Dopo decenni di studi e prove da parte di tutti maggiori istituti di ricerca del mondo, il nuovo direttore dell’ Epa (Environmental Protection Agency) Scott Pruitt, continua a sostenere che l’impatto delle attività umane sui cambiamenti climatici è ancora tutto da dimostrare!

In una recente intervista, Pruitt ha dichiarato che non sarebbe il biossido di carbonio (CO2) il responsabile dei cambiamenti in atto. Una dichiarazione che potrebbe avere conseguenze spaventose a livello globale. Innanzitutto perché, se davvero così fosse, sarebbero inutili tutte le misure che prevedono la riduzione delle emissioni. Di conseguenza non sarebbero validi gli accordi sottoscritti a Parigi durante la COP21 (Pruitt lo ha definito “il cattivo Accordo di Parigi”) e poi ratificati a Marrakech con la COP22 (che infatti è stato tutto incentrato sulla decisione degli USA).

Questo significherebbe, da un lato, per le multinazionali di tutto il pianeta non essere più costrette a limitare le emissioni e per i singoli paesi non doversi più curare dell’inquinamento atmosferico (si pensi alle conseguenze che ciò potrebbe avere a livello geopolitico in Cina o in India o in molti paesi africani). Ma comporterebbe anche un cambiamento radicale all’interno di tutti i centri di ricerca del mondo: sarebbe indispensabile, infatti, rimuovere dall’incarico tutti i ricercatori e gli scienziati che fino ad ora non hanno fatto altro che “prendere in giro blandendo falsi allarmismi”.

Addirittura, la stessa Commissione Europea dovrebbe subire profondi cambiamenti al vertice dato che ha avviato una “Azione per il clima” basata proprio sulla riduzione delle emissioni di CO2 in quanto responsabili dei cambiamenti climatici.

Questo se fosse vero ciò che sostiene il “climatoscettico” Scott Pruitt, da poche settimane incaricato da Trump di ricoprire l’incarico di capo dell’EPA.

Ma chi è Scott Pruitt? Di sui si è parlato spesso negli USA. Già nel 2012. Fu allora che Pruitt, allora procuratore generale dell’Oklahoma dichiarò guerra all’EPA l’Agenzia di Protezione Ambientale degli Stati Uniti accusandola di aver travalicato i propri limiti. Gli scontri si infervorarono a settembre del 2013, quando l’ EPA propose nuove regole che prevedevano la limitazione nelle emissioni di CO2. Si trattava di misure fortemente volute dal presidente Barack Obama e in linea con la sua nuova politica sui cambiamenti climatici (come dichiarò in un discorso alla Georgetown University). Seguirono duri scontri tra l’industria energetica e l’EPA che finirono in tribunale.

“Alcuni credono che non abbiamo bisogno dell’EPA, che non hanno alcun ruolo per tutti”, disse Pruitt. “Io non sono una di quelle persone”, dichiarò diplomaticamente. La “mission” dell’EPA, secondo Pruitt, era proteggere la salute umana e preservare l’ambiente. Ma anche scrivere e far rispettare le regole per scegliere i vincitori e vinti nel settore energetico.

La diatriba sull’utilizzo del carbone e del gas naturale e sulle conseguenze non è da poco: in Oklahoma, lo stato dove operava Pruitt, molte industrie e utenze elettriche dipendono da queste fonti energetiche per alimentare le loro centrali elettriche. Per questo motivo lo stato era finito sulla lista nera dell’agenzia federale. “Penso che il passaggio dal carbone al gas naturale è piuttosto lenta”, disse Pruitt (mentre ilgas natuale era estratto in Oklahoma il carbone proveniva da altri stati). “Credo che l’atteggiamento con l’EPA che i combustibili fossili sono cattivi sia sbagliato. E che stanno facendo tutto il possibile per utilizzare il processo legislativo per attaccare entrambi”. Già allora era evidente che quella di Pruitt era una battaglia fondata non su basi scientifiche (“il carbone e il gas naturale inquinano? E quanto?”), ma sugli interessi economici legati alle fonti energetiche.

Interessi economici che divennero accuse pesanti nel 2014, quando il New York Times dimostrò che la lettera di tre pagine con la quale Scott Pruitt accusava l’Environmental Protection Agency di sopravvalutare la quantità di inquinamento atmosferico causato dalle società di perforazione di nuovi pozzi di gas naturale nel suo stato, era stata scritta dagli avvocati della Devon Energy, una delle più grandi compagnie petrolifere e del gas di Oklahoma. I “tecnici” dello staff di Pruitt avevano solo copiato su carta intestata (e cambiato poche parole) e l’avevano inviata a Washington.

Le stesse società petrolifere che finanziavano gli avvocati (la lettera non era basata su giustificazioni e motivazioni proposte da geologi o da scienziati, ma da avvocati) che avevano ricevuto parcelle dalle società petrolifere per milioni di dollari! Alla base dell’impeto di Pruitt quindi, secondo l’autorevole giornale americano, non c’era una motivazione scientifica ma gli interessi miliardari in gioco. “Quando si utilizza una carica pubblica piuttosto spudoratamente, per garantire per un interesse finanziario, senza la divulgazione della vera paternità, è una pratica pericolosa,” dichiarò David B. Frohnmayer, un repubblicano che è anche avvocato generale in Oregon, “Il burattinaio dietro il palco sta tirando le stringhe, senza farsi vedere”.

Per il signor Pruitt, – scrisse il New York Times – i benefici erano chiari: lobbisti e funzionari delle società [petrolifere, n.d.r.] sono stati notevolmente solleciti nell’aiutare la carriera di Pruitt presso la Republican Attorneys General Association, incarico che lui ha usato per iniziare quella che lui e gli alleati chiamano la regola di campagna di legge, che aveva lo scopo di spingere contro Washington. La replica non si fece attendere: “Stiamo vivendo una crisi costituzionale,” disse Pruitt in una conferenza a Dallas, “La direzione assunta dalla nostra nazione è a rischio e la posta in gioco è rispondere a quello che sta succedendo”.

Le potenti lobby del petrolio e dei combustibili cercarono di esercitare pressioni sull’ EPA, sul Dipartimento dell’Interno, sull’Ufficio di Gestione e Bilancio e anche sullo stesso presidente Obama. Il tentativo di destabilizzare l’EPA fu selvaggio massiccio. Ma molti si levarono in sua difesa: “Si tratta di un magnifico e nobile istituzione”, disse Terry Goddard, “E la sua indipendenza è a rischio. Quello che sta accadendo diminuisce la reputazione dei singoli procuratori generali e la comunità come un gruppo”. Ancora una volta Pruitt rispose che era il momento di “prendere decisioni su ciò che rappresenta l’adesione allo stato di diritto, e che cerchiamo di anticipo che e provare di fare il meglio che possiamo per educare alla gente del nostro punto di vista”. In breve, la faccenda assunse un aspetto politico nella competizione tra repubblicani e democratici e Pruitt ne uscì sconfitto nonostante nel frattempo, e grazie alle giuste alleanze, la protesta si fosse estesa all’Alaska e al Canada.

Dal 2011, Pruitt ha citato in giudizio l’EPA 13 volte e ha sempre tentato di ribaltare le norme sull’acqua o sull’impatto ambientale e la politica climatica firmata da Obama. Ma sempre dietro una spinta che non ha motivazioni scientifiche ma meramente economiche. Ma non si è mai arreso: nel maggio 2015, ha detto che il dibattito sul cambiamento climatico “è ben lungi dall’essere risolta” e che “gli scienziati continuano a non essere d’accordo circa il grado e l’entità del riscaldamento globale e la sua connessione con le azioni degli uomini”. Da sempre le ragioni che stanno dietro alle battaglie di Pruitt e alle sue dichiarazioni non hanno alcuna base scientifica. Come ha detto Rhea Suh, presidente del Natural Resources Defense Council, “Pruitt sembra destinato per la sala ambientale della vergogna”.

Ora dopo alcuni anni e dopo l’ascesa al vertice della Casa Bianca di Trump, Pruitt si è ritrovato a capo proprio dell’ente che per anni ha combattuto, l’EPA. E la prima cosa che ha fatto è stata prendersi la rivincita: non servono a niente gli studi condotti dagli stessi ricercatori che per anni avevano osteggiato le sue politiche legate alle emissioni di CO2. “Per troppo tempo, l’Environmental Protection Agency ha speso soldi dei contribuenti su progetti fuori controllo per l’ambiente che sono costati milioni di posti di lavoro, ma hanno minacciato anche i nostri incredibili agricoltori e molte altre aziende e industrie”, ha detto Trump, aggiungendo che Pruitt avrebbe “invertito questa tendenza”. E, infatti, tutte le dichiarazioni del nuovo capo dell’EPA, a dicembre 2016 (e poi nei giorni scorsi) sono state negazioniste.

La verità è che Pruitt, dopo aver ricevuto l’incarico, non ha detto niente di diverso rispetto a ciò che ripete da anni, finanziato da gruppi come Koch Freedom Partners, che hanno donato almeno 175.000 dollari all’organizzazione creata da Pruitt e altri avvocati per combattere l’EPA. La vera differenza sta nel fatto che le conseguenze delle decisioni di chi ha sempre fatto gli interessi delle multinazionali del petrolio ora potrebbero influenzare l’ambiente di tutto il pianeta. “Questo è un momento spaventoso”, ha detto Naomi Oreskes, professore dell’Università di Harvard, “nelle ultime settimane abbiamo visto consegnare le redini del governo federale alla industria dei combustibili fossili”.

Come è stato fin troppo chiaro a Marrakech, lo scorso dicembre durante i lavori della COP22, l’ambiente è orami solo un’arma nelle mani di chi ha il controllo dell’economia globale (o vorrebbe averlo). Ormai l’attenzione dei leader mondiali non è più rivolta allo stato del pianeta ma alle conseguenze che questa o quella decisione potrebbero avere sullo scacchiere delle multinazionali. Del resto era stato proprio Trump a dichiararlo: “Il concetto di riscaldamento globale è stato creato da e per i cinesi al fine di rendere la produzione degli Stati Uniti non competitiva” (Donald J. Trump @realDonaldTrump). E la nomina di Pruitt “che ha una storia inquietante di rappresentanza degli interessi dei big Oil a spese della salute pubblica”, come ha detto il senatore Chuck Schumer in un comunicato, è solo l’ennesima conferma.

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