di M. Calamari – Perché stiamo perdendo la battaglia sul clima? Perché manca il coraggio di discutere di soluzioni vere invece che di “pannicelli caldi”

Roma – Il presidente d’oltralpe ha fatto due dichiarazioni che, in mezzo a chiacchiere fumose ed affermazioni politically correct, brillano per chiarezza e sintesi. Sono virtù sempre più rare; tanto di cappello quindi a Macron, e speriamo che questa sana abitudine prenda piede un minimo anche in Italia.

“Stiamo perdendo la battaglia contro il Cambiamento Climatico. E la stiamo perdendo non perché la rotta di riconversione sia sbagliata, anzi i segnali di crescita dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili sono netti”.

“Il problema è che non andiamo abbastanza veloci e questo è il dramma: dobbiamo muoverci tutti, perché saremo tutti chiamati a rendere conto delle nostre azioni”.

Cassandra, che seguiva le questioni della crescita globale 45 anni fa, fin dai tempi del Club di Roma e del fondamentale rapporto I limiti dello Sviluppo, è purtroppo convinta dell’assoluta correttezza della prima affermazione; per quanto riguarda il contributo antropico al riscaldamento globale stiamo perdendo la guerra.
La seconda affermazione è, altrettanto purtroppo, errata nella sostanza.

Il problema di fondo, secondo l’opinione informata di Cassandra, non è la mancanza di incisività nel ridurre le emissioni di CO2, ma l’aver abbracciato una strategia di limitazione della produzione di CO2 basata su questioni secondarie, in un mondo dove Cina ed India bruceranno comunque quantità sempre crescenti di carbone per i prossimi decenni.

Due strade maestre, che non sono politically correct e sono sgradite agli ecologisti ed alle religioni organizzate, non vengono invece nemmeno prese in considerazione, mentre ridurrebbero drasticamente e con certezza le emissioni di CO2, aiutando (forse) in maniera significativa a contrastare il cambiamento climatico.
La prima; disinnescare, anche per questo motivo, la bomba demografica mondiale, che oggi è concentrata prevalentemente nel continente africano, incentivando al massimo le politiche di controllo delle nascite.

La seconda; potenziare le energie rinnovabili come solare termodinamico ed eolico, utili per coprire i picchi di carico elettrico, affiancandovi massicce dosi di energia nucleare da fissione, che copra il carico elettrico di base e permetta di dismettere le centrali a carbone e turbogas.

Si tratta di due misure così impopolari da essere state fino ad ora improponibili; oggi però il pianeta ci sta presentando il conto da pagare; sarà possibile iniziare a percorrere queste due strade nel giro di pochi anni, prima che siano le catastrofi a fornire (forse troppo tardi) le motivazioni necessarie?

La cronaca di questi giorni ci dà un piccolo esempio, tutto italiano, di come le scelte popolari possano avere impatti devastanti. Salvare qualche centinaio di ulivi secolari nel sud Italia è certamente desiderabile.

Se però il prezzo è impedire la realizzazione dei un secondo gasdotto per l’approvvigionamento del gas, il conto ce lo presenta un semplice incidente industriale che blocca in un colpo solo il 50% degli approvvigionamenti italiani di gas.

Industrie ferme, elettricità razionata ed abitanti al freddo in tutto il paese. Se non succederà nei prossimi tre mesi è solo perché, per fortuna, l’incidente in Austria pare sia stato meno grave di quello che avrebbe potuto essere.

Il mondo moderno è complesso, il funzionamento del pianeta Terra è non solo complesso ma anche tutt’ora poco compreso, e le soluzioni semplici e gradite di solito non funzionano.
E politici ed influencer che sragionano, guidando persone che vogliono sentirsi dire quello che loro piace verso la scogliera come il Pifferaio di Hamelin, sono certamente i migliori alleati delle catastrofi, climatiche e non, prossime venture.

Marco Calamari@calamarim
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