Dalla realtà virtuale alla virtualità reale

     Si parla tanto, troppo, di “realtà virtuale”. Così facendo, si fa riferimento a un concetto che è aggiornato quanto un semplice telefono cellurare rispetto a uno smartphone o a un tablet. La “realtà virtuale”, infatti, da tempo ha ceduto il posto alla “virtualità reale”, che è qualcosa di molto più artificioso e complesso.
      Se noi parliamo di “realtà virtuale”, ci viene naturale pensare a una realtà con componenti virtuali. Se accettiamo questa prospettiva, allora dobbiamo subito renderci conto che la “virtualità reale” è qualcosa di radicalmente diverso, anzi antitetico. E’ una dimensione “virtuale” che – grazie alla sua sovrarappresentazione e alla sua narrazione prima e metanarrazione poi – diventa reale, con tutte le conseguenze del caso.
      Per non rimanere nel vago, facciamo un esempio ormai classico, quello delle “primavere arabe”. Quanto di quello che si vedeva sui media, nuovi o vecchi che fossero, stava realmente accadendo sull’altra riva del Mediterraneo, e quanto non veniva invece prodotto in studi appositamente attrezzati e poi, una volta diffuso in varie forme, diventava “reale” nonostante fosse originariamente “virtuale”?
      La chiave di tutto è lo storytelling: prendete una storia, dotata di forte potere empatico, di capacità di attrazione; raccontatela bene, diffondetela con i giusti strumenti per i giusti canali, et voilà: il gioco è fatto! Diventa non solo reale, ma più reale del reale. Questa è la virtualità reale.
      Ne siamo pieni, ne siamo saturi, e i nuovi media hanno accentuato in misura esponenziale tale aspetto, consentendo non solo a metanarrazione e narrazione di procedere di pari passo, ma consentendo altresì che la narrazione sia essa stessa una metanarrazione. Se così è, allora potremmo tutti trovarci chiusi all’interno di una “Matrice” di cui non conosciamo l’esistenza, essere TUTTI protagonisti di un colossale “Truman Show”, senza avere minimamente la possibilità di scoprirlo, o di raccontarcelo, perché noi non lo sappiamo e chi lo sa si guarda bene dal dircelo…
      Su versanti più specifici, questo dilata enormemente le possibilità della “strategia mediatica”, argomento sul quale scrissi un libro nell’ormai lontano 1998 (Lo stratega mediatico, Cemiss – Edizioni della Rivista Militare, Roma). Certo, da allora tutto è cambiato sotto il profilo degli strumenti tecnici disponibili, che si sono fatti molto più complessi e sofisticati, ma la ratio di fondo rimane la medesima, vale a dire utilizzare i media come strumento strategico, per di più sub-liminale, con effetti di distorsione della realtà e di persuasione dei destinatari della comunicazione che è riduttivo definire devastanti.
       Il problema è che oggi tale capacità non è ancora percepita nitidamente da tutti. Vorrei utilizzare il mio blog, nel prossimo futuro, anche per analizzare a fondo questo argomento. Dobbiamo infatti evitare di sprofondare in una Matrice, e purtroppo ci siamo già abbondantemente dentro, spesso inconsapevolmente.
Piero Visani




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