“Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Dante Alighieri, Paradiso, Canto XVII).
Sono anni che lo so e che lo provo, e tuttavia – impegnato come sono nel cercare di fuggire dal “migliore dei sistemi possibile, o comunque dal meno peggio…” – mi adeguo a mangiarlo, “lo pane altrui“, anche perché sono abbondantemente sazio di mangiare, volente o nolente, “lo guano nostro”…     
      Non è una vita facile, quella delle persone desiderose di non arrendersi, di non diventare un dipendente dello Stato, di non avere un socio occulto che pretende l’87% dei tuoi proventi. Anche la nostra immagine è a rischio, tra gli estimatori del “socialismo in più Paesi”, vale a dire almeno il 95% (e forse più) degli italiani, sempre ansiosi – per invidia sociale – di avere la garanzia che nessuno possa guadagnare più di 1.200-1.300 euro al mese, ciò che li renderebbe infinitamente felici e maggiormente capaci di accettare la loro condizione naturalmente miserabile.
Così, se viaggio per fare business, come minimo sono assimilato a un Flavio Briatore, mentre, se mi dedico all’importazione, come minimo sono uno sfruttatore di minori del Terzo e del Quarto Mondo, meritevole – se capita – di essere ucciso da qualche banda di fanatici islamisti.
Se la stesso ostilità venisse rivolta ai politici nostrani, alle loro imprese, alle loro clientele e alle loro collusioni con la criminalità organizzata, saremmo già in piena rivolta, ma per costoro – che dopo tutto sono attivi dispensatori di posti di lavoro, consulenze e prebende – esiste una notevole benevolenza. Per noi, no. Siamo sporchi seguaci del capitalismo più affamatore, gente disposta a qualsiasi turpitudine pur di togliere il pane di bocca ai bambini di Paesi lontani. Nella più parte dei casi, non siamo per nulla coinvolti in questi loschi traffici, siamo soltanto degli italiani in fuga dai lager e dai gulag che, ovviamente in nome della democrazia, sono stati costituiti in tutta Europa.
Una volta, questo tipo di atteggiamento mi infastidiva; ora non ci penso neanche più. Sono solo un uomo libero alla ricerca della possibilità di vivere da uomo e non da schiavo. Non ho alcuna intenzione di rimanere prigioniero a vita in un campo di concentramento che, per una sorta di “Sindrome di Stoccolma”, mi appaia ogni giorno più bello. A me, appare ogni giorno più brutto. Lo so che è “il migliore dei sistemi possibile e comunque il meno peggio”. Il fatto è che io – da sempre – cerco il meglio, in tutti i campi. Sono un bon vivant. I “Mac Donald” della politica mi fanno francamente schifo e, visto che li conosco fin troppo bene, se posso mi sforzo di evitarli. Cerco il mio “passaggio al bosco” e prometto che nessuno mi vedrà più.
Piero Visani

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