(443) La scena hacker italiana e il caso Richard Stallman

15 ottobre 2019 — Cassandra, come sua abitudine, ha lasciato decantare una situazione conflittuale prima di scriverne; nel caso della vicenda di Richard Stallman questo intervallo è stato particolarmente lungo, perché speso non solo per chiarirsi le idee, ma anche per utilizzare una dose superiore al normale di introspezione, prudenza ed empatia.

Oggettivamente, il fatto può essere descritto in 62 parole [1] in calce a questa pagina.

La “moralità” del trattamento subito da Stallman può essere facilmente valutata da chiunque si soffermi a leggere in maniera critica una notizia, e googli un paio di volte per rintracciare fonti e dettagli.

Le conseguenze a lungo termine del linciaggio mediatico e dell’abbandono di cui Stallman è stato oggetto possono invece essere chiare solo a chi, precedentemente o durante la campagna social-mediatica, si sia preoccupato di informarsi sulla vita e le opere della persona, e sulla sua influenza sul mondo del software, della rete e dei diritti digitali.

Ma non è questo il punto.

Non è questo il motivo della costernazione ^h^h^h^h^h^h^h^h riflessione di Cassandra; è piuttosto l’assordante silenzio che quel centinaio di persone e quella mezza dozzina di associazioni che formano la scena hacker italiana, quasi all’unisono, hanno pubblicamente mantenuto durante l’intera vicenda. È un fatto che prima di tutto addolora, e che poi necessita di una ben attenta ricerca di cause e motivazioni.

Cassandra, gli infaticabili 24 lettori lo sanno bene, ama le spiegazioni complete, specialmente quando sono sintetiche e semplici. E in questo caso ne ha trovato una particolarmente breve. La causa del silenzio di tanti “soliti noti” sulla vicenda di Stallman si riassume in una sola parola: paura.

Paura, giustificata, di argomentare durante una tempesta di odio scatenata sulle comunità sociali, tempesta che non è stata bollata come hate speech ma come politically correct.

Paura, giustificata, di inquinare la propria preziosa presenza costruita all’interno dei social, dato che “dei social non si può fare a meno” perché “succede tutto li”.

Paura di “sporcare” la propria reputazione, difendendo una persona antipatica, spesso inopportuna e talvolta puzzolente, solo perché incolpevole e solo perché vittima di una caccia alle streghe e di un linciaggio.

“Il coraggio uno non se lo può dare”, diceva Don Abbondio, chiamato a giustificarsi in una situazione analoga dal cardinale Borromeo. Cosa vera e umanissima, che da un certo punto di vista ci unisce tutti.

Ma, come appunto risponde il cardinale, perché non cercare aiuto, perché non cercare attorno a se la forza di dire la cosa giusta, lottando contro la paura di esserne schiacciati? Perché non scegliere di parlare? Per una forma di autocensura quasi involontaria? Per una naturale spinta alla “sopravvivenza” fisica e digitale?

Per tutto questo. Per paura.

[1] Richard Stallman ha espresso, su una mailing list interna del M.I.T la sua opinione personale sul comportamento del suo mentore e amico Marvin Minsky, morto tre anni fa. A chi accusava Minsky di aver avuto rapporti con una delle persone plagiate da Jeffrey Epstein, Stallman ha risposto di ritenere che la persona plagiata da Epstein potesse essere sembrata a Minsky “perfettamente consenziente”.

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