Che il primo a scoprire l’America non è stato Cristoforo Colombo non è più un mistero. E da anni. fino ad ora, però, a molti non era importato più di tanto. A cominciare dagli americani che ogni anno, il 2 ottobre festeggiavano il Columbus day. Il navigatore italiano che approdò sul continente americano nel 1492, per molto tempo è stata la figura più rappresentativa della comunità italoamericana. Negli ultimi anni, però, è stato messo sotto accusa per il suo trattamento delle popolazioni indigene d’America più che per le prove del fatto che non è stato lui ad aver scoperto primo l’America.

Da quest’anno, il 2 ottobre sarà la “giornata per commemorare le popolazioni indigene, aborigene e native vittime del genocidio commesso dal navigatore genovese”. È questa la proposta di alcuni attivisti stanchi di questa finzione. Una richiesta che in alcune città è già stata votata e approvata. Come a Los Angeles dove il consiglio comunale ha deciso con 14 voti favorevoli e solo uno contrario. “Ci sono ovviamente delle dinamiche interne agli Stati Uniti il cui dispiegarsi segue logiche complesse e delicate ma, comunque, come ho già ricordato, il tutto si svolge sempre all’interno di un contesto democratico consolidato”, ha dichiarato il Console Generale a Los Angeles, Antonio Verde. “Non ho la possibilità di avventurarmi in un dibattito storico particolarmente approfondito, ma credo ugualmente che sia importante riflettere sull’opportunità di un revisionismo accurato e proficuo, in grado di collocare nella corretta prospettiva i valori e le dinamiche di epoche e fatti diversi. A tale proposito, vorrei ricordare ancora una volta quanto giustamente sottolineato dalla Farnesina: “Colombo rappresenta in tutto il mondo, non solo negli Stati Uniti, un simbolo fondamentale della storia e dei successi italiani””.

La sua dichiarazione è stata oggetto di critiche e polemiche e confermerebbe il timore che le istituzioni statunitensi starebbero pianificando di rimuovere simboli divisivi e di personaggi controversi come quella del generale sudista Robert E. Lee. Lo stesso è avvenuto a Chicago, per una statua raffigurante Italo Balbo.

Statue di Colombo sono state prese di mira in varie città americane, tra cui Yonkers, sobborgo di 200mila abitanti a nord di New York, dove un busto in bronzo di Cristoforo Colombo è stato decapitato e il sindaco di New York, Bill de Blasio, (palesemente di origini italoamericane) ha detto di stare considerando l’ipotesi di rimuovere una gigantesca statua (23 metri di altezza) di Colombo che, a New York, domina il Columbus Circle di Manhattan.

Anche a Baltimora, in Maryland, una statua di Colombo del 1792 è stata distrutta a martellate. E così a Houston, in Texas, dove il monumento regalato alla città dalla comunità italoamericana, per i cinquecento anni della scoperta dell’America, è stata macchiato con vernice rossa. In Minnesota, una donna, Wintana Melekin, appartenente ai “Neighborhoods Organizing for Change”, un’organizzazione impegnata soprattutto nella lotta al razzismo, ha presentato una petizione per la sostituzione di una statua di Cristoforo Colombo con una del cantante Prince (nato in quello stato). “Replace Columbus statue with a Prince statue and one chosen by the native community” (Rimpiazza la statua di Colombo con una di Prince e una scelta dalla comunità di nativi) è stata indirizzata direttamente al governatore del Paese, Mark Dayton e al Parlamento. “Non crediamo che Colombo rappresenti i valori dei cittadini del Minnesota. Piuttosto che glorificare un uomo che ha voluto estinguere i popoli neri e nativi, dobbiamo onorare i membri della nostra comunità”, si legge sull’esposto.

In alcune città si è andati oltre. A Charlottesville si sono verificati scontri tra chi voleva solo rimuovere le statue del navigatore genovese e gli oppositori che volevano abbatterle.

Il ripetersi di questi eventi la faccenda è addirittura in Senato, non negli USA, ma in Italia dove è stata presentata una mozione (primi firmatari i senatori Carlo Giovanardi, Gaetano Quagliariello, Andrea Augello e Luigi Compagna) con la quale si chiede al governo italiano “a trasmettere all’amico popolo americano l’invito a rispettare l’immagine di Cristoforo Colombo e a voler contrastare assieme queste forme inaccettabili di ottuso furore ideologico”.
“I monumenti viceversa furono fortemente voluti dalla comunità italo americana, circa il 10% oggi della popolazione degli Stati uniti, proprio per un riscatto morale e civile dalle odiose discriminazioni razziali di cui a lungo era stata bersaglio, in una ottica di valori oggi largamente condivisi di pari dignità di tutti i cittadini di quel grande paese, nativi o provenienti da ogni parte del mondo”, hanno dichiarato i parlamentari italiani.

È vero che Cristoforo Colombo non è stato il primo occidentale a giungere in America. Ma questo non ha niente a che vedere con i gesti inzuppati di fanatismo di pochi che non conoscono la storia e che in barba alla “political correctness” così cara agli americani preferiscono azioni estremiste e comportamenti da “cultura del piagnisteo come li Robert Hughes nel 1993 definì alcuni comportamenti analoghi.

Un comportamento che sembra aver dimenticato i dodici milioni di schiavi che furono portati attraversarono l’oceano (altre fonti parlano di 11 milioni, l’Enciclopedia Britannica tra 7 e 10 milioni ma solo fino al 1867 e l’Encyclopedia of the middle passage tra 9 a 15 milioni). E che rimasero schiavi per molti secoli dopo Cristoforo Colombo. Ma di questo gli americani puristi sembrano avere perso la memoria. Così come fingono di non vedere le “conquiste” degli ultimi anni fatte a forza di missioni di pace e di guerre per la democrazia volute a tutti i costi dagli USA. O le centinaia di migliaia di militari americani di stanza in molti paesi “amici” (secondo alcune fonti, in Italia ci sarebbero più soldati americani che in Afganistan!). Guerre che servono ad una cosa sola: imporre “la leadership americana in questo mondo” e mantenere l’ “ordine mondiale post guerra fredda dal quale dipende la nostra ricchezza e sicurezza”. Come ha raccomandato il 44esimo presidente degli USA Barak Obama nella sua lettera di benvenuto al suo successore Trump.

Uno strano modo per “commemorare le popolazioni indigene”….

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