COSI’ SOLEVA MENARE IL GIORNO ORAZIO

Quinto Orazio Flacco in un ritratto immaginario di Anton von Werner.

Ottanta anni circa dopo la morte di Augusto, un grande storiografo, CORNELIO TACITO, scrive la storia degli imperatori romani della dinastia Giulio-Claudia, iniziata con Augusto il 31 a.C. e terminata con Nerone nel 68 d.C. Si intitola ‘Annales’, con un voluto riferimento alla tradizione annalistica romana (raccontare la storia anno per anno).
E’ un racconto a tinte fosche, di un’epoca caratterizzata da una paura, a cui ci si era fatta l’abitudine: veleni serviti a pranzo e a cena, morti misteriose e continue, trame occulte, sotterranee,
un fuoco sempre lì a covare sotto la cenere, il tutto in palazzi sfarzosi, ma sempre in penombra. E la plebe ormai ridotta ad uno sfondo indistinto, come in una grande foto di gruppo, nella quale però le facce senza nome degli individui sono tutte uguali e senza lineamenti.
Ed un presentimento di fine che si avvicina.
Uno storiografo, certo, ma anche uno stupendo romanziere.
Scrive anche un prezioso saggio di tipo etnologico sui germani, popolazione ancora selvaggia, se paragonata alla cultura dell’impero romano, ma Tacito ti fa avvertire il brivido della paura che egli prova, immaginando che da quelle popolazioni al confine con Roma prima o poi arriverà il pericolo.
Dice Tacito:
Valgono tra loro i buoni costumi, più di quanto altrove volgono le buone leggi.”
Altrove? E dov’è altrove, se non a Roma? Le buone leggi: è una regola che vale sempre, quella per cui chi governa emana leggi, quando il costume non basta più. Ed allora più sono nutriti i codici, più è segno che il costume non funziona. Alcuni decenni fa in Italia, una stretta di mano valeva più di un puntiglioso atto notarile, oggi non basta nemmeno questo. Viene da concludere con Tacito che, più è abbondante il codice, più è diffuso il malcostume.
E Orazio?
Andava a rendere visita al suo amico e protettore Mecenate, nella villa dell’Esquilino. Quando arrivava, nei pressi della fastosa dimora trovava una folla di varia umanità. Lo riconoscevano, e tutti a farglisi intorno, chi per congratularsi per le sue aderenze in alto loco, chi per consegnargli petizioni da inoltrare a Mecenate.
E molti gli ponevano quesiti sulla politica: che fanno i Parti, che si dice dei Germani, è vero che i Daci….?
E lui a ripetere di saperne quant’e loro:
“Sai tenere bene i segreti, tu, eh!”. E non sapevano che Orazio ed il ministro si incontravano per il piacere della compagnia, ed i discorsi erano del tipo: “Che ora sarà?”; oppure: “Comincia a fare freschetto la mattina, e, chi non si copre, si buggera!”; o anche: “Secondo te quale gladiatore è più forte, Syro o Gallina?” (insomma Ronaldo o Messi? Maradona o Pelé?), e cose simili, che ben si depongono in orecchie con le fessure. Ma non andrà mica tutti i giorni da Mecenate. E negli altri?
Orazio è ostinatamente deciso ad evitare la carriera politica, da buon epicureo: quello che ha, gli basta ed avanza. Se fosse schiavo della depravante ambizione, dovrebbe dire addio alla serenità che gli dà la saggezza, e fa degli esempi di persone che vivono vita grama per colpa dell’ambizione. E dice nella VI satira del I libro: “Se volessi darmi alla carriera politica, mi dimostrerei malato della malattia di Barro, che desiderava di essere considerato uomo bellissimo: ovunque andasse, metteva nelle ragazze la curiosità smaniosa di esaminarlo con attenzione ed in ogni parte del fisico: la faccia, i capelli, le gambe, i piedi, i denti. Così se prometto di proteggere l’impero l’Italia, e Roma ed i sacri templi degli dèi, indurrei tutti gli uomini ad interessarsi di me, a chiedere da quale padre io discenda, e se sono figlio di madre di bassa origine. E poi dovrei di continuo incrementare le mie sostanze, ed andare a salutare questo e quello più potente, e portarmi dietro della compagnia, per non andarmene solo soletto in campagna ed in giro; e poi dovrei mantenere cavalli e stallieri, e guidare carrozze di rappresentanza. Invece, così come sto ora, me ne vado in giro su un modesto mulo, se voglio addirittura fino a Taranto, senza essere mai biasimato per spilorceria. E per questo, e per mille altre ragioni, me la passo meglio di un senatore illustre. Me ne vado dove mi pare e piace, e domando il prezzo della verdura e del farro. E vado girando per il Circo massimo pieno di insidie, e di sera nel Foro; sosto davanti agli indovini; e poi me ne torno a casa, ad un piatto di porri frittelle e ceci. Mi servono il pasto solo tre schiavetti, due coppe su una tavola di marmo , una ciotola con una saliera dozzinali, ed un’ampolla con un piatto largo, mercanzia alla buona della Campania. Poi me ne vo a dormire, senza il pensiero di dovermi alzare presto domani, e di dover passare davanti al Marsia, che con l’espressione dolente sembra voler dire che non ce la fa più a sopportare la faccia del minore dei fratelli Novii.”. Spiegazione: Marsia era un satiro, che si fece passare per la testa di sfidare Apollo in una gara musicale. Ovviamente vinse Apollo, che per punizione legò il satiro ad un albero e lo spellò vivo. Ovviamente la cosa doveva essere ben dolorosa, e nelle statue del poveretto la sofferenza era in tutto il corpo, specie nel viso. Una statua così fatta del Marsia era piazzata davanti alla bottega dei fratelli Novii, ed Orazio scherza, dicendo che Marsia è in preda alla lancinante sofferenza, non per la punizione, ma perché non gliela fa più a sopportare la faccia del minore dei due fratelli. I Novii erano usurai. Ma riprendiamo il racconto di Orazio:
“Poi mi riposo fin verso le dieci. Quindi, me ne vado un po’ a passeggio, e poi leggo o scrivo qualcosa per mio silenzioso diletto, e mi ungo di olio, ma mica quello che quello zozzone di Natta usa a tale scopo, dopo averlo rubato ai lampioni della pubblica illuminazione.”. Questo Natta, illustre sconosciuto, tale sarebbe rimasto, se Orazio non l’avesse qui citato. “Il sole alto poi esorta me stanco ad andarmi a fare una bagno, ed allora me ne scappo dal Campo Marzio e dal gioco della palla. Mangio con calma, quel tanto che basta allo stomaco per durare fino a sera, e me ne sto in ozio beato a casa. E’ questa la vita slegata dalla ambizione che ti fa misero e che pesa. Con questo mi sento sicuro che vivrò più serenamente che se avessi avuto un padre o uno zio questori.”.
Nella VI satira del II libro ci dice: “Quando sto a Roma, la mattina presto mi trascina a far da sponsor, da garante (è latino, mica inglese!): ‘forza, sbrigati, prima che qualcun altro ti preceda nel compito ’. Spiri pure la tramontana a spazzare la terra, oppure la bruma trascini la stagione della neve nel giro più basso del sole, è doveroso andare. Mi tocca dire qualcosa che forse mi danneggerà, pure in modo chiaro e certo, mi tocca spintonare tra la folla e maltrattare chi va lento. ‘Che vuoi, scemo! E che hai di urgente?’ mi dice uno incavolato con termini d’ira: ‘Tu sei capace di abbattere tutto ciò che ti si para davanti, quando con il pensiero stai da Mecenate!’. Lo ammetto, questo riferirmi a te mi fa proprio piacere e mi addolcisce il giorno……….. O campagna, quand’è che ti potrò rivedere?! E quando mi si consentirà di affidarmi alla piacevole dimenticanza di una vita affannosa, ora con i libri degli antichi, o con il sonno e con le ore dell’inerzia? O quando mi sarà servita la fava, parente di Pitagora, insieme a verdurine insaporite con lardo abbastanza grasso?”. La fava è parente di Pitagora: l’antico maestro greco credeva nella reincarnazione delle anime, la metempsicosi, trasmigrazione delle anime. Ed a qualche anima toccava reincarnarsi in una fava, pertanto Pitagora aveva proibito ai suoi seguaci di cibarsi delle fave: “Potresti mangiare l’anima di nonno!”. Come mai questa proibizione? A mio avviso aveva capito o appreso che le fave possono attivare una pericolosissima allergia, il favismo, e quindi era meglio tenersene lontani. Però, per essere convincente e terrorizzare con il sacro i suoi seguaci, tira in ballo la metempsicosi. Qualcosa di simile sarà capitato per la carne di maiale e Maometto. Ma di questa satira, la VI del II libro, parleremo nell’ultima puntata di questo lungo, e spero piacevole, viaggio intorno al pianeta Orazio. E la proporrò tutta, commentandola pezzo per pezzo.
Orazio si fa sostenitore della politica e della ideologia di Augusto, e per varie ragioni. Intanto ha chiuso il tempio di Giano, avendo riportato nell’impero la PACE! Dopo un secolo di sangue, sangue, sangue, non è merito di poco conto, celebrato da Ottaviano con l’Ara Pacis. Con la pace sono ripresi i commerci, ed il principe pare la personificazione del dio Mercurio, anzi in area orientale Augusto E’ l’incarnazione di Ermes/Mercurio. Le suggestioni delle aspettative palingenetiche e messianiche da qualche parte lo fanno divenire addirittura il verbo incarnato, la parola degli dèi divenuta uomo, dato che Ermes è il messaggero degli dèi: quando parla lui, è l’Olimpo a rivelarsi agli uomini. Augusto a Roma mira a restaurare gli antichi costumi: vive sul Palatino, in una casa modesta, nella zona dove tutta la storia romana è iniziata, e sua moglie Livia gli confeziona gli abiti, e gli è fedele per mezzo secolo, cosa rara ma antica. Restaura il Cursus Honorum, le tappe e le norme per la carriera politica, rimettendo ordine là dove i torbidi civili e le convulsioni della Repubblica avevano fatto grande disordine. E poi abbellisce Roma di monumenti nuovi (il suo generale e genero, Agrippa, oltre ad avergli fatto vincere tutte le battaglie decisive, contro Sesto Pompeo e Antonio, ha edificato anche il Pantheon, che fa ancora magnifica mostra di sé, anche se non è proprio l’originale, ma un rifacimento di Adriano dopo un incendio). Ha consolidato il limes, il confine dell’impero, rendendolo più sicuro con lo stanziamento di guarnigioni militari. Ha bastonato i Parti, recuperando le insegne perdute da Crasso insieme alla vita; e poi ha bastonato i Germani, recuperando le insegne perdute da Varo a Teutoburgo, e riportato a casa i soldati romani fatti schiavi dai germani. Insomma Augusto pare l’uomo della Provvidenza, uno che ci voleva, perché le cose tornassero a posto. Vivo lui, gli si riconosceva il primato, poi però si sarebbe potuto tornare alle antiche maniere. Ma Augusto aveva altro in testa, e pensava a designare un successore.

Ma questo è un altro capitolo. Ne parleremo più avanti. Ricordo solo che Orazio è nato il giorno 8 dicembre

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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