Dati che stridono con la realtà

Puntuale, come ogni anno, è arrivato dalla “Fondazione Leone Moressa” il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. L’edizione 2016 è sottotitolata “L’impatto fiscale dell’immigrazione, mentre quella dell’anno scorso era ” Stranieri in Italia, attori dello sviluppo”. La presentazione ufficiale del rapporto è avvenuta martedì 11 ottobre al Viminale, ma stralci ne sono stati riportati un po’ su tutti i quotidiani a tiratura nazionale. Si tratta di una pubblicazione di indiscutibile valore scientifico, perché redatta sulla scorta di rilevazioni capillari e sistematiche sulle dinamiche socio-economiche derivanti dalla presenza di cittadini stranieri in Italia. Che intanto sono definiti come “nuovi italiani” poiché lavorano stabilmente nel nostro Paese e quindi contribuiscono al prodotto interno lordo. Essi sono 5 milioni e valgono 127 miliardi (8,8% del Pil nazionale), pagherebbero la pensione a 640 mila italiani, grazie ai contributi versati nelle casse previdenziali. Ma questa storia del mantenimento di un altissimo numero di pensionati nostrani che va a carico degli immigrati, è un mantra che si rimbalza dai vertici dell’Inps a quelli del Vaticano. Non essere d’accordo con quell’assioma, quantomeno nutrire dubbi e perplessità, di questi tempi equivale a essere tacciati di razzismo e di populismo. Sicché, per quanto la logica matematica strida con quei dati, ovvero che quei 127 miliardi di apporto economico degli stranieri non rappresentino un valore aggiuntivo alla situazione economica complessiva dell’intera popolazione italiana, quel valore bisogna accettarlo come tale, anche a fronte di sette milioni di disoccupati nostrani. I dati del rapporto annuale della Fondazione Moressa si riferiscono all’anno 2015, mentre i dati riferiti dall’Istat per il primo trimestre dello stesso anno, in merito al numero dei disoccupati italiani, sono catastrofici. Ci sono oltre 3,5 milioni di persone che un lavoro non lo non cercano nemmeno più e altrettanti quelli che lo cercano e non lo trovano; il che fa schizzare l’esercito di disoccupati a ben 7 milioni di unità. Il dato dei senza lavoro rilevato dall’Istat è unitario, ovvero si parla di un numero definito di persone, mentre, nel rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, si parla di 5 milioni di soggetti che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Tra di essi, ovvero tra quei 5 milioni di nostri neo-connazionali, ci sono da fare dei distinguo, e quindi il dato disaggregato è il seguente: il 47% di quei 5 milioni di immigrati in età da lavoro, è occupato (contro il 36% della popolazione italiana). I conti non tornano, qualora si accettasse, ed è faticosissimo, il raffronto logico tra i due dati così come li propone la Fondazione Moressa e lo si propala a livello mediatico, perché solo se quei 7 milioni di disoccupati italiani avessero un lavoro, il contributo fornito al Pil nazionale dagli immigrati sarebbe un valore aggiunto. Non si tratta nemmeno di stabilire se il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno, perché contiene solo un sorso; la questione vera è che si ammira la bellezza del tappeto, con i suoi ricami e le sue decorazioni a carattere umanitario e solidaristico e non si guarda alla polvere che vi sta seppellita di sotto. Ecco, quella polvere, continuatasi ad accumulare nel tempo, è la plastica rappresentazione della situazione occupazionale italiana. Laddove 7 milioni di giovani e meno giovani potrebbero pagarsela da soli la propria pensione, se solo lavorassero o li facessero lavorare però. Invece essi, ma anche 640 mila pensionati italiani, che hanno versato contributi per tutta la vita, sono cornuti e mazziati; additati come mantenuti e sfruttatori del lavoro degli immigrati. Semmai gli italiani hanno imparato a camparci e fanno affari sugli immigrati, ma solo su quelli che, una volta sbarcati in Italia, sono da considerarsi degli apolidi. Salvo riforme delle regole matematiche e della logica elementare, quella fiaba degli italiani mantenuti dagli stranieri che hanno residenza nel nostro Paese, non dovrebbe essere più raccontata. Puntualmente così non accade.

Antonella Policastrese



 

Antonella Policastrese
Antonella Policastresehttp://blogdiantonella.altervista.org
1995-1999 Redattrice della redazione giornalistica, con contratto di collaborazione libero-professionale presso “Radio Tele International” (R.T.I S.a.s) di Crotone. 1997-1998 Docente di Storia del Giornalismo nei corsi di formazione istituiti dalla Regione Calabria e svolti dall’Associazione “San Filippo Neri” O.n.l.u.s di Crotone. 1985-2000 Collaboratrice, con contratti di prestazione d’opera, presso le seguenti testate giornalistiche: “Calabria” mensile del Consiglio regionale della Calabria “Il Crotonese” trisettimanale di informazione della provincia di Crotone “Gazzetta del Sud” quotidiano di informazione della Calabria “Il Quotidiano” quotidiano di informazione regionale della Calabria. Apprezzate e recenzite inchieste giornalistiche televisive e a mezzo stampa per le testate per le quali ha collaborato e collabora. Suoi articoli e dossier sono stati riportati e menzionati da quotidiani e periodici di tiratura nazionale, quali Il Giorno, Stop, Raitre Regione e molti altri. Autrice inoltre di novelle e racconti. Articoli

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