Considerazioni sul futuro del sistema degli Stati europei

 

Considerazioni sul futuro del sistema degli Stati europei

 

Compendio

Il lavoro analizza l’idea di Europa a partire dal Sec. XVII, comparandola a quella di Asia, l’unico continente (a quel tempo) concorrente.

Cultura politica, religiosa, artistica, ed infine la nascente cultura economica vengono analizzate per verificare come esse abbiano agito nell’influenzare gli eventi militari e politici che sono intercorsi durante il periodo.

L’Illiminismo, certamente il fenomeno culturale più pregnante, viene riportato nel giudizio espresso da E. Kant.

Le nuove dottrine economiche, con enfasi alla fisiocrazia opposta al mercantilismo ed al liberismo di Smith, viene discussa nella sua espressione essenziale di filosofia, oltre che di teoria economica.

Infine, la cronologia storica è riportata come una logica conclusione alle premesse culturali che l’hanno sospinta ed incitata.

Con l’avvento dell’era moderna l’Europa diventa il continente preminente in quanto il diciassettesimo secolo, con Galileo ed altri eminenti scienziati portano con le scoperte e le innovazioni scientifiche ad un modo nuovo di pensare, non più statico (come l’Asia continua ad essere), ma dinamico, innovativo.

Questi sono gli elementi essenziali che la portano a primeggiare sull’Asia, un continente che, fino a quel momento, era stato largamente superiore all’Europa, sia per ricchezza economica, che culturale (Marco Polo aveva ben documentato il livello raggiunto dall’Impero del Gran Cane).

Il lavoro è chiuso da conclusioni logiche che possono costituire anche delle previsioni attendibili sul futuro dei tre principali continenti dell’emisfero nord, considerando che i restanti saranno sempre più emarginati.

 

 

L’Idea d’Europa nel Settecento

(da F. Chabod, L’Idea d’Europa, in “La Rassegna d’Italia,  Milano II, aprile-maggio 1947)

 

“Molteplicità di Stati in Europa; necessità di tenere in piedi siffatta molteplicità per salvare la ‘libertà’ dell’Europa ed impedire l’avvento di una ‘monarchia universale’, fosse di Carlo V o di Filippo II, fosse’anche di Luigi XIV, che avrebbe significato la fine di quella libertà; necessità pratica conseguente di un continuo lavoro diplomatico, per mezzo d’una diplomazia stabile, che era appunto creazione, dopo che italiana, dell’Europa moderna, cinque e settecentesca: tali i presupposti e le giustificazioni della dottrina dell’equilibrio.

Che se ad essa badavano i pubblicisti e i politici, i cosiddetti uomini pratici, anche gli ideologi o, come venivano chiamati, gli utopisti, muovevano nei loro progetti da un identico punto di partenza, cioè dalla molteplicità degli stati europei: soltanto che, contrariamente al detto dei pratici, essi cercavano di ovviare ai danni di quella molteplicità –le guerre- mediante sistemi di organizzazione internazionale, sempre più scostantisi dai vecchi schemi di lega per la crociata contro il Turco, cari ancora al ‘400 e al ‘500 e sempre più mirando ad una forma di organizzazione permanente, europea, non in vista di una lotta contro l’infedele, ma per sopire i dissidi tra i principi d’Europa. […] Questo, di un organismo permanente, sarebbe stato il nouveau systéme de l’Europe, preferibile sl sistema dell’equilibrio tra la casa di Francia e la casa d’Austria, scriveva un anonimo nel 1745.

Comunque, per l’una e per l’altra via, la via dei politici e la via degli utopisti, quella che n’usciva con contorni sempre più netti, precisi, era l’immagine dell’Europa come di un corps politique unitario, per certi principi comuni, anche se diviso in vari organismi statali: un corpo dalle molte anime.

Considerations sur l’état présent du corps politique de l’Europe, intitola Federico il Grande, ancora principe ereditario, il suo primo saggio politico; vent’anni dopo, in piena guerra dei Sette Anni, in uno scritto apparso a Francoforte, l’Europa è raffigurata a guisa di un ‘sistema politico, un corpo dove tutto è collegato dalle relazioni e dai diversi interessi delle nazioni, cha abitano da questa parte del globo… da questa famosa idea della bilancia politica e dell’equilibrio dei poteri” [….].

“Con ancora più largo respiro, al Voltaire l’Europa appariva da lungo tempo, eccetto la Russia, come una specie di grande repubblica divisa in vari Stati, gli uni monarchici, gli altri misti, gli uni aristocratici, gli altri popolari, ma tutti collegati gli uni agli altri, tutti con ugual fondamento religioso, anche se divisi in varie sette, tutti con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, sconosciuti nelle altre parti del mondo.

Principi di diritto pubblico comuni, non più solo assiomi di mera politica pratica: è un grande passo innanzi di fronte alla concezione del Machiavelli, sempre fermo nella valutazione della virtù politica e militare. L’Europa ha sempre le sue caratteristiche politiche, ma queste non bastano più: con il ‘tipo’ politico europeo è collegato un ‘tipo’ di civiltà diversa da quella degli altri Continenti.

Siffatto trapassar dal momento della sola politica all’affermazione dei principi, che informano e la politica e le altre forme dell’attività umana, trova la sua massima espressione nel Montesquieu.

Anche in lui riappare la contrapposizione del Machiavelli fra Europa, che vuol dir molti Stati, spesso a forma repubblicana, sempre di potere illimitato all’interno, ed Asia, che vuol dir pochi stati, niente repubbliche e potere illimitato del sovrano sui sudditi. Gli asiatici, scrive Rhédi nelle Lettres Persanes , non hanno neppure l’idea di cosa sia la repubblica, e l’immaginazone non è nemmeno servita loro a far comprendere che sulla terra vi possa essere un governo diverso dal dispotico” […]

“Ma la diversità d’organizzazione politica vuol dire un diverso assetto di tutta l’attività umana.

E quindi: una diversità profonda tra Europa ed Asia nell’amministrazione della giustizia, nei principi del diritto e nell’applicazione di essi: otto giorni di prigione o una leggera multa impressionano un Europeo ‘nutrito in un paese di dolcezze’ tanto quanto la perdita di un braccio intimidisce un Asiatico.

In genere, il governo moderato (cioè europeo, monarchico o repubblicano che sia), vuol dire leggi scritte, anche troppe, leggi civili; il dispotismo se suffit à lui méme, e perciò ignora o quasi tutte le leggi civili.

Diversità nella vita economica, perché le nazioni policées cioè europee, vivono sulla circulation de richesse et propagation de revenus, sulla fiorente produzione industriale, sugli incessanti scambi commerciali e su di un’intensa circolazione monetaria; perché lo stesso commercio con le colonie è regolato secondo certi principi, che costituiscono anch’essi une loi fondamentale de l’Europe. Si noti l’espresione loi fondamentale, derivata dalla pubblicistica francese, che molto a lungo aveva dissertato nel ‘500 e nel ‘600 soprattutto sulle lois fondamentales de la monarchie  française: il riferirla ora all’Europa vuol dire che l’Europa è considerata, in grande, un’entità simile alla Francia, una nazione maggiore e composita.

La virtù del Machiavelli diviene ora, pertanto, da politica e guerriera, anche industriale e commerciale; diviene passione del lavoro, volontà di arricchire: se non temessi di usar un termine troppo moderno, direi dinamismo: ‘questo ardore per il lavoro, questa passione di arricchirsi, scrive Usbeck, polemizzando con Rhédi che ha benedetto l’ignoranza e la semplicità dei figli di Maometto, si trovano in ogni gradino sociale, dagli artigiani fino ai grandi”. […]

“Nessuno vuol essere più povero di colui che egli vede immediatamente al di sopra di sé. Voi vedete a Parigi un uomo che ha abbastanza da vivere fino al giorno del giudizio e che pure lavora senza posa, e rischia di abbreviare i suoi giorni per accumulare, dice egli, di che vivere. Lo stesso spirito pervade la nazione; non vi si vede che lavoro e industria”. E Rica riferisce a Ibben:” da un mese che sono qui (a Parigi), non ho ancora visto camminare nessuno …(i Francesi) corrono, volano; le lente vetture asiatiche, il passo regolare dei nostri cammelli li farebbero cadere in sincope”.

Attività incessante da una parte, nonchalance dall’altra: donde l’immobilità, per così dire, in Oriente della Religione, delle leggi, dei costumi, delle usanze, che sono oggi quelle che erano mille anni fa; donde il ristagno delle stesse scienze, che pure lì son nate, ma che si sono ad un certo punto fermate, senza più progredire d’un passo.

Qual contrasto col furgore delle lettere e delle arti in Europa, e soprattutto con il miracoloso progredire delle scienze, con il loro sviluppo quasi incredibile da duecent’anni in qua! Sono questi concetti, che trovano la loro piena formulazione nel volteriano Essai sur le moeurs: ma che hanno già una prima anticipazione nell’elogio al progresso europeo dell’immaginario Usbeck.

Progresso europeo contro immobilità asiatica: la fede del secolo nel progresso rafforza il senso europeo, gli conferisce un respiro ampio e sicuro, lo ravviva con l’orgoglio della propria superiorità di fronte alle altre terre e agli altri popoli viventi, così come […] gli infonde il senso della propria superiorità, d’europeo moderno, di fronte agli stessi suoi avi, di fronte all’europeo del passato”.

 

Malgrado la molteplicità degli Stati e le continue laceranti guerre, che si combattono tra di essi, l’Europa del Settecento costituisce una unità ideale, che politici ed ideologi, ciascuno nel proprio campo, si sforzano di mantenere e salvaguardare, al fine di conservare la “libertà” contro la ricorrente minaccia della tirannia, overossia della “monarchia universale”, sia quella rappresentata nel sec. XVI da Carlo V o da Filippo II, sia quella più recente rappresentata da Luigi XIV. Per garantire lo status quo si doveva assicurare all’Europa l’equilibrio politico attraverso una forma di “organizzazione permanente”.

L’Europa del settecento costituisce, a giudizio di Voltaire una sola grande repubblica divisa in molti stati, ma tutti fondamentalmente uguali, mentre in Asia vi è immobilità nelle religioni, nelle leggi, nei costumi, nelle usanze, che sono oggi quelle che erano mille anni fa. In Europa, al contrario,esiste  un dinamismo, una passione per il lavoro, una volontà di arricchire, che si ritrova in ogni grado sociale.

La fede nel progresso rafforza il senso europeo, lo ravviva con l’orgoglio della propria superiorità. Si intravvede già agli inizi del Settecento lo sbocciare del razionalismo economico e della sensibilità capitalistica, per cui l’Europa è non soltanto un corpo politico, ma anche un corpo economico. “Commerciate, trafficate senza r, equie, dicono economisti e politici, perché il commercio produce ad un tempo la ricchezza di uno Stato e il benessere dell’umanità.

Analoga è la differenza tra Europei ed Asiatici nel campo del costume e della religione. Il Cristianesimo si accorda con il governo monarchico e, in genere, con il governo temperato, e la religione mussulmana o i riti cinesi con il dispostismo.

Coscienza di un’unità ideale, tra tutti i popoli europei, che si riscontra evidentissima anche nel campo delle lettere. Si è visto una repubblica letteraria costituirsi a poco a poco in Europa, quantunque le guerre e nonostante le religioni diverse. L’Italia e la Russia sono state unite dalle lettere.

 

 

L’Illuminismo nel giudizio di un grande filosofo (I. Kant)

Per tanta parte gli uomini rimangono per tutta la vita “minorenni” per pigrizia e viltà, e quindi incapaci di far uso del proprio intelletto, per cui riesce facile ad altri erigersi a loro tutori. L’Illuminismo vuole far uscire l’uomo da questo stato di minorità, specie in materia religiosa, e perciò lo sprona a far uso del proprio intelletto e camminare da solo, uscendo dalla “carrozzina per bambini” in cui è stato imprigionato. L’uso della propria ragione non discorda necessariamente con gli obblighi inerenti all’impiego o alla funzione civile a ciascuno affidata. Si deve fare in proposito una netta distinzione tra uso pubblico ed uso privato della ragione, intendendo questi termini nell’eccezione che ad essi attribuisce lo stesso Kant nel brano che si presenta. Il primo deve essere assolutamente libero, il secondo può anche essere limitato, senza che questa limitazione sia d’impedimento al progresso dell’Illuminismo. Un ufficiale deve ubbidire agli ordini ricevuti senza discuterli, un cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi impostigli, un ecclesiastico è tenuto ad insegnare il Catechsimo secondo i contenuti della Chiesa da cui dipende. Ma tutti e tre i sunnominati possono, in qualità di studiosi, manifestare apertamente il loro pensiero ed il loro dissenso: l’ufficiale in relazione agli ordini che vengono impartiti, il cittadino alla tassazione impostagli, l’ecclesistico in relazione a quelli che a lui sembrano i difetti della confessione religiosa di cui pure è ministro. Si tratta in sostanza di avere il coraggio di servirsi per l’uso pubblico della propria intelligenza.

Questa esortazione a far uso della ragione sembra in contraddizione con l’asserito dovere di obbedienza allo Stato, ma per Kant è proprio l’esistenza dello Stato forte e bene ordinato che rende possibile all’interno dello Stato stesso il dispiegarsi della ragione e quindi la possibilità per gli uomini di uscire di minorità. Lo Stato cui egli fa riferimento è quello di Federico II, principe illuminato. “Solo colui che, illuminato egli stesso, non ha paura delle tenebre e contemporaneamente dispone a garanzia della pubblica pace di un esercito numeroso e ben disciplinato, può enunciare ciò che una piccola repubblica non può arrischiarsi a dire: “Ragionate finchè volete e su quel che volete, ma obbedite”. Il problema riguarda soprattutto il problema religioso o, come Kant dice, il problema della salvezza dell’anima, nel quale il sovrano non deve interferire. “Ciò non lo riguarda affatto, e solo deve preoccuparsi di impedire che l’uno non ostacoli con la violenza l’altro nel lavorare con tutti i mezzi che sono in suo potere in vista dei propri fini e per soddisfare alle sue esigenze. Egli reca offesa alla sua stessa maestà, intervenendo in queste cose e sottoponendo al controllo del governo gli scritti nei quali i suoi sudditi mettono in chiaro le loro idee”.

Kant scriveva queste pagine nel 1784, quando il processo dell’Illuminismo era quasi totalmente concluso e perciò era più facile dare di esso un giudizio storico obiettivo.

 

Le nuove dottrine economiche: il Mercantilismo, i Fisiocratici, ed i Liberali di Smith.

Mentre il Mercantilismo ebbe la sua piena affermazione al tempo dell’assolutismo monarchico, vale a dire nel sec. XVII, il liberismo cominciò ad affermarsi nel Settecento quando l’atteggiamento dei sovrani illuminati, pur fra tante incertezze e perplessità, venne orientandosi sempre più chiaramente verso una politica di liberalizzazione nel campo dell’economia con l’abolizione dei dazi interni, la soppressione delle corporazioni, lo smantellamento di una legislazione arcaica che impacciava lo sviluppo del commercio e della produzione.

In Francia, ove pure mancò l’esperienza dell’assolutismo illuminato, il liberismo si affermò con la dottrina dei fisiocratici, che si contrappose nettamente a quella mercantilista. Principio fondamentale della Fisiocrazia fu che solo l’agricoltura può dirsi creatrice di ricchezza, mentre le altre attività economiche sono attività ausiliarie giacché si limitano a trasformare questa ricchezza. Donde l’appello di un ritorno alla terra ed alla libera circolazione dei suoi prodotti, che costituisce uno dei punti fermi del programma dei fisiocratici.

Il Fanfani rileva i caratteri della dottrina: si tratta di una dottrina filosofica prima che economica, che muove dalla convinzione dell’esistenza di un ordine naturale, razionale e benefico, che non sempre gli uomini assecondano sia per loro ignoranza, sia per difetto del potere politico. “La natura ab aeterno ha dettato le condizioni della felicità umana; l’economista le scopre e le valorizza; il legislatore le traduce in leggi civili e le impone”.

S’intende perciò come i fisiocratici siano favorevoli all’assolutismo illuminato: “Il sovrano non ha bisogno di sentire l’umore dei parlamentari circa le ottime leggi. Egli ha soltanto bisogno di essere illuminato dagli intenditori della natura e non ha che da tener conto delle loro rivelazioni. I sudditi non hanno che da obbedire alle leggi che il monarca ha fatto per consiglio degli econoomisti, carpitori di segreti della natura”.

 

La cronologia storica

I grandi imperi asiaticidel secolo XVIII e gli stabilimenti europei.

Agli inizi del sec. XVIII sopravvivono ancora in Asia gli antichi potentati:

L’Impero Ottomano

L’Impero Persiano dei Safawidi

L’Impero del Gran Moghul

L’Impero Cinese dei Manciù

L’Impero del Tenno in Giappone.

 

L’Impero Cinese raggiunse nel corso del Settecento la sua massima espansione, inglobando anche, come vassalli,, vari Stati perifrici: Corea, Nepal, Tonchino, Annam, Cocincina (che costituiscono l’attuale Vietnam), e Birmania.

L’Impero del Gran Moghul, che si estendeva da Kabul (Afganistan) al Bengala, dal Kashmir allo Stato del Mysore (Deccam meridionale) finì per dissolversi dopo il 1707, allorchè si costituì la Confederazione del Maratti.

Di questo stato di profonda crisi profittarono le Compagnie delle Indie dei vari paesi europei, che ampliarono i loro stabilimenti commerciali: gli Olandesi a Ceylon ed in Indonesia (Malacca, Sumatra, Borneo, Giava, Celebes); i Francesi lungo la costa orientale della penisola indiana (stabilimenti di Karikal, Pondichery, Chandernagor); gli Inglesi a Bombay, Madras, Calcutta.

La guerra dei Sette Anni (1756-63) segnò l’arresto delle fortune francesi nel continente indiano a vantaggio degli Inglesi, che presero ad espandersi nel Bengala, lungo il corso del Gange (Benares fu occupata nel 1775).

Nel resto dell’Asia si conquistarono colonie europee nelle Filippine (Spagna); stabilimenti portoghesi erano sorti già nel sec. VI (Di, 1515; Goa, 1540). La Russia estese il suo controllo della Siberia fino all’Estremo Oriente (la Penisola di Kamčatka fu occupata nel 1706).

 

Gli inizi della colonizzazione europea nelle Americhe.

La colonizzazione del continente americano, se si prescinde dai primi insediamenti spagnoli e portoghesi del sec. XVI a seguito dei viaggi di scoperta e delle successive iimprese dei conquistadores spagnoli (Cortes, Pizzarro, Almagro), ebbe inizio propriamente nei secoli XVII e XVIII, allorchè si riversarono nel Nuovo Mondo Inglesi, Francesi, Olandesi, Svedesi e Russi.

Gli Inglesi si insediarono sulle coste atlantiche (Terranova, Nuova Inghilterra, Virginia) e nelle terre orientali della Baia di Hudson, oltrechè nell’Hinduras 8britannico) e in una parte della Guaiana.

I Francesi si insediano in Acadia, Nuova Francia, lungo le coste del San Lorenzo e a nord dei grandi laghi (Canada) ed ancora nelle terre centrali bagnate dal Missouri e dal Mississippi fino a Nouva Orléans, oltrechè nella parte occidentale dell?Isola di Haiti ed in una parte della Plata.

I Portoghesi si insediano nelle terre poste a sud del Rio delle Amazzoni (Brasile); gli Olandesi nella Nuova Olanda e in una parte della Guaiana; gli Svedesi nella Nuova Svezia; i Russi si insedieranno nel sec. XIX in Alaska.

La guerra dei Sette Anni (1756-63) segna la quasi totale estromissione dei Francesi dalle Americhe: il Canada, i territori ad est del Mississippi, ed alcune isole delle Antille cadono in mano inglese.

 

L’Europa alla fine del sec. XVIII

Alla vigilia della Rivoluzione Francese e del nuovo assetto dato da Napoleone all’Europa possiamo richiamare le linee fondamentali della geografia politica e territoriale del continente.

Nel nord d’Europa il Mar Baltico aveva cessato di essere un mare interno svedese; nel Golfo di Finlandia navigava la flotta russa, che aveva le sue basi, oltrechè a Pietroburgo, anche nei porti di Estonia, Livonia, Ingria.

La seconda potenza del Baltico era divenuta la Prussia, che controllava la maggior parte delle coste meridionali di quel mare dalle quali aveva estromesso gli Svedesi.

Il Regno di Polonia era scomparso, incorporato per la maggior parte nell’Impero Russo (la definitiva spartizione del paese avverrà nel 1795).

Le terre d’Ungheria, Transilvania, Croazia, Slavonia, tolte ai Turchi alla fine del sec. XVII, erano ormai in saldo possesso degli Asburgo.

L’Inghilterra, a cui si è unita nel 1707 la Scozia (Regno di Gran Bretagna), continua la sua ascesa nel regno dei mari. Dal 1711 si è insediata a Gibilterra e da quella piazzaforte, vanamente contesale dalla Spagna, controlla le rotte tra Atlantico e Mediterraneo.

L’Impero Ottomano ha visto ridotti i suoi confini a vantaggio dell’Austria e della Russia, ed è ormai avviato ad inarrestabile fine.

La Repubblica di Ragusa, che figura sulla carta lungo la costa dalmata, si mantiene autonoma nei confronti dei Turchi fino al 1806.

 

L’assetto pilitico e territoriale dell’Italia al termine della guerra di successione.

Le guerre di successione (spagnola, polacca, austriaca) determinarono mutamenti profondi nella geografia politica d’Italia.

Con la pace di Aquisgrana, Carlo Emanuele III di Savoia raggiunge il Ticino e gli viene confermato il possesso della Sardega, già trasferita ai Savoia nel 1720 (pace dell’Aja). Nel 1713 i Savoia avevano ottenuto il titolo di Re, ed ora il loro regno viene denominato di Sardegna, che ovviamente comprende anche i territori del Principato di Piemonte.

Il Ducato di Milano ed il Ducato di Mantova, già passati nel 1713 dalla Spagna all’Austria, vengono confermati agli Asburgo, e costituiscono ormai le sole due aree di dominazione straniera nella penisola.

La Repubblica di Genova riacquista la sua indipendenza ed il controllo temporaneso della Corsica.

Per quanto concerne la Repubblica di Venezia, e gli Stati della Chiesa tutto rimane immutato, ma negli altri Stati continuò o iniziò l’opera delle dinastie riformatrici.

Così nel Granducato di Toscana, estinta la dinastia dei Medici, si stabiliscono i Principi di Asburgo-Lorena, ed i Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla passarono dagli Austriaci a don Filippo Di Borbone, fratello di Carlo  III di Borbone, che dal 1734 tendeva a fare del Regno di Napoli uno Stato sostanzialmente indipendente ed avviato alla modernità.

La pace di Aquisgrana fissò un nuovo assetto politico e territoriale stabile, che rese possibile in Italia un lungo periodo di pace e di riforme sino alla comparsa nel 1798 dell’esercito rivoluzionario francese.

 

Conclusioni

I privilegi politici, militari e commerciali acquisiti dagli stati moderni europei sugli altri continenti erano dovuti all’innovazione culturale, soprattutto scientifica e tecnologica, che ha consentito il colonialismo asiatico, africano, oceanico ed americano.

I benefici ed i privilegi derivati dal colonialismo sono stati conservati con la forza militare e scientifica, anche per un buon periodo dell’epoca contemporanea, in quanto l’avvento degli stati nazionali ha consentito un certo grado di protezionismo economico che non ha consentito ai colonizzati di riprendersi.

I privilegi europei sono durati fino al periodo postbellico della Seconda Guerra Mondiale, quando la disgregazione dell’Impero Britannico prima, e di quello Francese poi (anche se operava ormai in nome della Repubblica), hanno privato il “Vecchio” Continente dei privilegi dello sfruttamento coloniale.

Il colpo di grazia l’Europa lo ha ricevuto dalla filosofia della New Economy e della globalizzazione, a cui essa il Vechio Continente si è presentato “davvero vecchio”, statico come l’Asia che aveva dominato, e senza spirito d’innovazione.

Lo scettro dell’innovazione è passato dapprima agli Stati Uniti, e poi anche alla “Vecchia Asia”, che nel frattempo è ringiovanita attraverso “rivoluzioni silenziose” come quella cinese, che ha abolito il comunismo senza grossi traumi, accettando la cultura americana pur dichiarandosi ancora stato comunista.

L’Europa ha, invece, avuto solo rivoluzioni sanguinose come le due guerre mondiali, che l’hanno prostrata non solo economicamente, ma soprattutto culturalmente.

Oggi in Europa rimane ancora uno spirito revanscista latente (fin’anche nell’U.E.), che schiera ancora l’uno contro l’altro, senza nessuno spirito collaborativo.

In Asia, al contrario, anche se i due megastati (India e Cina) hanno differenze sociali ancor più potenti di quelle europee, sono riusciti a trovare unità d’intenti politici che hanno consentito di favorire lo sviluppo economico che ha attirato gli investimenti europei, americani, e fina’anche quelli degli odiati Giapponesi.

L’Europa non ha ancora capito che lo spirito moderno, basato sull’innovazione e sulla mobilità, che la portò a primeggiare nel mondo, oggi è applicato nei suoi confronti da paesi che sono fino a qualche decennio fa potevano essere considerati in mano a burocrazie statiche e ripartite in caste.

Prima o poi ci sarà una nuova rivincita dei colonizzati sui colonizzatori, ma questa guerra certamente non sarà combattuta con le armi, ma con la tecnologia.

I primi a dichiarare guerra saranno gli americani, che lo faranno quando saranno sicuri di aver già vinto, per cui non dovranno neanche combattere. Poi sarà il turno degli asiatici, che lo faranno probabilmente chiudendo il più grande mercato del mondo (il loro) agli europei. Questa chiusura non sarà di tipo militare o politico, ma tecnologico, nel senso che gli Europei non avranno argomento alcuno per competere con loro.

E’ una nemesi storica? Probabilmente si!

Stiamo commettendo gli stessi errori che commise l’Asia durante il periodo moderno:

immobilismo e mancanza di innovazione.

A questo punto c’è l’uteriore pericolo della sindrome della nave che affonda: l’abbandonano anche gli stessi marinai, invece di tentare di tutto per salvarla.

 

Enrico Furia

School of World Business Law

HYPERLINK “mailto:Info@worldbusinesslaw.net” Info@worldbusinesslaw.net

Le Considerazioni sullo Stato presente del corpo politico dell’Europa, sono del 1738. Il corpo politico europeo, nota il regale autore, ha perduto il suo equilibrio e minaccia di sfasciarsi. Responsabile di ciò la Francia, che persegue una politica di espansione e di conquista in Europa e di dominio mondiale.

Asioma è una verità indiscussa, per sé evidente.

Lettres Persanes di cui è autore Montesquieu, uscirono anonime nel 1721. Raccolgono le lettere inviate ai loro corrispondenti in patria da due immaginari persiani, Usbeck e Rica, venuti a Parigi sulla fine del regno di Luigi XIV. Scritte per la società dei salotti parigini, le lettere sono una satira dei costumi, degli abusi, dei privilegi della nobiltà e del clero, della disonestà dei finanzieri. Rhédi è uno dei corrispondenti.

Basta a se stesso

“Sulla circolazione delle ricchezze e sulla propagazione delle rendite”; policées = incivilite.

“Una legge fondamentale sull’Europa”

“Svogliatezza, noncuranza”

“Saggio sui costuni”

Cfr. A. Desideri, Dall’Illuminismo all’età dell’Imperialismo, G. D’Anna, Firenze Pagg. 12 e segg.

I. Kant, Risposte alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?, in Scritti politici e filosofia della storia e del diritto. UTET. Torino, 1965.

I. Kant, ditto

 

A. Fanfani, Mercantilismo e fisiocrazia, in Questioni di storia moderna, Marzorati, Milano, 1951

 

 

 

 

 

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