Da Pratile a Termidoro – prima parte

Mi è gradito pubblicare un interessante studio dell’amico e storico Roberto Poggi sulla Rivoluzione Francese. Questa la prima di tre puntate.       Piero Visani


Stordita dallo squillare degli ottoni e dai canti patriottici di un coro di duemilaquattrocento voci, emozionata dalle fastose coreografie ideate dal pittore Jacques-Louis David, estasiata dalle parole ispirate pronunciate da Robespierre, in qualità di presidente di turno della Convenzione, una folla di circa cinquecentomila parigini partecipò, l’8 giugno del 1794, alla Festa dell’Essere Supremo. Per il calendario gregoriano era il giorno di Pentecoste, che commemora la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e quindi la nascita della Chiesa, per il calendario rivoluzionario era il 20 pratile dell’anno secondo, un giorno di catarsi collettiva attraverso la condanna dell’ateismo.

Nei giardini del palazzo delle Tuileries fu allestito un anfiteatro per contenere il coro e fare da sfondo al  rogo simbolico dell’ateismo ed al disvelamento della Saggezza, al centro del campo di Marte fu eretta una imponente montagna di gesso e cartapesta, sormontata da una colonna alta quindici metri su cui si ergeva un Ercole colossale con in mano una statua rappresentante la Libertà. In entrambi gli scenari, Robespierre, splendidamente abbigliato con una redingote azzurra, una gran fascia tricolore ed un cappello piumato, fu al centro dell’attenzione, suscitando con i suoi sermoni l’ovazione del pubblico. Descrivendo i tratti morali del popolo rigenerato dalla rivoluzione ed illuminato dalla Saggezza ispirata dall’Essere Supremo affermò: “Siamo terribili nelle disfatte, modesti e vigili nei successi; siamo generosi verso i buoni, compassionevoli verso gli infelici, inesorabili verso i malvagi, giusti verso tutti”.

Il sincero entusiasmo popolare per il coraggioso sforzo di coniugare Ragione e Natura, Virtù repubblicana e Libertà fu testimoniato non solo dagli applausi, ma anche dalle centinaia di lettere di congratulazioni inviate a Robespierre da ogni angolo delle Francia.  Alcune di esse raggiungevano toni addirittura adoranti: “Ammirevole Robespierre, fiamma, colonna, pietra angolare della Repubblica… sostegno della Patria, padre protettore del buon popolo.”; “Protettore dei patrioti, genio incorruttibile, Montagnardo illuminato che vede tutto, prevede tutto, sventa tutto…” Ed ancora: “Tu sei la mia divinità suprema, io ti guardo come un angelo custode…, come il Messia che l’Essere eterno ci ha promesso per riformare ogni cosa…”

Tra i deputati invece, costretti dal cerimoniale al ruolo di mute comparse ornate di spighe di grano e di fiori attorno al loro presidente nelle vesti di carismatico pontefice massimo del culto dell’Essere Supremo, non mancarono mugugni di dileggio e batture livorose. Bourdon de l’Oise disse minaccioso: “Non c’è che un passo tra il Campidoglio e  la rupe Tarpea“, riferendosi alla roccia da cui nella Roma antica venivano gettati i traditori. Lecointre, un ex alleato di Robespierre, urlò con rabbia: “Ti disprezzo tanto quanto ti detesto”. Thuriot, un seguace di Danton scampato alla ghigliottina, fu udito mormorare: “Guarda quello stronzo. Non gli basta essere il padrone. Vuol essere anche Dio”.

Appena due giorni dopo le solenni celebrazioni dell’Essere Supremo, il sarcasmo di alcuni deputati si tramutò in sgomento per la propria incolumità quando Georges Couthon, un membro del Comitato di Salute Pubblica fedelissimo di Robespierre, presentò alla Convenzione, senza alcuna preventiva consultazione del Comitato di Sicurezza Generale, il testo di una nuova legge sui poteri del Tribunale Rivoluzionario.

Anche chi si era illuso che i roghi simbolici, le scenografie ideate da David ed i canti corali fossero il preludio di una stagione di pacificazione dovette bruscamente ricredersi. Nella visione di Robespierre e dei suoi più accesi sostenitori la virtù repubblicana ispirata dall’immortalità dell’anima non poteva essere disgiunta dall’inflessibile disciplina necessaria ad infondere il terrore a tutti i malvagi. Del resto i nemici della rivoluzione continuavano a proliferare. Il 4 Pratile, Henry Admirat, un impiegato della lotteria nazionale, aveva sparato contro il deputato Collot d’Herbois, senza colpire il bersaglio. Il giorno successivo una ragazza di sedici anni, Cécile Renault, era stata arrestata mentre tentava di introdursi, armata di due piccoli coltelli, nell’appartamento di Robespierre in rue Saint Honoré, presso la famiglia Duplay.

Il fallito attentato della Renault era stato preceduto e seguito da alcune lettere anonime contenti minacce di morte. Robespierre ne era rimasto sconvolto ed aveva riversato tutta la sua inquietudine in un sovraeccitato discorso di denuncia delle subdole trame controrivoluzionarie pronunciato alla Convenzione: “Calunnie, tradimenti, incendi, avvelenamento, ateismo, corruzione, carestia, sono stati prodighi di tutti i loro crimini; resta loro ormai soltanto l’assassinio, e poi l’assassinio, e poi ancora l’assassinio…Dicendo queste cose, affilo pugnali contro di me…”

Lo stato d’animo di Robespierre, cupo e sospettoso ai limiti dell’ossessione, ispirò la legge di pratile. Illustrandone il contenuto Couthon, che poteva vantare non solo un passato da avvocato, ma anche da terrorista a Lione, affermò: ”…l’indulgenza è  un’atrocità…la clemenza è parricidio…” Muovendo da questo assunto, gli accusati meritavano di essere privati di ogni residuo diritto alla difesa. La presunzione di innocenza doveva essere cancellata. Per rendere più spedita la giustizia rivoluzionaria, l’esame delle prove e delle testimonianza veniva lasciato all’arbitrio dei giudici, a cui spettava soltanto il compito di stabilire se un accusato apparteneva o meno alla vasta schiera dei nemici del popolo. La pena prevista per ogni delitto di competenza del Tribunale Rivoluzionario era la morte. La legge stabiliva delle categorie di nemici del popolo talmente ampie e vaghe da potervi far rientrare chiunque. Dovevano essere puniti con la ghigliottina non solo coloro che avessero preso le armi o tramato contro la repubblica, ma anche chiunque avesse diffuso false notizie per dividere o turbare il popolo, chiunque avesse ispirato scoraggiamento, depravazione della morale, corruzione della coscienza pubblica, oppure arrecato pregiudizio alla purezza ed all’energia del governo rivoluzionario. Neppure i rappresentanti eletti dal popolo potevano sperare di criticare impunemente il governo. Un articolo della legge lasciava infatti intendere che al Comitato di Salute Pubblica ed a quello di Sicurezza Generale fosse riconosciuta la facoltà di tradurre i deputati al Tribunale Rivoluzionario, senza l’autorizzazione preliminare della Convenzione.

Alcuni deputati si sentirono personalmente minacciati dalla presunta abolizione di fatto di ogni immunità parlamentare. Il deputato della Charente Pierre-Charles Ruamps, tentò invano, arrivando persino a minacciare di farsi saltare le cervella, di ottenere un aggiornamento della seduta al fine di emendare il testo presentato da Couthon. Robespierre in qualità di presidente della Convenzione fu irremovibile: la lotta contro i nemici della repubblica era prioritaria rispetto all’assurda richiesta di rassicurazioni di alcuni deputati. Soprattutto per chi come lui era convinto in cuor suo che i più pericolosi nemici della Repubblica sedessero proprio sugli scranni della Convenzione. Fu sufficiente un suo invito all’unità per piegare la maggioranza al suo volere ed ottenere oltre all’approvazione della legge di pratile, senza indugi e senza modifiche, anche il rinnovo dei poteri in scadenza del Comitato di Salute Pubblica.

Il giorno seguente, Bourdon de l’Oise, interpretando le apprensioni di molti colleghi, tornò alla carica per ottenere maggiori garanzie formali rispetto ad eventuali ritorsioni da parte del governo nei confronti dei rappresentanti del popolo. Il deputato Merlin de Douai intervenne facendo notare che il diritto della rappresentanza nazionale di mettere in stato di accusa i suoi membri era inalienabile, pertanto ogni ulteriore rassicurazione era superflua. La Convenzione approvò questa affermazione e stabilì di non votare la proposta di Bourdon de l’Oise.

Rassicurati dalla rinnovata fiducia espressa dall’assemblea verso gli intenti e l’operato del Comitato di Salute Pubblica, Couthon e Robespierre non esitarono a passare al contrattacco. Nella seduta del 24 Pratile, Couthon respinse come atroci calunnie le accuse di Bourdon de l’Oise circa la volontà dell’esecutivo di minacciare i deputati. Dichiarò inoltre che il Comitato di Salute Pubblica era pronto a dimettersi se la fiducia dell’assemblea fosse venuta meno. Lo scrociare degli applausi a sostegno di Couthon spinsero Bourdon de l’Oise a balbettare le sue scuse. Si affrettò a ridurre le accuse pronunciate il giorno precedente ad una innocente richiesta di chiarimenti, che non aveva alcuna intenzione di mettere in discussione la fiducia nel Comitato di Salute Pubblica.

Non pago di tale imbarazzante marcia indietro, Robespierre fece il suo affondo. Respinse sdegnosamente la ritrattazione di Bourdon de l’Oise e lo accusò di voler dividere con le sue spregevoli insinuazioni la Montagna dal Comitato di Salute Pubblica, nonché di ambire a diventare un capo di partito. Bourdon de l’Oise tentò timidamente di difendersi, mentre Robespierre si lanciava in una furiosa arringa contro i calunniatori ed i cospiratori che minacciavano la Repubblica.

Quando Bourdon de l’Oise esasperato tentò di incalzarlo, sfidandolo ad esibire le prove delle trame che andava delineando ed a fare apertamente i nomi dei colpevoli, ottenne una risposta evasiva e minacciosa: “Ne farò i nomi quando sarà necessario. In ogni istante della notte, persino, ci sono intriganti che si industriano a insinuare nella mente degli uomini di buona fede che siedono sulla Montagna le idee più false, le calunnie più atroci…” Ancora una volta concluse il suo intervento con un accorato appello all’unità per salvare la Repubblica, che fu accolto da fragorosi applausi.

Bourdon de l’Oise non ebbe il coraggio di replicare. Merlin de Douai si affrettò a presentare le sue scuse, nel timore che le sue considerazioni sui diritti inalienabili dell’assemblea potessero essere state interpretate come una manifestazione di sfiducia verso il Comitato di Salute Pubblica. Robespierre benevolmente lo rassicurò, dichiarando di aver perfettamente compreso che lo scopo della sua mozione era contrastare quella di Bourdon de l’Oise. Merlin de Douai poteva dunque continuare a fare sonni tranquilli: non era da annoverare nella schiera dei cospiratori e degli intriganti, a differenza di altri come Tallien che si ostinavano a parlare in continuazione di ghigliottina per avvilire e turbare la Convenzione.

L’appello di Robespierre all’unità e la sua stoccata rivolta contro Tallien trovarono il pronto appoggio di un altro autorevole membro del Comitato di Salute Pubblica come Jacques-Nicolas Billaud, che si sentì in dovere di esortare la Convenzione ad aprire gli occhi contro gli uomini che diffondevano menzogne e timori infondati. Subito dopo Billaud prese la parola un altro membro del Comitato di Salute Pubblica, Bertrand Barère per spostare l’attenzione dell’assemblea dai nemici interni a quelli esterni. Dando sfogo alla sua indignazione lesse alcuni brani di un articolo pubblicato su di un giornale inglese che riportava la cronaca di un ballo in maschera in cui gli aristocratici londinesi si erano divertiti a vestire i panni dei sanculotti. Una dama travestita da Charlotte Corday, l’assassina di Marat, era uscita a sorpresa da un sarcofago con in mano un pugnale sanguinante ed aveva inseguito per tutta la serata, tra le risate generali, un malcapitato mascherato da Robespierre. Il macabro aneddoto rinfocolando l’odio per l’aristocrazia serrò i ranghi della maggioranza ed affermò l’idea, evidente agli occhi dei nemici oltre la Manica, che uccidere Robespierre equivalesse ad uccidere la rivoluzione stessa.

Gli interventi di Billaud e di Barère, che privarono Tallien della possibilità di replicare alle accuse subite, testimoniano, a dispetto delle ricostruzioni di comodo posteriori a termidoro, la coesione del Comitato di Salute Pubblica, nonché l’intatta autorevolezza di cui godeva Robespierre a pratile.

I primi a subire il rigore della legge di pratile furono gli attentatori Henry Admirat e Cécile Renault. I loro processi furono talmente sbrigativi che le motivazioni politiche dei loro gesti rimasero nebulose. Vasta fu invece la rete di complici individuata sulla base di vaghi sospetti, senza alcun riscontro oggettivo. Insieme a Cécile furono giustiziati suo padre, suo fratello e sua zia. In cinquantaquattro salirono sul patibolo indossando la camicia rossa riservata ai criminali più esecrabili come i parricidi e gli avvelenatori.

Nelle settimane successive il terrore si intensificò ulteriormente. Da una media di cinque esecuzioni capitali al giorno nel mese di germinale (marzo-aprile), si passò a diciassette in pratile (maggio-giugno) ed a ventisei in messidoro (giugno-luglio). In particolare dal 10 giugno al 27 luglio 1794 furono eseguite 1285 condanne a morte. Né la chiusura di tutti i Tribunali Rivoluzionari di provincia, ad eccezione di quello Orange nel Midi, impegnato nella repressione della sollevazione di Tolone, né il netto miglioramento della situazione militare riuscirono ad attenuare la stretta terroristica sulla Francia, voluta da Robespierre.

Il 26 giugno, appena una decina di giorni dopo l’esecuzione dei cinquantaquattro in camicia rossa, il generale Jourdan riportò a Fleurus una schiacciante vittoria sugli eserciti della coalizione controrivoluzionaria comandata dal duca di Sassonia Coburgo. La resa di Charleroi aprì a Jourdan la strada verso Bruxelles, che ai primi di luglio gli alleati furono costretti ad evacuare per ritirarsi oltre i confini del Belgio.

Mentre il boia Sanson faceva funzionare a pieno ritmo la ghigliottina e l’armate rivoluzionarie ritrovavano finalmente il loro slancio offensivo, alcuni deputati della Convezione vivevano nella continua angoscia di essere arrestati. Per darsi coraggio circolavano armati, disertavano le riunioni pubbliche e preferivano dormire a casa di amici, piuttosto che nel loro letto.

Tracciando nella seduta del 24 pratile il quadro della cospirazione senza indicare con precisione tutti i colpevoli, Robespierre involontariamente favorì il coagularsi delle forze a lui avverse. Quella repressione annunciata, ma rimasta in sospeso pose le premesse più feconde alla congiura per abbatterlo.

I più inquieti per la loro sorte e quindi i più determinati nel ricercare alleati disposti a sfidare Robespierre furono i terroristi richiamati dalle loro missioni in provincia, che sapevano di aver perso la stima e la fiducia del Comitato di Salute Pubblica. Tallien e Bourdon de l’Oise, destinatari delle allusioni tutt’altro che amichevoli di Robespierre nella seduta del 24 pratile, furono subito tra i più attivi. Per guadagnare il tempo necessario a tessere la tela della cospirazione, Tallien decise ancora una volta di interpretare la parte del patriota calunniato, si affrettò a scrivere a Robespierre ed a Couthon accorate lettere piene di parole di amicizia e di riconciliazione. Come probabilmente prevedeva non ottenne alcuna risposta, il suo passato lo condannava.

A Bordeaux Tallien aveva esercitato il suo potere di deputato in missione con ferocia. Non si era accontentato di tagliare la testa ai sospetti controrivoluzionari, si era spinto sino a spogliare le chiese del loro tesoro ed a strappare ai preti atti di abiura in aperta violazione del principio della libertà di culto. Il suo iniziale zelo fanatico d’un tratto si era mutato in un atteggiamento di mite clemenza dopo essere diventato l’amante di Thérésia Cabarrus, una seducente giovane di origine spagnola, ex moglie del marchese Devin de Fontenay. Dispensando, dietro pagamento, patenti di civismo alla nobiltà locale, la coppia aveva accumulato in breve tempo una fortuna. L’ostentazione di uno stile di vita principesco, finanziato dal peculato e dal ricatto, aveva finito per suscitare l’indignazione dei più sinceri patrioti, costretti ogni giorno a fare i conti con le privazioni imposte dalla guerra. Il Comitato di Salute Pubblica non aveva lasciato cadere nel vuoto accuse così gravi ed aveva richiamato Tallien a Parigi. Le sue giustificazioni alla Convenzione gli avevano risparmiato una accusa formale, tuttavia non avevano convinto fino in fondo Robespierre che in pratile aveva ordinato l’arresto della Cabarrus, che, oltre ad essere straniera e con un passato nobiliare, gli appariva sospetta a cominciare dal soprannome che si era guadagnata a Bordeaux: Notre Dame de Bon Secours. Dal carcere Thérésia fece pervenire al suo amante un lapidario biglietto per spronarlo all’azione: “Io muoio perché appartengo ad un vigliacco…”

François-Louis Bourdon de l’Oise era disprezzato dall’”Incorruttibile” almeno quanto Tallien. I meriti rivoluzionari che aveva acquisito partecipando prima alla presa della Bastiglia, poi all’assalto delle Tuileries, infine condividendo le posizioni più radicali assunte dalla Montagna, erano stati del tutto offuscati dalla sua missione in Vandea. Robespierre era solito compilare dei dossier riservati sui deputati, a proposito di Bourdon de l’Oise aveva scritto: “Si è coperto di crimini in Vandea dove si è concesso… il piacere di uccidere volontari di propria mano. Combina in sé perfidia e violenza”.

Un altro deputato con un compromettente passato era Joseph Fouché. Prima ancora di scagliarsi contro Bourdon de l’Oise e Tallien, Robespierre si era occupato di regolare i conti in sospeso con Fouché nella seduta del Club dei giacobini del 23 pratile. La loro conoscenza risaliva a prima della rivoluzione, ad Arras l’ambizioso avvocato e l’altrettanto ambizioso insegnante di scienze presso il collegio degli oratoriani avevano fatto parte dei rosati, un circolo culturale frequentato dagli amanti della poesia, degli svaghi letterari, dell’amicizia, del vino e delle rose. Eletto alla Convenzione nel collegio di Nantes, Fouché si era avvicinato prima ai girondini, poi, dando prova dell’opportunismo destinato a caratterizzare la sua lunga e travagliata carriera politica, si era allineato alle posizioni dei giacobini con il voto a favore della condanna a morte di Luigi XVI. Tale improvviso ravvedimento politico aveva rinvigorito la sua amicizia con Robespierre, consentendogli di diventare un frequentatore piuttosto assiduo dell’appartamento di rue Saint Honoré, dove aveva avuto modo di corteggiare, probabilmente più per calcolo che per amore, la sorella dell’”Incorruttibile”, Charlotte. Il progetto matrimoniale, inizialmente incoraggiato da Robespierre, era tuttavia svanito a causa della condotta scellerata di Fouché durante la sua missione a Lione. Il suo predecessore, Couthon, si era limitato ad accanirsi sui simboli della prosperità lionese. Nell’ottobre del 1793 aveva personalmente inaugurato, dopo aver pronunciato un violento discorso, la demolizione dei palazzi aristocratici affacciati su Place Bellecour. La Convenzione era rimasta delusa da un approccio così moderato e si era affrettata a sostituire Couthon con Fouché e Collot d’Herbois. Pur senza interrompere il programma di demolizione della città, che anzi era proseguito più spedito grazie all’impiego della polvere da sparo, i due deputati in missione si erano impegnati a lavare con il sangue l’onta della sedizione. Giudicando troppo lenta ed inefficiente la ghigliottina, avevano disposto che si facesse ricorso ai cannoni caricati a mitraglia per eseguire le condanne capitali. Tale metodo sbrigativo, capace di soddisfare l’impazienza rivoluzionaria, aveva prodotto in poche settimane quasi duemila vittime tra la borghesia lionese. Il teatro di queste atrocità era stata la Plaine des Brotteaux, sulle rive del Rodano, affinché i cadaveri insanguinati dei condannati, affidati alle acque del fiume giungessero come un macabro monito fino alle mura di Tolone, occupata dagli inglesi e dai controrivoluzionari.

L’eco dei mitragliamenti di Lione era giunta sino al Comitato di Salute Pubblica, suscitando l’indignazione di Robespierre, a cui alcuni patrioti lionesi si erano rivolti per denunciare gli eccessi della repressione. Nell’aprile del 1794, una decina di giorni dopo l’esecuzione degli hébertisti, l’ala più radicale ed estremista della rivoluzione, Fouché era stato richiamato a Parigi a rendere conto del suo operato. Intuendo le insidie del nuovo clima politico, prima di lasciare Lione Fouché si era premurato di inviare al patibolo il boia ed il suo aiutante, testimoni ingombranti del massacro che aveva perpetrato. Tale precauzione tuttavia non aveva rafforzato la sua posizione. La Convenzione, ancora scossa dall’eliminazione di Danton e di Hébert, aveva accolto con freddezza le sue giustificazioni, rinviandone l’esame al Comitato di Salute Pubblica. In un colloquio privato, svoltosi alla presenza di Charlotte, Robespierre aveva mostrato un tale disprezzo per le balbettanti scuse di Fouché da suonare non solo come una rottura ufficiale del fidanzamento, ma peggio come una sentenza di morte, da eseguire in data da destinarsi. Anziché attendere con rassegnazione l’atto di accusa che lo avrebbe condotto alla ghigliottina, Fouché, animato dalla forza della disperazione, aveva deciso di giocare d’anticipo, sfidando il suo potente avversario. Con incrollabile determinazione si era impegnato a tessere un’ampia rete di relazioni all’interno del Club dei giacobini, dove la brutalità di cui aveva dato prova a Lione era considerata da molti un merito patriottico. Grazie a questo abile lavorio, il 18 pratile era stato eletto a larga maggioranza alla presidenza del Club dei giacobini. Superato l’iniziale stupore, nessuno prima di allora aveva mai osato sfidarlo con tanta sfrontatezza, Robespierre aveva reagito nella seduta del 23 pratile. Prendendo a pretesto un reclamo dei patrioti di Nevers contro l’esecuzione di innocenti, aveva attaccato apertamente Fouché, che era stato inviato in missione anche in quel dipartimento. L’assemblea dei giacobini aveva accompagnato con fragorosi applausi l’invocazione alla difesa dell’innocenza in quanto prima virtù repubblicana, costringendo il presidente a balbettare qualche imbarazzata parola a sua difesa, prima di porre frettolosamente termine al dibattito. Dopo questo scontro pubblico, in cui l’”Incorruttibile” aveva ancora una volta usato il proprio immenso prestigio come un’arma per atterrare il suo avversario prima di finirlo, Fouché era scivolato nella clandestinità, non aveva più messo piede al Club di rue Saint Honoré, aveva disertato le sedute della Convenzione, pur continuando con discrezione a moltiplicare i contatti con numerosi deputati. A tutti andava ripetendo che Robespierre, Saint-Just e Couthon si accingevano a mettere in atto una nuova epurazione tra i banchi della Convenzione, ben più radicale di quella che si era abbattuta prima sui girondini, poi sui dantonisti ed infine sugli hébertisti.

Robespierre non aveva dato respiro alla sua preda, in una successiva seduta dei giacobini era tornato ad attaccare Fouché, prudentemente assente, invitandolo a giustificarsi per il suo operato in missione. Il presidente ormai latitante aveva inviato al Club una lettera in cui cortesemente declinava l’invito a giustificarsi prima che il Comitato di Salute Pubblica si fosse pronunciato. Questa fragile difesa, fondata sul rispetto del galateo istituzionale, offrì a Robespierre l’occasione per sferrare il 23 messidoro (11 luglio) un nuovo e micidiale attacco. Lo indicò senza mezzi termini come il capo della cospirazione che minacciava la repubblica, lo definì un “impostore vile e spregevole”, la cui condotta era una confessione di colpevolezza, un uomo le cui mani “…grondavano di rapine e di crimini”. L’assemblea dei giacobini non poté fare altro che deliberare l’espulsione del suo presidente come indegno.  Tale marchio d’infamia che predestinava alla ghigliottina rese la predicazione di Fouché ancora più convincente. Altri ex terroristi come Barras, Fréron si mostrarono ben disposti a fare fronte comune con lui per tentare di salvarsi la testa.

Anche Barras e Fréron avevano tentato di riconciliarsi con Robespierre dopo essere stati richiamati a Parigi, nel maggio del 1794, dalla loro missione sanguinaria nel Midi. Oltre all’accusa di aver versato molto sangue innocente, insieme a quello impuro dei controrivoluzionari, pesava su di loro il sospetto di essersi arricchiti con il saccheggio di Marsiglia e di Tolone. Il breve colloquio si era svolto in rue Saint Honoré, nella camera di Robespierre mentre questi era impegnato nella sua meticolosa toilette quotidiana. Fréron aveva preso la parola per primo, smentendo con sdegno le calunnie diffuse a proposito della loro missione. Robespierre con il volto appena imbiancato di cipria aveva mantenuto un silenzio glaciale finché i due deputati non si erano congedati umiliati. Rievocando nelle sue memorie quell’espressione impenetrabile Barras scrisse: “Non ho mai visto nulla di così impassibile nel marmo ghiacciato delle statue o nel viso dei morti già seppelliti.” La ritrattazione dei principali accusatori di Fréron e di Barras aveva in seguito riabilitato i loro nomi in seno alla Convenzione ed al Club dei giacobini, tuttavia il silenzio minaccioso dell’”Incorruttibile” aveva continuato ad inquietarli come il presagio di un castigo imminente. Soprattutto dopo l’approvazione della legge di pratile, Barras e Fréron avevano attirato attorno a loro altri deputati, tra cui Curtois e Merlin de Thionville, preoccupati delle intenzioni repressive di Robespierre. La rosticceria Doyen sugli Champs Elysées ed il Caffè Corazza in prossimità del Palais Royal erano diventati i luoghi di ritrovo degli oppositori del regime in attesa di trovare il coraggio di agire.

Al gruppo dei cospiratori si unirono anche Carrier e Rovère. Carrier aveva superato in efferatezza qualunque altro deputato in missione. Inviato a Nantes nell’agosto del 1793 per punire i cosiddetti briganti vandeani, aveva applicato metodi ancora più sbrigativi dei mitragliamenti: le noyades, gli annegamenti di massa nelle acque della Loira dei sospetti di simpatie controrivoluzionarie, dei sacerdoti, delle suore, dei rivoltosi vandeani con le loro famiglie, bambini e neonati compresi. Le vittime, in totale tra duemila e quattromila ottocento a seconda delle stime, venivano caricate, incatenate a gruppi, su barconi dalla chiglia piatta che venivano affondati a colpi di mazza al centro del fiume. Chi tentava disperatamente di salvarsi gettandosi in acqua veniva massacrato a colpi di lancia e di sciabola. Talvolta gli aguzzini si divertivano a schernire le loro vittime incatenandole seminude a coppie in pose oscene. Poiché tale sistema di annientamento dei nemici della rivoluzione richiedeva carnefici dalla coscienza particolarmente indurita oppure ottenebrata, Carrier aveva creato la “Legione Marat”, composta da sanculotti spietati, ad essi aveva affiancato i cosiddetti “Ussari Americani”, un gruppo di ex schiavi di Santo Domingo, assetati di vendetta. Preferendo passare il suo tempo ad ubriacarsi, Carrier non aveva assunto direttamente il comando delle operazioni, ma lo aveva affidato a dei suoi luogotenenti senza scrupoli. Questa delega non gli aveva risparmiato l’esecrazione di Robespierre che tuttavia aveva deciso di non procedere immediatamente alla sua punizione. Al suo rientro a Parigi, grazie al prestigio di cui godeva tra gli hébertisti, era stato eletto al ruolo di segretario della Convenzione. Alla fine di marzo il suo nome non era comparso neppure sulla lista dei seguaci di Hébert da consegnare al boia. Nonostante ciò Carrier si attendeva da un giorno all’altro il castigo dell’”Incorruttibile”.

Le mani di Rovère non erano sporche di sangue, ma non erano meno colpevoli agli occhi di Robespierre poiché stringevano i beni che erano riuscite ad arraffare. Inviato in missione nel giugno del 1793 nel dipartimento appena costituito delle Bouches-du-Rhône, Rovère si era accaparrato così tanti beni nazionali, tra cui perfino un convento dei celestini a Sorgues, nei pressi di Avignone, da suscitare sospetti ed accuse a cui Robespierre non aveva esitato a prestare credito.

 

Roberto Poggi

Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l’Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici. Da più di dieci anni collabora assiduamente con la rivista storica on line “Storia in Network”. Consultando gli archivi della rivista è possibile accedere ai suoi numerosi articoli.


 

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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