PARE A ME QUELLO ESSERE SIMILE AD UN DIO, /, QUELLO, SE SI PUO’ DIRE, SUPERA GLI DEI,/ LUI CHE SIEDE DAVANTI A TE PROPRIO DI FRONTE A TE,/ E RIMIRA ED ASCOLTA TE/ CHE RIDI DOLCEMENTE, E QUESTO A ME MISERO/ STRAPPA VIA TUTTI I SENSI: QUANDO, O LESBIA,/ TI VEDO, NULLA PIU’ DELLA VOCE/ MI RESTA IN GOLA/; MA LA LINGUA E’ TORPIDA. E SOTTILE NEGLI ARTI/ UNA FIAMMA SI SPANDE, E DI UN RONZIO INTIMO/ RISUONANO LE ORECCHIE, E DI DUPLICE NOTTE/ SI COPRONO GLI OCCHI./ L’OZIO, O CATULLO, TI E’ DANNOSO::/ PER L’OZIO VAI SMANIANDO E TROPPO TI AGITI:/ L’OZIO RE E CITTA’ UN TEMPO BEATE/ HA MANDATO IN ROVINA.
Ille mi par esse deo videtur. Ha fatto molto ragionare questo componimento. Mi permetto di avanzare una mia modesta ipotesi. Stabilito che in tutta evidenza trae ispirazione dal componimento di Saffo (che Gennaro Perrotta, illustre filologo, definì “Ode della gelosia”), di cui anzi pare la parafrasi in latino, la mia idea è questa. Catullo vive in piena epoca alessandrina (ellenistica), e del gusto alessandrino fa parte anche l’allusione ad un modello famoso. Ho detto che è l’epoca della nascita del libro, inteso come oggetto da acquisire e possedere privatamente. Si trattava però di un oggetto costoso (quindi alla portata di non molte tasche), dal contenuto raffinato, da leggere e rileggere (perciò destinato ad un pubblico colto), per chi aveva tempo disponibile, per gustarne tutte le raffinatezze – tra cui l’allusione ad un modello famoso, che dava grande soddisfazione al lettore, quando la coglieva – , e quindi ancora destinato ai ricchi e culturalmente all’altezza. Dunque intorno a questa novità nascono nuovi mestieri: il poeta professionale, l’editore, il copista, il libraio, e quindi la cultura si ritaglia un suo spazio nell’ambito dell’economia. TUTTO CIO’ premesso, a mio giudizio Catullo si esibisce in un pezzo di maestria versificatoria, parafrasando il testo di Saffo, ed adattandolo ad una sua situazione. Il testo di Saffo dice: “Pare di essere simile a un dio a quello che siede davanti a te…. “. Insomma, con tutto il rispetto per il Perrotta, in Saffo non c’è la gelosia, ma una sorta di dispetto, per il fatto che l’apparizione e la presenza della fanciulla procura al suo ragazzo uno stato di beatitudine divina, mentre in Saffo scatena una reazione psicofisica travolgente, di turbamento non di gelosia. Cosa invece evidente in Catullo. Ma, a mio giudizio, non è un’ode composta a ridosso di una esperienza reale, ma a tavolino, per la voluta insistenza nel ripercorrere gli argomenti di Saffo. Come se volesse dire: “Guardato come sono bravo!”. E’ un’ode composta al di fuori di una esperienza reale. Anche l’ultima strofa, che a molti è apparsa fuori contesto, secondo me è organica al tutto. E’ come se Catullo dicesse a se stesso: “Catullo, guarda che fai, quando stai in ozio. Attento a te, perché l’ozio fa brutti scherzi!”.

IGNAZIO, A CAGIONE DEL BIANCO SMAGLIANTE DEI SUOI DENTI,/ HA IL SORRISO STAMPATO. SE CI SI TROVA ALLO SCRANNO/ DI UN IMPUTATO, MENTRE L’ORATORE SUSCITA COMMOZIONE,/ SORRIDE, LUI. SE AL ROGO DI PIO FIGLIO/ CI SI ADDOLORA, MENTRE LA MADRE RIMASTA SOLA PIANGE QUELL’UNICO FIGLIO,/ LUI SORRIDE, QUALUNQUE COSA CI SIA, OVUNQUE SI TROVI,/ QUALUNQUE COSA FACCIA, SORRIDE. QUESTO VIZIO EGLI HA,/ PER NULLA ELEGANTE, MI PARE, E CIVILE PER NULLA./ ALLORA TI DEVO AVVERTIRE, CARO IL MIO IGNAZIO./ SE TU FOSSI DI ROMA O DELLA SABINA O DI TIVOLI/ O UN UMBRO IN CARNE O UN OBESO ETRUSCO/ O UN LANUVINO COTTO DAL SOLE E PIENO DI DENTI/ O UN TRANSPADANO, PER METTERCI PURE I MIEI,/ O CHIUNQUE ALTRO USO A LAVARSI I DENTI IN MANIERA IGIENICA, / EBBENE CHE TU SORRIDA SEMPRE E COMUNQUE NON LO GRADIREI:/ INFATTI NULLA E’ PIU’ SCIOCCO DI UN RISO SCIOCCO./ ORA TU SEI CELTIBERO: E NELLA CELTIBERIA,/ CIO’ CHE OGNUNO URINA DI NOTTE, CON QUELLO AL MATTINO E’ SOLITO/ I DENTI STROFINARE E LA ROSSA GENGIVA,/ E COME PERCIO’ QUESTI VOSTRI DENTI PIU’ PULITI SONO,/ PROPRIO QUESTO RIVELA CHE TU HAI BEVUTO ABBONDANTE PIPI’

Ignazio, non noto se non per essere entrato nel mirino di Catullo, viene dalla terra iberica, dove usano lavarsi la mattina i denti con l’urina della notte. Il risultato non può mancare, visto che nell’urina è presente l’ammoniaca, che, come sappiamo, ha un potere sbiancante. Non solo Lesbia in Catullo.

Nel componimento che segue, se la prende con Cicerone:

O ELOQUENTISSIMO TRA I DISCENDENTI DI ROMOLO,/ QUANTI VE NE SONO QUANTI VE NE SONO STATI, O MARCO TULLIO,/ E QUANTI VE NE SARANNO NEGLI ANNI A VENIRE,/ TI RINGRAZIA TANTO CATULLO,/ POETA PESSIMO TRA TUTTI,/ TANTO PESSIMO POETA TRA TUTTI/, QUANTO TU AVVOCATO OTTIMO TRA TUTTI.

Alcuni commentatori dubitano che vi sia dell’ironia, ma l’iperbole, l’eccesso nella lode iniziale a me pare un chiaro indizio di sarcasmo: tu sei l’ottimo avvocato, mentre io sono il pessimo tra i poeti. Intanto Catullo aveva una convinta opinione di sé come poeta, e quindi già il paragone è finto. Poi si deve dire che Catullo aveva almeno due ragioni, per prendersela con Cicerone. Era stato l’oratore a definire come “poetae novi” Catullo e gli altri. Roma ha una mentalità stabilmente conservatrice (la grandezza della città era la prova vivente che non era il caso di cambiare registro, ed anche l’evoluzione politica ha visto quasi sempre i suoi attori ben attenti a richiamarsi alla tradizione, nel cui solco propagandisticamente facevano in modo di collocare il loro agire, anche quand’era dirompente), e tutto ciò che è “NOVUS” è accolto con sospetto: res novae (la rivoluzione politica), tabulae novae (cancellazione dei debiti, bollata sempre come demagogica), homo novus (persona senza una gens nobile alle spalle nell’origine). Ora i poetae novi, autori di una letteratura estranea alla gloriosa tradizione romana, secondo la quale ogni verso che viene scritto, deve avere come oggetto la res publica romana. Questi invece cantano se stessi, tra l’altro per nulla modello di virtù, dediti come sono ad una vita disordinata ed irregolare, gli scapigliati o i bohemiennes di quel tempo, scandalosi ed autolesionistici, morti per giunta tutti giovani, come i nostri dell’800 e del 900. C’era poi una seconda ragione di ostilità da parte di Catullo verso Cicerone, il pessimo trattamento da questi riservato a Clodia (Lesbia). Giravano voci su comportamenti immorali di lei, che tra l’altro non si nascondeva di certo, comprese anche allusioni a rapporti incestuosi tra lei e suo fratello, il tribuno Clodio. Ad un certo punto Clodia denuncia il suo ex amante Celio, di tentato omicidio e furto, e Cicerone è l’avvocato del giovane. Ad un certo punto della perorazione in tribunale, e davanti ad una gran folla (i romani erano appassionati di tribunale, specie se c’era un oratore di grido, e Cicerone lo era), dice Cicerone: “Io sono qui per aiutare a cercare la verità, e non di certo per inimicarmi tuo marito. Chiedo scusa, tuo fratello, volevo dire: mi confondo sempre, quando arrivo a questo punto.” . E l’allusione era chiara a tutti. E poi, poco oltre: “Ma non voglio inimicarmi nemmeno te, che sei amica di tutti.”. Insomma le dà della bagascia!

Potrebbe supporsi anche un orientamento partitico: Cicerone è un centro-destra, un moderato, un Gattopardo in anticipo sui tempi. Ma Catullo se la piglia anche con Cesare, un centro sinistra, un popolare, un innovatore (nella storia il CENTRO è sempre stato la zavorra per la destra e per la sinistra):
NON MI PRENDO CURA PROPRIO PER NULLA, O CESARE, DI VOLERTI PIACERE,/ E NEMMENO DI SAPERE SE SEI UN UOMO CHIARO O SCURO

Non sappiamo il perché di questa presa di distanza. Risulta anzi che Cesare fosse amico di famiglia di Catullo. Pare che poi sia seguita la riappacificazione.

Ma Catullo è anche il poeta dell’amicizia:

PRANZERAI BENE, CARO FABULLO, A CASA MIA/ TRA QUALCHE GIORNI, CON IL FAVORE DEGLI DEI,/ SE CON TE PORTI UN BUON PRANZETTO ,/ E PURE UNA CANDIDA FANCIULLA/ E VINO E SALE ED OGNI COSA PIACEVOLE./ SE, RIPETO, TUTTO CIO’ TI PORTERAI, CARO MIO,/ PRANZERAI BENE: INFATTI LA TASCA DEL TUO CATULLO/ E’ PIENA PIENA DI RAGNATELE. / IN CAMBIO PERO’ RICEVERAI AMORI ALLO STATO PURO/ E QUANTO ESISTE DI PIACEVOLE E RAFFINATO:/ INFATTI DI DARO’ UN PROFUMO, CHE ALLA MIA RAGAZZA/ HANNO DONATO VENERE E GLI AMORINI,/ E TU, QUANDO LO ANNUSERAI PREGHERAI/ GLI DEI CHE TI RENDANO, O FABULLO, TUTTO NASO.

Soldi pochi, voglia di divertirsi tanta, ed allora ci si arrangia come si può. Vuoi cenare bene? Portati cena e ragazza. Io ti darò un profumo tale che, quando lo annuserai, pregherai gli dèi che i trasformino in un unico naso. Come noi diciamo “sono tutt’orecchi”. Gli amorini: ormai siamo in piena civiltà ellenistica, quando il dio Eros, da giovincello qual era in epoca classica, è divenuto un essere poco più che neonato, con le alucce ed il piccolo arco, piccolo sì, ma capace di grossi guai per i poveri umani. Questi amorini poi entreranno nell’iconografia cristiana, a rappresentare i cherubini ed altri gruppi di entità metafisiche, che popolerebbero non si sa bene quale spazio.

Fa parte della cultura ellenistica, di cui Catullo è il primo portatore a Roma, il piacere della gara con modelli famosi. Ho detto la volta scorsa che la poesia raffinata di Callimaco porta alla nascita del libro. Non che prima non esistesse, ma la via della diffusione delle opere era soprattutto orale. Ora con la poesia limata di Callimaco e quelli venuti dopo, il componimento va assaporato, analizzato, letto e riletto, meditato, e fa parte del gusto moderno l’allusione o la la gara con una grande opera del passato. Quindi non si può più trasmettere le opere oralmente. Nasce così un nuovo mestiere, l’editoria, con annessi e connessi (copisti, commentatori, librai, fabbricanti di “carta”, eccetera), il libro è un oggetto molto costoso (e tale resterà fino ai nostri anni 60, quando sul modello americano si cominciarono a pubblicare i tascabili), ed il suo acquisto è roba da ricchi e persone colte. Insomma fu quello il momento in cui si realizzò il distacco tra Cultura e popolo, che non poteva certo accedere a certe opere, mancando di mezzi, tempo, e preparazione. Anche Catullo si esibì in un pezzo di bravura compositiva, elaborando il rifacimento in latino e per le proprie vicende di un carme di Saffo, il famoso “Ille mihi par esse deo videtur”. Insisto, non è una parafrasi, ma un ghioco (lusus, dicevano loro), in cui il poeta latino utilizza un modello famoso, per disegnare una situazione, a mio giudizio più della memoria che attuale.

di Fulvio Marino


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