando un clima di tensione che lasciava presagire una imminente prova di forza. Nelle stanze del potere avevano incominciato a diffondersi le voci di un’operazione denominata in codice “Resurrezione” con cui i generali di Algeri contavano di assumere il controllo militare di Parigi. Mentre il “tintinnio delle sciabole” si faceva sempre più intenso e sinistro, le parole pronunciate ad Algeri dal generale Salan alla folla assiepata davanti al palazzo del governo avevano aperto uno spiraglio per una soluzione incruenta e legale della crisi: “La vittoria è la sola via della grandezza francese. Io sono dunque con voi, con tutti voi. Viva la Francia! Viva l’Algeria francese! Viva il generale de Gaulle!”.

Alle invocazioni di Salan, de Gaulle aveva indirettamente risposto con un comunicato dal tono sovrano, affermando la propria disponibilità ad assumere la guida della repubblica. Non volendo incrinare la sua immagine super partes, si era però guardato bene dall’esprimere solidarietà agli insorti di Algeri. Aveva puntato l’indice contro il sistema politico, senza tuttavia auspicare o giustificare nessuna azione eversiva, in modo da consentire ai vertici istituzionali di incanalare la crisi nei rituali costituzionali. Difronte all’indecisione dei partiti ed all’impazienza dei militari non aveva perso la calma e non aveva cercato di forzare i tempi. Si era invece preoccupato di fornire rassicurazioni sia agli Stati Uniti che all’opinione pubblica francese. Aveva riservato il privilegio di conoscere le sue vere intenzioni sul futuro dell’Algeria soltanto all’alleato americano. Se i pieds-noirs ed i golpisti di Algeri avessero conosciuto il suo pensiero si sarebbero resi conto quanto le loro speranze di una difesa ad oltranza dello status quo fossero mal riposte. In via riservata, attraverso fidati portavoce, il generale aveva fatto sapere all’ambasciata americana di non voler mettere in discussione la partecipazione francese alla NATO, di non avere velleità autoritarie, di non essere coinvolto nel complotto algerino e di avversare ogni ipotesi di politica repressiva in Algeria, sperando di convincere l’esercito a salvare il salvabile nei dipartimenti d’oltremare oppure ad accettare la creazione di una sorta di Commonwealth dell’Africa del nord.

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