Corsi e ricorsi storici: Huey Long

Nel lontano 1972, promettente studente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, indirizzo Scienze Storiche, chiesi al mio docente di Storia del Nord America se potevo sostenere l’esame su un libro già divenuto un classico come Storia della Guerra Civile americana di Raimondo Luraghi. Non ottenni nemmeno risposta, non si degnò di darmela: Luraghi era un ex-comunista e, in quella facoltà, era un reato ideologico inferiore solo a quello di essere “di destra”… Mi disse semplicemente che dovevo portare il programma regolare d’esame, come gli altri studenti. Siccome la replica del docente non era dialettica, ma ineccepibile, mi attenni al programma e fu forse una fortuna, perché scoprii una figura che da allora mi ha sempre interessato, quella di Huey Long, governatore della Louisiana dal 1928 al 1932 e membro del Senato degli Stati Uniti dal 1932 al 1935.
      Nato a fine agosto del 1893 nella parte centrosettentrionale di quello Stato, una zona poverissima e pesantemente afflitta dalla piaga dell’analfabetismo, da una famiglia di piccolissimi proprietari terrieri, fin da giovanissimo dovette rassegnarsi a svolgere vari lavori per mantenersi, sebbene avesse dato prova di doti scolastiche eccellenti. Il suo risentimento sociale contro le classi dirigenti locali, già forte, divenne di conseguenza ancora più forte.
       Dopo aver compiuto studi universitari di legge, iniziò ad esercitare la professione di avvocato, distinguendosi nella difesa di piccoli proprietari di piantagioni e acquisendo notevole fama per aver vinto una causa a danno della compagnia petrolifera Standard Oil, estremamente potente in Louisiana, che da allora divenne il suo nemico dichiarato.
       Nel 1918 iniziò la sua carriera politica e si distinse subito per la vigoria estrema con cui lottò contro i grandi monopoli petroliferi dello Stato. Fu in quel periodo che consolidò alcune tecniche propagandistiche estremamente avanzate per l’epoca, basate sulla continua ricerca del rapporto diretto con gli elettori e accompagnate da un linguaggio schietto e molto duro nei riguardi dei suoi avversari politici.
       Nel 1924, Long si candidò alle elezioni per governatore della Louisiana, sulla base di un programma ormai palesemente populista e dichiaratamente ostile all’establishment. La sua campagna elettorale si distinse per modernità, in quanto fu il primo uomo politico del Profondo Sud ad utilizzare la radio come strumento di propaganda, così come i camion dotati di altoparlante per comizi improvvisati e per far sentire la sua voce ovunque. Provenendo da una contea dello Stato che, durante la Guerra Civile (1861-1865) era stata dichiaratamente unionista, i rapporti di Huey Long con il Ku Klux Klan, potentissimo all’epoca in Louisiana, non furono mai particolarmente agevoli e questo certo dovette costargli la vittoria.
       Nei successivi quattro anni, egli si preoccupò di rafforzare la propria base elettorale nello Stato e, nel 1928, si candidò nuovamente, accentuando ulteriormente i contenuti populisti del proprio programma politico e sostenendo che la Louisiana era governata da una ristretta cerchia (da lui definita “The Ring”) preoccupata solo del proprio personale arricchimento e dell’emarginazione delle classi meno abbienti. Le sue parole incontrarono un consenso massiccio in uno Stato dove il 60% della popolazione era composto da agricoltori poverissimi, dove esistevano solo 300 miglia di strade asfaltate  e dove la percentuale di analfabetismo (75%) era la più elevata degli USA, dal momento che la maggior parte della famiglie non aveva il denaro per mandare i propri figli a scuola e comprargli i libri di testo.
       Per fronteggiare tale disastro, Long propose un massiccio programma di intervento pubblico e ottenne la carica di governatore dello Stato con il 96,1% dei voti. Non appena eletto, egli operò un massiccio “sfrondamento” della struttura politico-burocratica insediata ai vertici della Louisiana e la sostituì con uomini di sua fiducia, dando vita a un sistema innegabilmente autoritario. Tuttavia, non appena il suo controllo sull’apparato dello Stato poté dirsi consolidato, il neo-governatore scatenò un’offensiva politica senza precedenti, intesa a mantenere le promesse che aveva fatto durante la campagna elettorale: concessione di libri di testo gratuiti a tutti gli studenti, corsi serali di alfabetizzazione per adulti (che insegnarono a leggere e scrivere ad oltre centomila persone), e varo di un grandioso programma di lavori pubblici, inteso alla costruzione di strade, ponti, ospedali e scuole. Tale programma suscitò una forte ostilità nelle classi dirigenti dello Stato e nei media, ma Long riuscì ad averne ragione utilizzando una personalissima tecnica di intervento diretto, basata su frequenti irruzioni nella Camera e nel Senato della Louisiana, dove di fatto “costringeva” i membri dei medesimi a votare le sue proposte di legge, minacciandoli di far perdere loro la faccia di fronte all’elettorato.
Nel 1929, Long convocò una sessione speciale di entrambi i rami del Congresso della Louisiana per fare loro approvare una nuova tassa del 5% sulla raffinazione del petrolio, che sarebbe servita a finanziare i suoi programmi sociali. La sua decisione incontrò una fierissima opposizione da parte dei potentati petroliferi locali, culminata nella richiesta di procedere all’impeachment del governatore.
Long rispose alla sua maniera, girando in lungo e in largo lo Stato per sollevare l’opinione pubblica contro il Congresso e, al tempo stesso, riuscì a bloccare l’impeachment con manovre parlamentari. Sentendosi forte per il successo ottenuto, egli passò nuovamente all’offensiva, accentuando ulteriormente la sua gestione autoritaria del potere, e fu in quella circostanza che cominciarono a piovere sul suo capo le prime minacce di morte, che lo costrinsero a farsi accompagnare sempre da una scorta armata.
Com’era prevedibile, Long continuò ad insistere sui programmi di sviluppo dello Stato, che tanta fiducia gli avevano guadagnato nell’elettorato, passando disinvoltamente dalla costruzione di una moderna rete stradale alla creazione della prima università pubblica della Louisiana, aperta anche agli studenti dei ceti meno abbienti.
Dopo essersi garantita la presenza di un amico fidato come successore nella carica di governatore, Long si fece eleggere al Senato degli Stati Uniti (gennaio 1932), dove si fece subito notare per i suoi orientamenti populisti nel bel mezzo della Grande Depressione. In un primo tempo fu favorevole alla candidatura alla presidenza USA di Franklin Delano Roosevelt, ma ben presto – una volta che questi fu entrato in carica ed ebbe avviato ilNew Deal – fu uno dei pochi senatori del partito democratico a contestarlo da sinistra (a conferma della natura assai complessa del populismo), affermando che il neo-presidente non aveva alcuna intenzione di mettere realmente in atto politiche di redistribuzione della ricchezza. Come tale, fu anche un acceso fautore del Glass-Steagall Act (1933), vale a dire della legge che intendeva controllare la speculazione finanziaria. In breve, il suo stile popolaresco, il suo abbigliamento pittoresco e il suo linguaggio colorito ne fecero uno dei membri più noti del Senato USA.
Il presidente Roosevelt comprese rapidamente quale avversario potenzialmente pericoloso avesse in Long e cominciò sia a negare fondi federali alla Louisiana sia a fare oggetto lui e i suoi seguaci di indagini fiscali. Lo scontro tra i due, tuttavia, rimase relativamente sotto traccia fino a metà del 1934, quando, nel corso di un dibattito senatorio sulla guerra del Chaco, Long si scagliò con estrema violenza verbale contro “le forze della finanza imperialistica” e accusò la Standard Oil di essere uno di quei potentati petroliferi che si era fatto “promotore di rivoluzioni” in tutta l’America Latina per mettere in carica ove possibile governi da essa “comprati”, di fatto sostituendosi alla legittima politica estera degli Stati Uniti. Com’era prevedibile, queste posizioni gli alienarono le simpatie della maggioranza democratica al Congresso, che pure in quel momento era schiacciante.
Poco prima di quell’episodio clamoroso sul fronte della politica estera, Long aveva preso un’iniziativa se possibile ancora più eclatante sul fronte bancario, accusando la Federal Reserve Bank, come pure le banche JP Morgan e Rockfeller, di essere le vere cause della Grande Depressione, imputando loro di aver manipolato il sistema finanziario a proprio vantaggio, a scapito degli interessi del popolo. Così, nel febbraio del 1934, egli aveva varato il programma Share Our Wealth (cioè “Condividiamo la nostra ricchezza”), inteso a limitare i grandi patrimoni a non più di 50 milioni di dollari e a porre un tetto di un milione di dollari al reddito percepibile in un anno da un singolo individuo. Tutto ciò avrebbe consentito – a suo dire – di garantire a ogni famiglia americana un reddito di base minimo di 2-3.000 dollari l’anno, cui si sarebbero abbinate varie iniziative di sostegno sociale.
Accusato da varie parti di aver elaborato un programma socialcomunista, Long si difese sostenendo di aver tratto ispirazione dalla Bibbia e dalla Dichiarazione di Indipendenza. A suo parere, porre termine alla Grande Depressione ed evitare una rivoluzione sociale violenta negli USA richiedeva una radicale ristrutturazione dell’economia americana e l’eliminazione delle eccessive disparità di reddito che la caratterizzavano. A tale scopo, nello stesso mese di febbraio del 1934 Long creò un’organizzazione politica su scala nazionale, la Share Our Wealth Society, che nel giro di un anno arrivò ad avere oltre 7 milioni e mezzo di iscritti e 27.000 sedi in tutto il Paese. Nell’opinione di molti storici, ciò obbligò Roosevelt a spostare verso sinistra le sue politiche già nel corso del 1935.
In quegli stessi anni, Long continuò a mantenere uno stretto controllo sulla Louisiana e la sua vita politica, sicuramente perché voleva fare del suo Stato natale la piattaforma per le sue ambiziosi presidenziali, sempre più evidenti. A tal fine, si diede a tessere una rete di relazioni che potessero giovare alla sua candidatura, tra cui, in primo luogo, quella con Padre Charles Coughlin, un prete cattolico del Michigan assai noto per i suoi discorsi radiofonici di chiara impronta populista.
Nella primavera del 1935, Long avviò un tour politico su scala nazionale, accompagnato da frequenti interventi radiofonici, e dimostrò subito di poter raccogliere un massiccio consenso popolare, destando vivo allarme nell’amministrazione Roosevelt, molto preoccupata dal dover fare i conti con un candidato populista che le avrebbe potuto sottrarre voti in misura molto maggiore rispetto a quello che avrebbero potuto fare i repubblicani.
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Huey Long – photo taken on August 27, 1935, about two weeks before his death

La situazione in Louisiana, nel frattempo, stava precipitando, in quanto l’autoritarismo di Long stava spingendo i suoi nemici all’opposizione armata, ma la crisi finale si ebbe l’8 settembre 1935, quando, alle 21.20 di sera, egli venne colpito da quattro proietti sparatigli a distanza ravvicinata da tale Carl Weiss. Due giorni dopo morì. Aveva solo 42 anni. Più di duecentomila persone parteciparono alle sue esequie.

Qualunque cosa si voglia pensare di Huey Long, non c’è dubbio che esso interpreti, nel migliore dei modi, la sempiterna lotta tra i grandi potentati che si autoproclamano gli autentici interpreti del pensiero democratico e quanti invece, nutrendo visioni diverse, sono bollati dai primi come “populisti”.
Non è legittimo stabilire un parallelismo tra Huey Long e Donald Trump, perché significherebbe mettere a confronto epoche profondamente diverse e difficilmente comparabili, ma non c’è dubbio che la grande divisione di fondo testé citata resti a tutt’oggi molto viva: la democrazia dei grandi potentati finanziari, infatti, è certamente molto libertaria a parole, ma lo è molto meno nei fatti e meno ancora nella redistribuzione della ricchezza, che ama vedere rimaner concentrata in poche e ristrettissime mani. I “populisti”, dal canto loro, hanno l’indubbio merito di mettere in evidenza quanto tutto ciò sia iniquo e indifendibile, e tuttavia, per farlo, sono spesso costretti a ricorrere a metodi autoritari, vale a dire gli unici dei quali abbiano la possibilità di avvalersi se vogliono modificare situazioni talmente consolidate che, in altre maniere, difficilmente potrebbero cambiare. Nel fluire di tale dinamica, spesso i populisti incorrono in “incidenti di percorso” che ne segnano in via definitiva il destino terreno. A tutti la cosa dispiace molto e, il giorno dopo la loro dipartita, tutto riprende come prima che loro si manifestassero a livello politico, a conferma del fatto che, in definitiva, chi tocca certi assetti, muore. Sempre e regolarmente. Per puro caso, ovviamente. O perché si imbatte nel pazzoide di turno, quello che – sempre per puro caso – i Roosevelt, i Morgan e i Rockfeller non incontrano mai.
Manzoni commenterebbe così: “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo”…

Piero Visani

Piero Visani
Piero Visanihttp://derteufel50.blogspot.de
Aosta, 25/07/1950 - Torino 12/04/2020 Articoli

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