Sono passati solo cento anni dalla più grande pandemia che colpì l’umanità. Era il 1918 quando “l’influenza spagnola” colpì il mondo, 50 milioni furono i morti e 500 milioni i contagiati. La Garfagnana non sfuggì a questa grave tragedia, centinaia furono i decessi nella nostra valle. Per salvaguardarsi dal contagio furono sconsigliate le visite ai malati, i viaggi da un luogo ad un altro, furono sospesi mercati e fiere, la sera sera poi le osterie anticipavano la chiusura e i teatri non aprivano nemmeno, le casse da morto ben presto terminarono, i falegnami non stavano dietro alla sequela di morti. Lettere ritrovate parlano di morti “trasportati come sacchi di patate ” e “seppelliti come cani”, addii senza croci, senza fiori e senza gente.Ecco allora quello che accadde in quegli anni…

H1N1. Una sigla che non dice niente a nessuno, potrebbe significare molte cose…magari era una delle prime navicelle spaziali russe o americane che solcarono la volta celeste, o forse un nuovo tipo di cocktail, di quelli che vanno adesso in discoteca, è probabile che allora sia il nuovo motore della Ferrari per il prossimo campionato mondiale di Formula 1…niente di tutto questo. Questa sigla secondo studi scientifici uccise in un anno più persone che la peste nera del medioevo in un secolo e in ventiquattro settimane quanto l’AIDS ha ucciso in ventiquattro anni, il suo nome completo è “influenza virus A, sottotipo H1N1” meglio conosciuta come “influenza spagnola”  o semplicemente “la spagnola” che  tra il 1918 e il 1919 (solamente cento anni fa)colpì tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone e ne infettò oltre 500 milioni. Eravamo ormai alla fine della I guerra mondiale che da sola in cinque anni di conflitto causò 15 milioni di morti, molti di meno dell’influenza spagnola stessa. Si credeva ormai di vivere con la pace ottenuta una nuova prosperità, ma quello che si stava per abbattere sul mondo intero era niente a confronto. La Garfagnana non fu per niente risparmiata, morti su morti si accumulavano nei cimiteri dei nostri paesini, fu la peggior disgrazia di sempre che si abbattè sulle teste dei nostri nonni, peggio anche del famoso terremoto del 1920. Pensiamo che per la Valle del Serchio questo  fu uno dei periodi più bui e tragici della sua storia: prima il lungo conflitto mondiale che portò via dalle proprie case mariti, figli e nipoti, poi la sciagura della “spagnola” e poi quando sembrava debellata questa nefasta epidemia ecco che arrivò il devastante terremoto del 1920.
Ai primi di febbraio del 1918 l’agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso il seguente comunicato: “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid…l’epidemia è a carattere benigno non essendo risultati casi mortali”. Con queste poche parole di sottovalutazione fu dato il primo annuncio della più grave forma di pandemia della storia dell’umanità, in effetti dapprima si presentò come una semplice influenza, ma poi nell’agosto del 1918 l’influenza gettò la maschera mostrando il suo vero volto divenendo in poco tempo una vera e propria calamità. Fu chiamata impropriamente “spagnola” ma di spagnolo aveva veramente poco e in realtà questo nome trova il suo perchè nella stampa iberica che fu la prima a parlarne dal momento che la Spagna essendo neutrale nella guerra in corso non era sottoposta a regime di censura.

Negli altri paesi (compresa la nostra bella Italia) il violento diffondersi della malattia venne tenuto nascosto dagli organi d’informazione che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla sola Spagna, ma non solo, la censura colpiva anche le lettere inviate ad amici e parenti, la guerra era più importante non bisogna demoralizzare e mettere nel panico ancor di più una popolazione che veniva ormai da quattro anni di guerra, insomma la parola ordine era minimizzare, questo era il volere del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Quando si cominciò poi a diffondere veramente con tutta la sua virulenza e a colpire senza distinzione di ceto e di razza (fu infettato anche il re di Spagna Alfonso XIII) si cominciò a cercare il suo ceppo, che a quanto sembra fu trovato nelle truppe americane; a Fort Riley nel Kansas infatti 1100 soldati statunitensi furono costretti a letto dalla malattia, soldati del medesimo forte saranno quelli che sbarcheranno in Europa poco tempo dopo. La conseguente mancanza di igiene dovuta dalla guerra, lo spostamento dei militari e la forzata vicinanza degli stessi con le popolazioni locali fece il resto, contribuendo a far crescere a dismisura gli infettati, inoltre il rientro a casa dei militari alla fine della guerra decretò la massima diffusione del contagio.

L’ospedale militare di Fort Riley, da dove forse partì il contagio

I classici sintomi erano febbre alta e vomito, ma ben presto il corpo reagiva riempiendo i polmoni di sangue, seguiti da sanguinamento dalla bocca, orecchie o dal naso, pelle che diventava bluastra e morte susseguente che arrivava in un paio di giorni completavano il terribile quadro clinico.
Molti comuni della Garfagnana nonostante l’imperversare della pandemia inizialmente non riconobbero la gravità della situazione al punto che nei primi casi di decessi come causa di morte veniva scritto “morte improvvisa” o “improvviso morbo”, i primi rimedi prescritti dai medici garfagnini si limitavano alla cura dell’igiene personale, alla somministrazione di pastiglie e sciroppi che magari forse potevano guarire un raffreddore, ma il tempo e le continue morti aprirono gli occhi a tutta la Valle. Nessuno in verità sapeva come gestire l’emergenza, le prime misure precauzionali prese dai sindaci furono quelle di gigantesche opere di disinfestazione degli ambienti pubblici e di istituire una specie di coprifuoco per limitare i contagi, per cui furono sconsigliate le visite ai malati, i viaggi da un luogo ad un altro, furono sospesi mercati e fiere, la sera sera poi le osterie anticipavano la chiusura e i teatri non aprivano nemmeno.

I sindaci comunicavano con i prefetti dichiarando che si stavano trovando di fronte a qualcosa di spaventoso e sconvolgente e che quello che stava avvenendo “era peggio della guerra”. Decine e decine di morti colpivano i paesi garfagnini, a Vagli ad esempio la terribile spagnola fece ricordare al “Corriere della Garfagnana” le “stragi descritte dall’immortale Manzoni”, seicento furono gli ammalati e ben 53 i morti. Verso la fine del 1918 era talmente alta la possibilità di essere contagiati che il prefetto di Massa diramò a tutti i comuni di competenza “misure estreme di contenimento e comportamento” al fine di evitare ulteriori diffusioni del virus:
A completamento delle misure profilattiche suggerite da questo ufficio con le precedenti circolari, comunicasi che per maggiormente salvaguardare l’incolumità delle persone ed impedire la diffusione dell’influenza, ha disposto quanto segue:

 
  1. Da oggi e sino a nuovo avviso sono proibiti tutti i cortei funebri
  2. Tutti i feretri, di qualunque categoria, dovranno essere
    trasportati direttamente dalla casa del defunto al Cimitero e sarà in permanenza un sacerdote per le assoluzioni di rito
  3. Potranno seguire il feretro soltanto un sacerdote e i rappresentanti della famiglia dell’estinto
  4. Tutti i Cimiteri resteranno chiusi al pubblico dal 27 Ottobre corrente all’11 Novembre inclusi, rimanendo così oppresse tutte le funzioni e le onoranze alle tombe, solite a farsi nei primi di Novembre per la commemorazione dei defunti
Venne perfino proibito il suonare delle campane a morto, avrebbero abbattuto lo spirito pubblico, non si trovavano più nemmeno le casse da morto, i falegnami non stavano dietro alla sequela di morti che si era abbattute sulla Garfagnana. Lettere ritrovate e scampate al taglio della censura parlano di morti “trasportati come sacchi di patate “ e “seppelliti come cani”, addii senza croci, senza fiori e senza gente. Altre lettere ancora:” Nel paese c’è una malattia che fa paura, ce ne muore di giovani nel fiore della vita. Tanti ammalati che fan paura, pare tutto un castigo di Dio un tempo per meditare e per pregare”. A proposito di pregare rimase indelebile nei ricordi di una signora di quel episodio in cui un prete invitò i propri parrocchiani a pentirsi, perchè questa malattia arrivata sulla Terra era una punizione divina mandata da Dio per le cattiverie dell’umanità, per tutta risposta alcuni “amabili” parrocchiani lo picchiarono a sangue, ricoverato all’ospedale il parroco chiedeva la precedenza sugli altri ammalati, non accontentato chiamò i carabinieri, il dottore così si giustificò di fronte ai militi: -Ditegli che gli toccherà aspettare, adesso dobbiamo curare i malati. Intanto mentre aspetta ditegli che provi a pentirsi lui…-. 
Fra tutti questi dottori si distinse particolarmente Ubaldo Santini che i castelnuovesi insignirono nell’estate del 1919 di una medaglia d’oro e una pergamena per “…l’opera pietosa spiegata durante l’epidemia spagnola…”

Nel 1920 silenziosa così come arrivò, altrettanto silenziosamente la “spagnola” tornò via. Il conteggio dei morti e degli ammalati nella Valle del Serchio non fu mai stimato con precisione visto l’emergenza e il caos regnante, lo possiamo calcolare approssimativamente (dati sulla media nazionale)in qualche centinaio di morti, contando che mediamente in un paese di 600 persone ne morivano 40/50.

Gallicano agli inizi del secolo scorso

Ad esorcizzare la paura e il dolore ci provò alla sua maniera il poeta dialettale castelnuovese Pietro Bonini che in un verso di una sua poesia illuminò chiaramente la situazione di quel tempo:

“…Tanto più che s’un trovin alla lesta
un velen che distruci tale malore
fortunato sarà chi vivo resta”

E come detto gradualmente l’emergenza cessò, ma per la Garfagnana le sofferenze non finiranno qui… Ad un anno circa dalla fine della tremenda pandemia lo sconvolgente terremoto del settembre 1920 porterà ancora morte e distruzione.

Bibliografia:

  • “Dal fascismo alla resistenza. La Garfagnana fra le due guerre mondiali” di Oscar Guidi edito Banca dell’identità e della memoria
  • “Il flagello della spagnola” Sanità e grande guerra
  • Testimonianze riportate oralmente
Previous articleVasco Gargalo – Centenario delle rivoluzione russa
Next articleHai soldi, mangi, non ne hai e guardi gli altri farlo
Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.