Il governante, eletto chissà come, si rivolge direttamente al popolo, con i modi ed i mezzi disponibili, e gli richiede il parere su questo e su quello. Questa sarebbe la DEMOCRAZIA DIRETTA, oggi realizzabile con Twitter, Facebook eccetera. E non c’è modalità alcuna di verifica dei risultati. Con l’uso spregiudicato dei media e la parlantina sciolta e non di rado aggressiva si fa credere ciò che si vuole.
Centocinquanta anni prima di Cristo lo storico greco Polibio lodava il senato romano per la capacità dell’uso strumentale della religione, per tenere a bada le masse. Se il popolo – diceva – fosse composto da persone dotate tutte degli strumenti culturali e logici, capaci di fargli comprendere in pieno la realtà, non ci sarebbe alcun bisogno di strumenti di controllo e guida, perché ogni singolo individuo sarebbe capace di governarsi da solo. Siccome, però, siamo ben lontani da una situazione del genere, ecco allora che le masse vanno guidate, e, quando è il caso, bloccate anche con la religione. Parola di Polibio.
Platone diceva che per democrazia si intende la gestione del potere da parte dei migliori di una comunità, con il sostegno delle masse. E per migliori intende le persone che si distinguono per ONESTA’ e per COMPETENZA. Il sostegno delle masse si manifesta nella fase dell’elezione e poi in quella del giudizio. Platone (e chi era mai, ‘sto Platone? Solo uno di cui si continua a parlare da 2500 anni in qua!) viveva ad Atene, una città in cui, fino a Pericle (metà del V secolo a.C.), vigeva una organizzazione politica, che definiremmo parlamentare. La popolazione infatti era suddivisa in dieci demi, che in sede di votazione potremmo definire come collegi elettorali. Ogni demo esaminava i candidati, e tra loro ne sceglieva cinquanta. Quindi erano eletti cinquecento rappresentanti (50×10), che componevano la bulè, ciò che per noi sarebbe il parlamento.
Il sistema ha funzionato finché non è arrivato Pericle: di fatto ha esautorato la Bulè, privilegiando il rapporto diretto con il demos, il popolo. Piano piano da regime parlamentare si è scivolati verso un regime assembleare (tra l’altro fece remunerare la presenza in assemblea). Con il suo prestigio ed ascendente riusciva a moderare il demos. Ma, morto lui di peste un anno dopo aver scatenato la guerra con Sparta, non ci fu più nessuno in grado di tenere a freno la plebe (l’uomo della Provvidenza è una scelta rischiosa, si chiami Benito o Bettino, Silvio o Matteo, Beppe o l’altro Matteo, nessuno dei quali paragonabile a Pericle, uomo di grande spessore, eppure artefice di un disastro). Il suo posto fu preso da arruffapopolo, demagoghi, avventurieri, a causa dei quali la democrazia divenne plebiscitaria e sfrenata (Polibio la chiama “oclocrazia”, e non ha nulla a che vedere con l’anarchia, nel senso nobile del vocabolo), e si arrivò al disastro nella guerra, con la sconfitta e la fine dello sviluppo democratico. Vedremo tra poco ciò che scrive Senofonte a proposito di questo.
Prima però vorrei pormi e porvi una domanda: quale capacità di giudizio e di indirizzo può avere un popolo come il nostro, nel quale la maggioranza delle persone è in condizione di “analfabetismo funzionale”? (Si tratta di persone che hanno imparato a leggere e scrivere, ma per perduta abitudine non sono più in condizione di capire ciò che leggono ed hanno grosse difficoltà nello scritto). Quanto è manipolabile un popolo teledipendente? Un popolo orientato nel suo modo di vivere dalla pubblicità? Un popolo capace di fare la fila di notte, per accaparrarsi l’ultimo favoloso cellulare? E qui mi fermo per carità di patria, e torno a Senofonte. Nel 406 c’è stata la battaglia delle isole Arginuse, nella zona di Lesbo. Gli ateniesi hanno vinto, ma qualche loro nave è stata affondata. Gli ammiragli intendono inseguire le navi superstiti degli spartani, e lasciano sul posto alcune navi, con l’ordine di raccogliere naufraghi e cadaveri. Ma il mare si ingrossa, e la flotta (unica difesa di Atene, quindi da tenere molto da conto) si mette al sicuro, e così fanno anche le navi incaricate del recupero di naufraghi e cadaveri. Gli ammiragli sono di estrazione e di orientamento politico aristocratico. Benché abbiano vinto, sono richiamati in patria, per rispondere del loro operato. Sono otto, e due di loro fiutano il pericolo e non rimpatriano. Gli altri, sicuri di aver agito bene, tornano ed affrontano il processo, che si infiamma subito, perché si trasforma in processo politico. Ma seguiamo il racconto di Senofonte (Elleniche):
“Archedemo, che allora era a capo del partito del demos (=popolare, ma forse sarebbe meglio populistico) ad Atene e sovrintendeva alla paga per la partecipazione alle assemblee, fatta infliggere una multa ad Erasinide (uno degli ammiragli tornato in patria), lo trascinò in tribunale, accusandolo di appropriazione indebita dei proventi dell’Ellesponto, che spettavano al demos. Inoltre lo accusava per il suo operato da ammiraglio, ed il tribunale lo fece arrestare. Gli ammiragli fecero rapporto davanti alla bulè sulla battaglia navale e sulla portata della tempesta, e, dopo che Timocrate (altro del demos) propose l’arresto e la consegna al popolo degli altri ammiragli, la bulè eseguì. Ci fu quindi l’assemblea, durante la quale alcuni, ma soprattutto Teramene (era uno degli incaricati della raccolta di naufraghi e cadaveri, e non l’aveva fatto: gli conviene scaricare tutta la colpa sugli ammiragli, approfittando del cieco furore popolare) mossero accuse agli ammiragli, in quanto giustamente tenuti a rendere conto del non aver raccolto naufraghi e cadaveri…………
A questo punto gli ammiragli a turno dissero in propria difesa POCHE parole (infatti fu loro negato il diritto del tempo di difesa previsto dalla legge). Spiegarono di aver navigato contro i nemici, mentre l’incarico di raccogliere i naufraghi l’avevano affidato a uomini, tra i comandanti di navi, all’altezza del compito e che erano già stati ammiragli, cioè Teramene e Trasibulo ed altri di analoghe capacità. E, se proprio occorrevano dei responsabili circa il soccorso ai naufraghi, non avevano nessun altro da incolpare, se non coloro ai quali l’azione era stata comandata. ‘E per il solo fatto che ci accusano –dissero – non mentiremo, sostenendo che essi siano i responsabili, ma affermeremo che è stata la violenza della tempesta ad impedire il salvataggio.’. “
A questo punto, anche in base alle testimonianze dei timonieri, stavano smorzando la furia popolare. Ma i loro nemici presero a pretesto l’ora tarda, che impediva un sicuro controllo delle mani alzate per votare, e la seduta fu sospesa. Quando si riprese il processo, i caporioni demagoghi fecero arrivare in assemblea delle persone con la testa rasata e vestite a lutto, che si dissero familiari dei marinai morti, e che erano morti per colpa del mancato recupero da parte degli ammiragli. La faccenda prese una brutta piega per gli accusati, se anche i pritani (erano gli incaricati di eseguire le delibere della bulè) furono intimiditi dal minaccioso rumoreggiare dell’assemblea. Tutti intimiditi, tranne Socrate, che si rifiutò di procedere contro la legge.
Alcuni tentarono ancora di salvare gli ammiragli. Ma ormai il processo era divenuto politico: erano di estrazione ed orientamento aristocratico, e DOVEVANO morire. E così fu. Dice Senofonte:
“E non molto tempo dopo gli ateniesi si pentirono, e decretarono che si citassero davanti all’assemblea coloro che avevano ingannato il popolo, e che stabilissero dei garanti fino al giudizio. Furono incarcerati, ma in seguito, durante i disordini in cui morì Cleofonte (altro demagogo), costoro riuscirono a fuggire prima del processo.”.
La flotta fu affidata a degli incapaci, la flotta, unica difesa di Atene, che la portarono al disastro di Egospotami , alla sconfitta finale, ed alla fine dello slancio della democrazia. Vinse Sparta, che non era interessata ad un impero, ed Atene non si riprese più. Si indebolirono tutt’e due, e furono facile preda per i macedoni prima ed i romani dopo.
Gli sciocchi di fronte alla Storia faranno spallucce, per ignoranza da una parte, e dall’altra per spocchiosa presunzione verso gli antichi. Ma il popolo che dimentica la propria storia, è destinato a ripetere errori già commessi. Chi lo dice? Lo dice la STORIA. La democrazia diretta: sarebbe bella ed anche tecnicamente possibile, ma mancano TUTTI i presupposti. Ed allora è una favola tragica, come mostra il racconto di Senofonte.

Non serve a nulla ribadire che la Storia non si ripete: questa è una ovvietà, e nessuno la sostiene. Ma la riflessione sulle vicende passate ci costringe a salutari domande sui meccanismi, quelli sì che si ripetono.

 

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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