Nessuna politica può vivere senza una metapolitica, tanto meno nel lungo periodo. Ne è una plastica dimostrazione il Centrodestra italiano, il quale, del tutto privo di metapolitiche che non siano più o meno affini a un pallidissimo internazionalismo occidentalocentrico e ancora più privo di strumenti per costruirle (e della volontà, più ancora che della capacità, di utilizzarli, visto che in teoria esso potrebbe contare sulla “corazzata Mediaset”, ma questa fa solo politiche berlusconiane, non metapolitiche di area), viaggia da tempo immemorabile sulle medesime percentuali di consenso elettorale, incapace di allargarle e di proporre politiche di affermazione e non meramente di negazione (“no all’immigrazione”, no a questo e no a quello).
       Chi manovra da dietro le quinte i Cinque Stelle ha invece compreso una verità fondamentale: per potersi inserire in profondità in una cultura nazionale, occorre riprenderne il più possibile i fondamenti, per capitalizzarci sopra. Sotto questo profilo, la metapolitica del movimento grillino è esemplare, in quanto essa non rappresenta altro che un’evoluzione del cattocomunismo irenista che scorre come un fiume carsico nella cultura nazionale e che, dopo il 1945, è diventato l’asse portante delle metapolitiche nazionali.
       Sintetizzato in parole semplici, esso potrebbe essere definito come il tentativo di traversare una giungla popolata di belve feroci “armati” solo di un tesserino dell’Inps. Una visione del mondo frutto dell’idea che esso sia un luogo popolato da soggetti “naturalmente buoni” e che dunque ci si possa vivere e – se non proprio prosperare – acconciarsi almeno al conseguimento del mitico obiettivo di una “decrescita felice”, vissuta non facendo figli, con un piccolo stipendio pagato dallo Stato e utile a una modestissima sopravvivenza, priva di qualsiasi senso di responsabilità e del tutto immune – il più delle volte semplicemente per ignoranza – di senso della Storia e di senso del tragico. Quell’atteggiamento che, di fronte ad esempio alla minaccia di invasione del proprio Paese da parte di una potenza straniera, mai e poi mai si rifarebbe, come nel caso della Gran Bretagna di Winston Churchill, alla promessa di (solo) “lacrime, sudore e sangue”, ma si acconcerebbe rapidamente all’idea di come meglio asservirsi all’invasore.
        Qui si pone il piccolo capolavoro fatto finora da quanti eterodirigono il Movimento 5 Stelle: creare una metapolitica che fosse profondamente italica nel momento in cui occorreva sostituire un sistema politico ormai totalmente delegittimato dalla sua assoluta nequizie, dalla sua totale inefficienza, dalle sue macroscopiche ruberie, e fare in modo – gattopardescamente – “che tutto paia cambiare senza che cambi assolutamente nulla”.
       Sotto questo profilo, il M5S è quanto di più pateticamente italico possa esistere ma, al tempo stesso, il suo rifiuto della realtà e la sua scelta di rifugiarsi storicamente in un Nirvana, sono quanto di meglio si attaglia alla visione del mondo degli italiani, che è quella – nella maggioranza degli abitanti della Penisola, non nelle pur eccellentissime individualità che l’hanno popolata e la popolano – di una sorta di perenne “festa mobile”, fatta di assistenza pubblica dalla culla alla tomba (il miglior viatico per una deresponsabilizzazione collettiva) e di una perenne vacanza (nel senso etimologico di “assenza” da tutto e da tutti, per poter curare il proprio “particulare”).
       Chi ha lavorato per costruire il M5S così com’è ha lavorato bene, lo ha strutturato come un insieme di “arcitaliani”, cioè di una realtà che raccoglie e sublima i peggiori difetti del carattere nazionale, occultandoli (neppure troppo bene, per la verità) dietro alcune stantie parole d’ordine come “onestà”, che non vogliono dire nulla, se declinate in assoluto e non in relativo.
       L’intento delle forze neppure tanto occulte che eterodirigono il M5S è molto chiaro: in primo luogo, spegnerne alcuna reale volontà di cambiamento e nasconderne le macroscopiche magagne (ben emerse nella gestione impresentabile dei Comuni di Roma e Torino), in modo da orientarne le pur innegabili velleità politiche innovative in una strada senza uscita, che lasci tutto come prima. In secondo luogo, e soprattutto, contribuire al depotenziamento e alla definitiva uscita dell’Europa dalla Storia dando fiato a quanti – al suo interno – sono privi di senso della Storia e di senso del tragico. Questi ultimi sono utilissimi – come interlocutori – per chi conserva invece e privilegia i due sensi in precedenza citati, per consegnarsi in posizione dominante al futuro, lasciando a noi “piacevolezze” come il “reddito di cittadinanza”, pagabile solo fino al fallimento totale dei nostri già spaventosi conti pubblici e quella “fuoriuscita dalla Storia” che è consentita solo a chi ha i miliardi per potersela permettere. Gli altri – i più – la Storia li verrà a cercare, direttamente a casa loro, recitando i primi versi di una celeberrima poesia di Cesare Pavese.

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